[Cannes] A Useful Ghost

Gli spettri della nostra quotidianità

A Useful Ghost (Pee Chai Dai Ka) è il vincitore del Grand Prix nella Semaine de la Critique del 78° Festival di Cannes. Una commedia nera con sfumature drammatiche e surreali, che racconta la storia di un uomo in lutto la cui moglie muore per inquinamento da polvere e poi si reincarna in un aspirapolvere. Il film esplora il lutto attraverso una lente ironica e spirituale, molto legata alla cultura thailandese, e segue la storia d’amore insolita tra l’uomo e il suo “fantasma utile”. 

Davika Hoorne in una scena del film


Esordio del regista thailandese Ratchapoom Boonbunvhachocke. March (Witsarut Himmarat) figlio di una ricca imprenditrice è sposato con sua moglie Nat (Davika Hoorne). Morta per via del pressante inquinamento che la circonda, tornerà da fantasma per ricongiungersi con suo marito sottoforma di un’aspirapolvere. Questa è solo la storia centrale circondata da una cornice e diversi aneddoti e sottotrame di un un’opera prima che, pur prendendo ispirazione visivamente (il costume di lei ricorda tanto quello di Bella Baxter in Povere Creature, c’è un tocco estetico e ironico tipico di Wes Anderson, una forte verve dupieuxiana e diversi parallelismi con il cinema di Buñuel). Contenutisticamente c’è quell’alienazione tecnologica che ricorda gli ultimi film di Jia Zhangke o di Radu Jude, e nel complesso presenta una narrazione sempre frizzante e creativa, soprattutto per essere un esordio.

Un piccolo posto felice in un mondo infelice


I fantasmi di questo film più che spaventosi appaiono fastidiosi agli occhi dei disincantati protagonisti, che li metabolizzano e calano impassibilmente in un mondo spento, egoista e freddo. Lo spettatore viene spesso messo davanti a gigantesche pareti dalle forme o dai colori singolari, a situazioni totalmente assurde che esplodono e si sedano improvvisamente e a un intreccio narrativo che ti chiede di partecipare al gioco che il regista vuole fare. E vedere un uomo aggrovigliato ad un’aspirapolvere o una businesswoman discutere con una pompa ad acqua oltre a far ridere in un primo momento catapulta tristemente alla consapevolezza della società alienante designata nel film, in cui i fantasmi sono gli unici che hanno qualcosa veramente in sospeso da dire più delle tristi marionette ancora in vita. E pur essendo molto frizzante specie per il suo montaggio, il film va avanti di inquadrature fisse e di silenzi che enfatizzano ulteriormente gli estranianti avvenimenti. Con una fotografia sempre molto curata, il film spicca anche per l’interpretazione della Hoorne e la rappresentazione dei fantasmi e dei loro svanimenti.


Nel secondo tempo proprio la sottotrama legata al servizio che comincia a svolgere Nat presenta qualche lungaggine di troppo, ma quella bellissima inquadratura nella sala di un ospedale con le due donne di spalle e la cornice che lega tutto il racconto sono di una maturità visiva e concettuale che destabilizza. La rilettura totale che si dà ai fantasmi e all’esistenza nel film tocca tutte le corde giuste per emozionare e sorprendere, con un gioiello che merita più attenzione di quella che sta ricevendo. Insomma, è un regista sicuramente da tenere d’occhio.

Classificazione: 3.5 su 5.

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