Decision to leave: la decisione di andarsene (fra la montagna e il mare)

È un film sull’annientamento dei sensi “Decision to leave”, il capolavoro del maestro sudcoreano Park Chan-wook. Thriller? In parte. Romantico? Soprattutto.

C’è un uomo, un detective, Jang Hae-joon (Park Hae-il), che indaga su un caso di omicidio.
C’è una donna, Song Seo-rae (Tang Wei), sospettata di quest’omicidio.
C’è quindi un uomo che deve indagare su una donna.
Indagarla, scrutarla, osservarla.


C’è Amore fra i due?
Park Chan-wook racconta un sentimento sottotraccia, un Amore contrastato, perso nella traduzione
(la conturbante e bellissima Seo-rae dice di non saper parlare bene il coreano, si esprime spesso con traduttori digitali).
Quello di Park Chan-wook è, come sempre, un cinema della furia. Brutale e sconvolgente.
Ma non è più lo stile furente della straordinaria Trilogia della vendetta.
Si è lontani dai deliri erotici e di sangue di Oldboy che resero celebre il regista sudcoreano.
La rabbia e il tormento sono sempre presenti nel tessuto delle sue opere ma sono ormai sublimate, nascoste all’interno, non più smaccatamente visibili come allora.


Eppure, anche in Decision to Leave, tutto è tormento.
Come amare una donna così sfuggente, forse colpevole di omicidio?
Dov’è la verità?
Negli occhi di Seo-rae è impossibile leggerla, così come nel mondo che la circonda.
Un mondo indecifrabile caratterizzato da un insondabile rumore di fondo.
Park Chan-wook decostruisce il senso dell’immagine, confonde chi guarda attraverso
un’articolatissima regia che indugia più volte nel ritrarre schermi virtuali.
Spesso l’inquadratura si sdoppia, reale e virtuale vanno a confondersi e compenetrarsi: ci sono immagini di smartphone che si sovrappongono ad altre immagini e poi ancora, note vocali, contatori di passi.
Park racconta un mondo in cui la verità si confonde anche per via di una digitalizzazione che infesta la quotidianità.
Immagini che si sdoppiano quindi, che raccontano un doppia realtà.

Decision to Leave è un film costruito intorno all’idea del doppio, dell’opposto.
Tutto sembra muoversi in un valzer fra verità e menzogna, amore e non amore.
E sempre due saranno i casi d’omicidio che vedranno il detective costretto a indagare sulla donna, il secondo a distanza di un anno dal primo, quasi fosse il loro amore un opera in due atti scandita dagli omicidi dei due mariti di Song Seo-rae.
Ma l’opposizione che più si staglia nella memoria è la dicotomia fra la montagna e il mare. La vertigine dell’altezza (e i riferimenti al Vertigo di Hitchcock sono molti) e la caoticità ammaliante del mare. La saggezza che vede dall’alto e l’annientamento che si compie in basso, nel fluttuare di un eterno movimento.

Su una montagna si svolge il primo omicidio, su una montagna Hae-joon arriverrà alla realizzazione della risoluzione del caso, la montagna è per Park Chan- wook una certezza, salda, qualcosa a cui ambire, qualcosa a cui Hae-Joon cerca inutilmente di tornare.
Perchè ad allontanarlo da una rettitudine morale, da una vita di certezza è stata Song Seo-rae.

Song Seo-rae non è come la montagna, è piuttosto come il Mare.
Sfuggente, bellissima ma forse crudele.
Due volte sospettata d’omicidio, entrambe le volte sulle sue tracce il detective Hae-joon non può che inseguirla, nell’indagine e nell’Amore.
Tentare di arrivare alla verità della donna, anche scalando montagne, anche arrivando ad
annientarsi. Più e più volte la sfuggente Seo-rae viene associata all’idea del mare.
-Confucio disse: “Il saggio ama l’acqua, il benevolente le montagne”. Io non sono benevolente, a me piace il mare-.
Queste le sue parole in uno dei suoi primi incontri con il detective.
Di lei sappiamo che è arrivata in Corea tramite una nave cargo, proveniente dal mare.
Sulle pareti, alle sue spalle in una scena di “eloquio tradotto” particolarmente lirica e intensa, vediamo ritratte delle onde azzurre.
E azzurro-verde sarà il vestito di Seo-rae che tanto affollerà i pensieri di Hae-joon : “Era verde o era azzurro?”, si chiederà più volte ossessionato.


In effetti il vestito di Seo-rae può apparire di colori diversi in base alla luminosità della scena ma nel cinema di Park nulla è casuale, tutto è parte di un’elegante e sinuosa sinfonia.
Ecco che Seo-rae, donna impenetrabile nello sguardo e nelle intenzioni, appare indecifrabile persino nel suo abbigliamento. I vestiti di seta di Seo-rae appaiono sensibili e concreti, c’è in Decision to leave una continua idea di immagini incredibilmente “materiche”. Sembra quasi di percepirla la pioggia che bagna i due amanti nel loro idillio fuori dal tempo in un tempio buddhista (in una delle sequenze più liriche del film), sembra quasi di sentirla addosso la nebbia che ammanta Seoul nella notte, sono concreti persino il dolore ed il senso di annientamento dei personaggi, quasi fossero materia vivente che avvolge tutto ciò che vediamo. E sul sentimento che si fa materia Park Chan-wook orchestra un finale che è espressione massima del desiderio di fusione fra i due amanti, fra la montagna e il mare, ma anche dell’impossibilità dell’uno di arrivare all’altra, se non tramite l’annullamento definitivo, la rinuncia all’esistenza: la decisione di andarsene.


Nel finale di Decision to leave, c’è una donna, Seo-rae, ha vissuto due volte, si è macchiata d’ogni peccato e ne è consapevole. C’è un uomo, Hae-joon, si è annientato per lei, inseguendo un amore impossibile. “Quando il tuo amore finisce, il mio amore comincia” gli aveva detto Seo-rae poco prima. Ed ecco, su una spiaggia, al tramonto, il finale di un amore malinconico eppure travolgente. I film di Park Chan-wook hanno sempre ritratto amanti inquieti, travolti da un furore d’amore incontrollabile. Amore e tormento sembrano muoversi di pari passo nei suoi protagonisti, dai personaggi lacerati della Trilogia della vendetta agli amanti vampiri che si sciolgono al sole in un abbraccio mortale nel finale di Thirst. Ancora, emblematica in Stoker la giovane India, perversamente attratta dallo zio, che si masturba ricordando un omicidio che quest’ultimo aveva commesso per salvarla da una violenza sessuale. Il cinema di Park è oggi meno istintuale ma non per questo meno impetuoso. Ha solo mutato forma, trasformando la violenza dei primi tempi in un’eleganza a tratti più lenta e meditativa ma sempre furente.


E allora il finale, il tormento. Hae-Joon non trova, non può trovare Seo- rae, che ha ormai scelto di andarsene, forse anche per salvare quell’amore impossibile trovando l’unico sbocco possibile. In un cellulare, in una nota vocale, è custodita la memoria di quell’amore, memoria che è anche prova incriminante per un detective venuto meno al suo dovere.

Seo-rae è come il mare, e al mare torna. Hae-joon piange disperato non sapendo di trovarsi solo pochi metri sopra di lei, sepolta sotto litri d’acqua che si mescola con la sabbia. Amore che diventa fusione fra corpi ed elementi, morte che diventa atto d’amore per chi non può amare, montagna che non si muove e mare che si agita, amore, violenza ed erotismo travolti dal sentimento dell’impossibile.


Mi hai fatto passare l’inferno, ma senza di te la mia vita sarebbe stata vuota” è una citazione che (pur non riferita ai due protagonisti) ben riflette questa tragica e amara dicotomia, bellissima e mortale, questa tensione tra sofferenza e amore che pure è ricerca di quell’ineffabile a cui tutti ambiscono nella vita. In Decision to leave vero e falso si intrecciano e si confondono.
Amore e morte si cercano per capirsi.
Uomo e donna si amano ma spesso non si toccano.


Su tutto regna la nebbia (che è anche il titolo di una canzone più volte presente nel film).
Tutto vive fra la montagna e il mare.
Park racconta l’amarezza della vita, l’annientamento e la distruzione.
Un tempo, i suoi personaggi cercavano solo vendetta, poi hanno inseguito la redenzione.
Oggi, sempre inquieti e rassegnati, prendono la decisione di lasciare.
Lasciare tutto, lasciare tutti.

Classificazione: 5 su 5.

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