Challengers è una lezione di cinema come se ne vedono poche ormai. Un film fresco, audace ed energico. Con una narrazione non lineare seguiamo le vicende romantiche di tre tennisti nel corso di 13 anni. Un film che utilizza il modello del film sportivo per poi concentrarsi sui rapporti tra i protagonisti, e lo sport ne aumenta l’intensità in tutti i modi possibili. Il tennis canalizza il desiderio, il dolore, l’ossessione e il risentimento di Tashi, Art e Patrick. Sesso, amore e tennis sono interconnessi. Tutti e tre i protagonisti, insieme, si ritrovano coinvolti in una competizione sia agonistica che psicologica, e sappiamo immediatamente che la partita che vediamo all’inizio tiene in equilibrio il loro futuro.

Luca Guadagnino – soprattutto dal 2017 a oggi – è uno di quei pochi autori che stanno davvero provando a rinnovare il cinema contemporaneo. Sembra ormai aver raggiunto quella padronanza del linguaggio cinematografico che gli permette di poter osare qualcosa in più. La sua miniserie We Are Who We Are resta ancora il punto più alto nella sua filmografia (e Challengers a seguire), perché rappresenta in primis quello che manca nel cinema italiano, qualcosa di davvero attuale, con una propria identità, senza rinunciare a quel respiro cinematografico da grande autore. Guadagnino è un moderno maestro del desiderio, che sia crudele e meschino, o disperato e affamato (Bones and All). Con Challengers non mette da parte quelle che erano le sue costanti, e realizza la sua opera più audace, il genere di film energico e senza freni che vorresti riguardare all’istante.
Zendaya, Mike Faist e Josh O’Connor hanno una chimica (non solo sessuale) impressionante. Anche quando il trio mostra animosità l’uno verso l’altro, sembrano tutti irradiare un’attrazione magnetica che li tiene sempre vicini. Al centro del triangolo amoroso c’è Tashi (Zendaya), che ha il totale controllo dei due amici e rivali in amore. Sesso e tennis diventano strumenti di controllo e manipolazione, incluso un primo incontro in cui si diverte a guardarli mentre si baciano. Grazie anche a una sceneggiatura brillante, si nota da subito un lavoro meticoloso sui personaggi, in tutte le loro sfaccettature. Dietro a ogni comportamento sono nascoste diverse varianti, una moltitudine di interpretazioni e dissezioni delle motivazioni in contrasto con il loro ego. C’è così tanta ambiguità e segretezza al centro della relazione tra Art, Tashi e Patrick – fin dal primo momento in cui i ragazzi pongono gli occhi sulla loro musa – che diventa sempre più difficile decifrare le loro scelte, e il film è interessante anche per questo. In superficie, sono tutti una cosa sola, e man mano che il film evolve, ognuno rivela piccoli indizi sulla propria personalità che potrebbero alimentare altre teorie.

Tashi dice a Patrick e Art che il tennis è più di un gioco, è una relazione tra i giocatori. Nei momenti più accesi del film, il ritmo della colonna sonora accelera e la mdp inizia a muoversi come farebbero le teste degli spettatori durante una partita di tennis. È l’incarnazione di un duello verbale e il pubblico assiste con la stessa partecipazione che avrebbe per qualsiasi momento legato al gioco del tennis. Proprio come una partita con i suoi continui cambi di prospettiva, Challengers non si ferma mai a lungo su un singolo personaggio.
La sceneggiatura è firmata dall’esordiente Justin Kuritzkes, marito della regista Celine Song che ha realizzato il suo proprio film proprio su un triangolo amoroso: Past Lives. C’è molta curiosità anche per il prossimo film di Guadagnino, Queer (sperando per Venezia81), che vede sempre alla sceneggiatura il talentuoso Kuritzkes ad adattare il libro di Burroughs. Nonostante la complessità di Challengers, la sua struttura riesce a essere comunque intuitiva e scorrevole. La narrazione mette insieme i pezzi con una maestria fuori dal comune per un esordiente, mantenendo sempre un’esplorazione dinamica della passione dei personaggi. Se la storia fosse stata narrata in modo lineare sarebbe stata decisamente meno interessante, finendo per annoiare.

La regia di Guadagnino è totalmente imprevedibile: non si tira mai indietro e azzarda scelte visive rischiose, senza mettere mai la storia in primo piano. Da un intro con uno zoom repentino a omaggiare Strangers on a train di Hitchcock, fino a POV (point of view) e virtuosismi folli verso il finale. In una scena in cui parlano per la prima volta di sera, vicino al mare, sembra di essere in un film di Chabrol (con quella musica), in altre invece sperimenta zoom e rallenty come se fosse un film alla Michael Mann. Ma è proprio qui che consiglio di interrogarvi. Queste scelte, se fatte da un regista qualsiasi, avrebbero portato a un risultato disastroso. Ciò che stupisce infatti è la padronanza di Guadagnino che incredibilmente riesce sempre a mantenere una sua coerenza interna, sia stilistica che narrativa, senza risultare ridondante o fuori luogo.
Non manca ovviamente lo sguardo queer di Guadagnino: fuori dal match climatico, le scene più memorabili con i due protagonisti sono anche quelle sessualmente più suggestive. Una scena nella mensa, dove mangiano scherzosamente dei churros, e una successiva più rancorosa, dove i due si confrontano in una sauna. C’è un’enfasi quasi camp delle dinamiche sessuali, che viene enfatizzata dallo stile di ripresa, con angolazioni inaspettate.

Da manuale il montaggio di Marco Costa (stesso di Bones and All) che diventa quasi febbrile. In questo contribuiscono le musiche di Trent Reznor e Atticus Ross che amplificano notevolmente la tensione, e in alcuni punti sembrano quasi voler soffocare il dialogo. La loro musica è davvero in grado di elevare il film. Il risultato finale raggiunge una simbiosi minuziosa tra regia, sceneggiatura e colonna sonora, trasformando il film in un’opera elettrizzante e contemporanea. Nel finale si arriva ad un picco creativo che riporta il film al punto di partenza, con la differenza che nessuno dei tre è uguale a com’era all’inizio.

