Fra i festival cinematografici italiani la Mostra del Cinema di Pesaro (o, per meglio dire, la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro) ha sempre rivestito un ruolo particolare. Da 61 anni la Mostra che si tiene nella piccola cittadina marchigiana rappresenta infatti un avamposto per la difesa e la promozione del cinema fuori norma, fuori schema e fuori formato.
Ne è un esempio il concorso principale in cui in maniera indiscriminata vengono accettati corti o lunghi. Così all’interno dello stesso concorso è possibile rintracciare opere dagli angoli più disparati del globo che possono avere la durata di 4 o di 120 minuti. In un mondo di festival concentrati sui red carpet quella di Pesaro continua ad essere un’ utopia. È per questo che ogni anno, da ormai tre anni, mi ritaglio qualche giorno per tuffarmi in questo splendido paradiso a due passi dal mare, sulla costa delle Marche.
Anche il pubblico a Pesaro tende a essere diverso da quello degli altri festival, difficile trovare influencer in cerca di visibilità, piuttosto le strade e il lungomare sono affollati di cinefili e di gente che il cinema lo vive davvero, con massima intensità. Oltre al concorso principale Pesaro ha sempre proposto una serie di sezioni particolarmente interessati. Cito, per interesse personale, la sezione “Vedomusica“, curata da Luca Pacilio, esempio praticamente unico in Italia di sezione festivaliera dedicata ai Videoclip.
Quest’anno a vincere la sezione è stato LA MIA PAROLA di Shablo, Guè e Joshua diretto da Enea Colombi “per l’equilibrio compositivo con cui viene resa la coreografia dei movimenti, per l’uso funzionale di una fotografia in bianco e nero al servizio del racconto e per l’efficacia della regia e della messa in scena”.
Importantissimo il lavoro sul videoclip contemporaneo svolto dalla Mostra di Pesaro, che l’anno scorso dedicò allo stesso Colombi una retrospettiva (quest’anno dedicata a Tommaso Ottomano, regista, fra gli altri, dei videoclip di Lucio Corsi).
A Pesaro ho avuto anche l’occasione si vedere durante una proiezione in piazza “Majonezë“, nuovo corto di Giulia Grandinetti (già regista di “Tria: del sentimento del Tradire).

Grandinetti si riconferma capace di costruire racconti filmici forti e strutturati su movimenti di macchina arditi e primi piani capaci di sfondare lo schermo. Come in Tria anche il nuovo corto riflette sulla condizione femminile e sull’idea di ribellione in maniera radicale e ben lontana dai codici contemporanei. A parlare più che le parole sono le immagini (in Majonezë in particolare si riscontra un uso del bianco e nero particolarmente espressivo). Il corto è stato candidato ai David di Donatello di quest’anno.
Altre scoperte interessanti nella sezione Adriano agli amici (in memoria dello storico critico italiano, direttore del festival di Pesaro per molti anni, Adriano Aprà).

Mi preme infatti segnalare
–Innesti Neri e Bianchi, di Federica Foglia
Foglia è una regista che lavora sul materiale d’archivio (recentemente ha tenuto un incontro al Unarchive Found Footage Fest di Roma) e in quest’ultima sua opera raccoglie diversi home movies in 8 e 16 mm che vengono manualmente assemblati fra loro, vi è un vero e proprio processo di lavoro manuale sulla pellicola originale che viene manipolata e stravolta rispetto a quello che era il suo intento originale.
Ciò che ne viene fuori è un’opera che per immagini racconta del processo culturale che si affronta per diventare una donna, a un livello più profondo Foglia descrive l’intento del corto che sta nell’ “accettare il decadimento di un’immagine“.
Le opere di Foglia sono esperienze che viaggiano fra videoarte e cinema sperimentale, vi consiglio vivamente di provare a recuperarle in occasione di nuovi festival o rassegne.
Egualmente ai confini del cinema sembra viaggiare “The Eggregores’ Theory“, cortometraggio di Andrea Gatopoulos, candidato ai David di Donatello, le cui immagini sono state realizzate ricorrendo all’intelligenza artificiale.

L’aspetto più interessante dell’opera sta proprio nel modo in cui questo tipo di approccio risulta “tematizzato” nel cuore stesso del racconto e non casuale: si parla infatti di un mondo distopico in cui l’arte e la parola sono state bandite e, di conseguenza, anche l’amore sembra ormai inesprimibile.
Fra sci-fi e malinconia l’opera di Gatopoulos si muove in una sinfonia di immagini fisse che si succedono fra loro e, per quanto prodotte da un mezzo meccanico, non si può non restare sbalorditi da quanto risultino comunque profondamente pensate dall’autore, chiaramente umano. Un’opera che ci interroga sul futuro – nostro e del cinema. Il corto è recuperabile su Mubi.
In chiusura non posso che citare gli incontri- anima pulsante della Mostra di Pesaro. Ben lontani dalle banali masterclass ad personam organizzate in alltri festival, negli incontri della Mostra del cinema di Pesaro si ha la possibilità di sentir parlare di cinema e di critica in senso profondo e strutturato.
Ho partecipato in particolare a due incontri, il primo dedicato alla memoria del già citato Aprà, nel corso del quale è stata rievocata la sua idea di cinema e di festival- i mesi passati (anche in tarda età) alla continua ricerca di qualcosa di nuovo, che potesse colpire a ffascinare un pubblico festivaliero. Una figura da cui ogni critico e curatore di festival (anche aspirante) potrebbe solo imparare, specie in questo mondo così veloce ed in cui è davvero difficile mettere luce su un film, specie se fuori norma.
Il secondo incontro ha visto la presenza di Gianni Amelio, si è parlato della sua idea di cinema e in maniera approfondita dei suoi film
Chicca cinefila: Gianni Amelio ha anche rivelato i suoi 10 film preferiti post 2000
Ordine casuale:
–Megalopolis, Francis Ford Coppola
–Vizio di Forma, Paul Thomas Anderson
–Madre. Bong Joon-ho
–Favolacce, fratelli d’Innocenzo
–Stray Dogs, Tsai Ming-liang
–Cure, Kiyoshi Kurosawa (è del ’97 ma Amelio spiega che per sensibilità lo considera a pieno del nuovo millennio).
–The Lobster, Yorgos Lanthimos
–Timbuktu, Abderrahmane Sissako
–As Bestas, Rodrigo Sorogoyen
–Serbis, Brillante Mendoza
Insomma, fra incontri e proiezioni anche se solo per poco più di due giorni Pesaro mi ha dato, come ogni anno, la possibilità di immergermi nella cinefilia più bella, quella che si apre e si confronta al nuovo, quella che non si chiude in un’idea fissa e inamovibile su cos’è o dovrebbe essere il cinema. Pesaro è al contrario, come il suo nome stesso presuppone, un festival continuamente aperto al nuovo.
Invito i cinefili che ci leggono a farci un salto, prima o poi.

