Hokage – Shadow of fire

Il film di Shinya Tsukamoto era nella sezione Orizzonti (incredibilmente non in concorso) della 80ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia 2023. Questo film rappresenta un ulteriore tassello nella straordinaria carriera del regista giapponese, ma al solito bisogna attendere e sperare in una distribuzione dignitosa. Anche se nel 2023 ancora continuano a dare importanza al doppiaggio quando è l’ultimo dei pensieri del pubblico di riferimento.

La mia intervista a Shinya Tsukamoto:

Capolavori come “Tetsuo” (1989) e “Tokyo Fist” (1995) sono diventati dei cult imprescindibili per ogni cinefilo, ma nel corso degli anni il regista ha saputo reinventarsi portando avanti un proprio percorso spirituale all’interno della sua filmografia. A Venezia aveva già partecipato con “Fires on the Plain” (Nobi, 2014) e “Killing” (Zan, 2018), che sancivano una sorta di passaggio dalla rappresentazione dell’alienazione urbana a una riflessione più ampia sul concetto di conflitto. Questi ultimi tre film (si può parlare di trilogia) infatti esplorano le conseguenze fisiche, mentali e sociali della guerra (o conflitto, in Zan) con una poetica in continua evoluzione. Se “Tokyo Fist” può essere considerato l’opera più complessa e personale di Tsukamoto, dove la disumanizzazione sfocia in una violenza estrema, “Shadow of Fire” sembra orientarsi verso un’esplorazione più umana e spirituale dei suoi protagonisti. Nonostante la sua breve durata, comune a molte opere del regista, il film dimostra quanto il cinema di Tsukamoto abbia raggiunto livelli sorprendenti di essenzialità e chiarezza. Uno sguardo compassionevole sul percorso di individui frantumati che cercano di adattarsi alla vita nel Giappone del dopoguerra. 

L’impatto duraturo della guerra

La storia si sviluppa attorno a una piccola locanda, dove la protagonista, Shuri, per sopravvivere si trova costretta alla prostituzione. La locanda diventa il rifugio per un bambino orfano, Ouga Tsukao, e un soldato reduce dalla guerra, creando una sorta di legame familiare per alleviare il dolore e rivivere quei momenti passati che sembrano ormai un’utopia. Il regista stesso, presentando il film a Venezia, lo ha descritto come una preghiera, un grido di rabbia rivolto a una divinità indifferente.

Tsukamoto ambienta la prima parte di “Shadow of Fire” in un’unica location, una locanda angusta dove i personaggi entrano ed escono mentre la cinepresa rimane costantemente all’interno. Questo piccolo e claustrofobico locale si rivela allo stesso tempo destabilizzante e affascinante, assumendo l’aspetto di un Limbo che i personaggi utilizzano come rifugio dall’inferno esterno. La locanda diventa così un luogo misterioso e spettrale. Le speranze di una nuova vita e di una famiglia costruita pezzo per pezzo si rivelano illusorie in un mondo di incubi che si manifestano sia di giorno che di notte. Dopo una serie di sfortunate vicissitudini, il bambino si ritrova di nuovo per strada, intraprendendo un viaggio misterioso affidandosi a un venditore ambulante. Tsukamoto sceglie di abbandonare la location iniziale per mostrare un panorama più ampio degli orrori della guerra, rendendo il primo atto ancora più potente e allucinato.

A differenza di “Fires on the Plain” (Nobi), la guerra di “Shadow of Fire” diventa un incubo ossessivo che tormenta le vite dei protagonisti in una visione ancora più cupa. Le cicatrici della guerra sono ancora aperte, lontane dal rimarginarsi. La separazione, la crescente follia e il desiderio nichilista di confrontare un passato di atrocità insopprimibili rischiano di cancellare la flebile speranza che il giovane protagonista aveva trovato. L’ombra evocata nel titolo si fa sentire come un lutto costante sulle esistenze dei tre protagonisti, mentre la guerra con le sue cicatrici psicologiche li spinge alla follia.

Con Tsukamoto siamo abituati a oltrepassare i confini della struttura narrativa classica, esplorando la dicotomia tra organico e meccanico, maschile e femminile, repulsione e desiderio. La locanda diventa il luogo spirituale, regressivo e chiuso che si nega agli sguardi esterni. L’uso delle dissolvenze -delineando il graduale emergere e svanire dei personaggi- insieme alle sovrapposizioni di emozioni e paranoia, crea un’atmosfera sinistra dove lo spettro della malattia radioattiva si diffonde in un panorama statico e irreversibile. I primi piani dei volti della ragazza e del bambino trasmettono un dolore inconciliabile, rendendo i protagonisti fantasmi pronti a essere dimenticati.

“Hokage – Shadow of Fire” è la controparte necessaria del kolossal americano (o americaneggiante) Oppenheimer. Un incubo da cui è impossibile sottrarsi, che scuote profondamente lo spettatore senza mai spettacolarizzare un capitolo così triste della storia umana.

Classificazione: 4.5 su 5.

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