Paul Schrader non ha mai temuto il passare del tempo, né come tema narrativo né come condizione artistica. Anzi, con l’età, il suo cinema si è fatto sempre più denso, più radicale e, paradossalmente, ancora più essenziale (da First Reformed fino a oggi). Oh Canada ne è la dimostrazione: un film che attinge a piene mani dalla tradizione della New Hollywood, ma che, invece di apparire nostalgico o manierista, risulta vivo, acuto e vibrante di quella lucidità che solo i grandi maestri, invecchiando, riescono a raggiungere.

Dagli anni ’70 ad oggi, Schrader non ha mai tradito la sua visione cinematografica. Cresciuto nel fuoco della New Hollywood, tra Scorsese, Coppola e De Palma, ha sempre avuto un rapporto particolare con il conflitto interiore dei suoi personaggi, ereditando il rigore di Bresson e Dreyer, ma inserendolo in un contesto americano, violento e spiritualmente travagliato. Oh Canada sembra quasi chiudere un cerchio, tornando a quegli interrogativi che lo ossessionano da decenni: la colpa, la redenzione, l’incapacità di sfuggire ai fantasmi del passato. Ma qui, la maturità della sua messa in scena è sorprendente. Non c’è nulla di superfluo, nulla di compiaciuto: ogni inquadratura è una riflessione, ogni dialogo è un confronto serrato tra due dimensioni opposte della verità.
Non è un caso che Schrader torni a Russell Banks, autore con cui aveva già collaborato per l’adattamento di Affliction (1997). La letteratura di Banks è da sempre interessata al peso del passato e alla difficoltà di affrontare il proprio retaggio. Oh Canada, tratto dal suo romanzo Foregone, condivide con “Affliction” la stessa atmosfera di colpa irrisolta e di uomini in bilico tra ciò che sono stati e ciò che vorrebbero essere. Il protagonista, un documentarista che in punto di morte si confronta con le proprie menzogne e omissioni, è un perfetto alter ego di Scrader: un uomo costretto a dissezionare la propria esistenza con la stessa precisione con cui analizzava quella degli altri.

Passato e presente, verità e menzogna: la dualità come struttura
Chi accusa Oh Canada di essere un film confuso probabilmente non ha colto l’essenza della sua costruzione, ma si sa che ormai la vera confusione è nella mente di chi si approccia alla critica cinematografica. Schrader gioca magistralmente con il doppio, costruendo un racconto che alterna la memoria e il presente. Non lo fa mai in maniera convenzionale, ma con una fluidità che riflette la natura stessa del ricordo. Invece di proporre semplici flashback ci ritroviamo davanti a una sovrapposizione di strati, dove la percezione del protagonista diventa quella dello spettatore. La verità si fa sfuggente, sfumata, e la domanda su cosa sia reale e cosa sia costruito diventa centrale. In questo senso, il film ha una potenza straordinaria: non cerca di ingannare, ma di mostrare l’inevitabile fallibilità della memoria umana.
Tornando all’autore Russell Banks, si può fare un parallelo anche con The Sweet Hereafter (1997), diretto da Atom Egoyan. Anche lì, il cuore del film era il trauma e il modo in cui viene interiorizzato e raccontato. La differenza principale sta nell’approccio: mentre Egoyan costruiva un mosaico di testimonianze che andavano a formare una verità collettiva (l’incidente del bus che ha segnato la vita di tutti gli abitanti), Schrader lavora sull’individuo, scavando nel tormento del suo protagonista. Entrambi condividono una consapevolezza profonda su quanto il passato sia sempre un costrutto, e su come la memoria possa essere un’arma tanto rivelatrice quanto ingannevole.

Se c’è una cosa che Oh Canada conferma è che Schrader, invece di ammorbidirsi, è diventato ancora più radicale e preciso. Se la New Hollywood ha segnato un’epoca, lui ha trovato un modo per farne tesoro senza mai fossilizzarsi. Un percorso e una carriera insolita quella di Schrader che si è avvicinato tardi al cinema, anche per questo si nota una dedizione particolare nel rifare se stesso, con una nuova forma. In un’industria che si affida sempre di più alla semplificazione, Schrader continua a credere nella complessità, nella stratificazione dei significati, nella possibilità di fare cinema che sfida lo spettatore. La regia in Oh Canada richiama molto il cinema d’autore degli anni ’70, ma senza mai cadere nel citazionismo sterile. Ci sono momenti che ricordano Robert Altman, in particolare nell’uso degli ambienti come spazi vivi, quasi fluidi, in cui i personaggi si muovono in un perpetuo stato di conflitto interiore. La profondità di campo e i movimenti di macchina, spesso impercettibili ma sempre calibrati, danno alla narrazione un respiro che alterna l’intimità più cruda a improvvisi sprazzi di contemplazione visiva.
Schrader, come i migliori registi di quell’epoca, sa come mettere in scena la tensione tra il reale e il percepito, tra il detto e il taciuto. Alcune sequenze, con la loro stratificazione sonora e la loro costruzione corale, sembrano richiamare l’approccio di cineasti come Sidney Lumet e Alan J. Pakula, dove il dettaglio più apparentemente insignificante può assumere un peso enorme nel mosaico del racconto. È un cinema che non ha paura di essere complesso, che sfida lo spettatore a leggere tra le righe e a cogliere il non detto tanto quanto il visibile. E riesce a farlo con una sincerità disarmante.
In una scena, tra le più affascinanti e significative di Oh Canada, Jacob Elordi viene ripreso casualmente da un turista giapponese con una cinepresa Super 8 in un aeroporto (nel 1968). La sequenza è breve ma molto suggestiva: l’immagine sgranata e tremolante conferisce un’aura di tempo sospeso, di memoria frammentata, in perfetto dialogo con la struttura del film. Qui c’è tutto il rapporto tra realtà e immagine, tra memoria e riproduzione. E in un film che gioca sulla verità soggettiva e sulle menzogne del protagonista, questo dettaglio diventa emblematico. Un frammento di passato autentico, catturato da uno sconosciuto, che forse racconta più verità di tutte le interviste e i racconti costruiti.
La voice-over del protagonista da anziano (Richard Gere), riflette su ciò che rende il cinema così speciale. Spesso le immagini più autentiche e rivelatrici non sono quelle che scegliamo consapevolmente di filmare, ma quelle catturate per caso, nei margini della storia. Una riflessione sul potere della macchina da presa di registrare non solo eventi, ma anche la verità inconscia delle persone e dei momenti.
I’ve been a mess my whole life
I don’t care what happens next
Endless
Lasciamoci confondere da questi ricordi, come nella scena che vede Uma Thurman (moglie del protagonista), interpretare anche una donna incontrata fugacemente in passato, un volto qualsiasi che nella sua mente viene sostituito dalla persona che ha passato più tempo al suo fianco. E sulle note della splendida canzone finale vediamo contemporaneamente la fine di un’esistenza e l’inizio di quello che fu il capitolo di una rinascita. La vita scorre in cerchi impercettibili, dove ogni fine è anche l’eco di un inizio già scritto.

