Jonathan Glazer torna dopo dieci anni con il film La Zona d’interesse, vincitore del Gran Premio della Giuria a Cannes e in uscita da noi il 22 febbraio grazie a I Wonder Pictures. Chi già conosce la carriera di questo geniale regista britannico sa che dagli anni ’90 ha iniziato realizzando diversi videoclip musicali e pubblicità. Il suo video più iconico è sicuramente quello dei Radiohead con Karma Police, ma ce ne sono diversi altri notevoli, come Universal – Blur, A Song for the lovers – Richard Ashcroft, o i due video per i Massive Attack e Jamiroquai. Esordisce al lungometraggio nel 2001 con Sexy Beast (2001), per poi realizzare il morboso e affascinante Birth – Io sono Sean (2004), e in seguito il più visionario Under The Skin nel 2013 (poi distribuito con A24). The Zone of Interest è un altro film realizzato in collaborazione con A24, un progetto che il regista ha fortemente voluto dopo aver letto il romanzo del 2014 di Martin Amis. Glazer si è soltanto ispirato al libro, abbandonando i personaggi di fantasia e inserendo invece le figure storiche reali. Inoltre ha girato in una riproduzione fedele della casa che era stata concessa alla famiglia Höss.

Vita quotidiana all’ombra di Auschwitz. Il muro separa la casa del comandante Rudolf Höss (Christian Friedel) e della signora Höss (una strepitosa Sandra Hüller), e mentre il fumo si leva dagli inceneritori riusciamo a sentire quello che succede. Le atrocità dell’Olocausto circondano il film proprio come circondano la famiglia. Come una fitta nebbia che permea le leggere preoccupazioni domestiche della famiglia, rendendo inevitabile il male di cui sono complici. Glazer non osa mai avvicinarsi davvero alla prospettiva di qualcuno, l’inquadratura resta quasi sempre distante dai volti per osservarli con una sorta di onniscienza sistematica. Piuttosto che distanziarci dall’orrore, questo approccio non fa che aumentarlo. Perché ciò che immaginiamo (e sappiamo) accadere dietro quel muro è molto più vivido di qualsiasi cosa che Glazer potrebbe mostrarci. Il silenzio al centro di questo vuoto morale è assordante.

Le inquadrature geometricamente composte vedono come direttore della fotografia il polacco Lukasz Zal. Molte riprese sono state effettuate sfruttando fino a 5 macchine da presa montate in stanze diverse, senza l’uso di luci cinematografiche. Questo per dare agli attori l’impressione di di non essere osservati e muoversi nell’ambiente senza troppi vincoli. I bambini giocano, la famiglia si gode la piscina, Hedwig si occupa dei suoi fiori e mostra con orgoglio il suo giardino alla madre in visita (Imogen Kogge). Il film non cerca in alcun modo l’empatia ma neanche commette l’errore di mostrare soltanto gli elementi cupi e a tesi; i personaggi sono una parte del protocollo nazista, contemporaneamente esseri umani moralmente malati e fantasmi all’interno di una vasta macchina omicida. La portata della catastrofe umana emerge non perché è rappresentata, ma perché i personaggi sembrano non accorgersene. Non c’è modo di comunicare la vera tragedia e mostruosità in cui il regime nazista ha ucciso più di un milione di persone. Non è la follia di una sola persona a far funzionare un luogo del genere, ma è quel male che si è propagato nella quotidianità diventando normalità e indifferenza.

Rudolph fuma in giardino e l’estremità del suo sigaro brucia come le fiamme che divorano il cielo notturno sullo sfondo.
Il distacco attentamente orchestrato da Glazer lascia che la situazione parli da sola, sta a noi spettatori osservare con consapevolezza. La conoscenza che il pubblico ha sull’Olocausto dà già significato a quello che non vediamo svolgersi (ma sentiamo). In questo il film assume la connotazione di una sorta di esperienza sensoriale (soundscape), diventando praticamente un horror. Anche senza le inquietanti note di Mica Levi, non possiamo sottrarci alla costante cacofonia di sottofondo: ronzii, fiamme, grida, spari. È quasi impossibile isolare i singoli suoni e il risultato è quella di un’angoscia viscerale e in contrasto con le scene prevalentemente domestiche. Il regista permette agli orrori di svolgersi nella mente dello spettatore e per questo è stato fondamentale il sound-design di Johnnie Burn. Gli unici momenti di empatia li troviamo in un’adolescente polacca che di nascosto va a lasciare le mele per i deportati. Come contrappunto Glazer sceglie di riprendere queste sequenze con una camera termica, che ne azzera i colori e la luce.

In un momento del film Glazer ricorre a un bianco accecante come aveva fatto già in passato. C’è un primo piano su Rudolph Höss che infatti ricorda molto una scena di Under the skin. Ma anche lo schermo nero con il piccolo cerchio di luce bianca, una soluzione visiva presente all’inizio del film precedente e che riutilizza in quest’ultimo nel finale. Visivamente, La Zona d’interesse non è molto simile ai suoi tre film precedenti. Qualcuno lo ha paragonato allo stile di Michael Haneke, ma le finalità sono diverse. Quando Glazer resta distaccato lo fa per evitare il più possibile di condizionare l’esperienza dello spettatore, mentre Haneke non nasconde mai il suo intento di destabilizzare e mettere a disagio. Una scena che un Haneke non averebbe mai considerato è quella dove la coppia discute dei loro problemi sentimentali vicino al fiume (“La casa dei nostri sogni”, “Per quanto tempo mi lascerai sola?”) come se fossero in una sorta di melodramma degli anni ’50.
Probabilmente si tratta di un film troppo radicale per la Palma d’Oro a Cannes, ma la risposta di gran parte della critica europea è stata alquanto discutibile, in pochi si sono accorti di essere davanti a un capolavoro. Glazer è un autore estremamente intelligente e che si è fatto tutti i suoi calcoli maniacalmente. Come opera si presta molto a un dibattito cinefilo, perché con qualsiasi critica negativa si ha la sensazione di essere in difetto. Chiaramente può non piacere e dipende anche dal livello di consapevolezza (che viene dopo la conoscenza e l’esperienza). Consapevolezza necessaria per non scadere in discorsi troppo soggettivi e/o convenzionali. Non è un film che consigliereste a chi è abituato a vedere il cinema solo come intrattenimento e/o emotività, di chi mette la narrazione e i personaggi in cima alle priorità.

L’effetto che crea è straniante e nauseante, e permette al film di trovare un piccolo e cupo rifugio all’interno di chi lo guarda, per far risuonare quelle atrocità in un eco infinito. La Zona d’Interesse è un campanello d’allarme emesso dalle viscere dell’inferno, e quella sinfonia che ascoltiamo (o meglio: subiamo) in chiusura ne è la colonna sonora perfetta.

