È finalmente uscito da qualche giorno in home video Anora, film vincitore della Palma d’oro nel 2024 e di 5 Oscar (miglior film, miglior regista, miglior attrice protagonista, miglior sceneggiatura originale e miglior montaggio) diretto da Sean Baker, regista indipendente che si è fatto conoscere al grande pubblico con la precedente edizione degli Academy Awards e che proprio con questa ha stabilito un record (persona con più Oscar in una notte, ben 4). Un’occasione perfetta per recuperare un film tutto tranne che superficiale.

È tutta una questione di sguardi
All’inizio del terzo atto del film, il personaggio di Mickey Madison smette di straparlare, elemento caratteristico di tutta la narrazione precedente, dove adottando anche un gergo spesso rozzo e di strada faceva contrasto con la vita mondana alla quale si stava affacciando grazie a Ivan. Invece, proprio sulle scalinate di un aereo con un graffio sulla guancia sinistra, smette e abbassa gli occhi. Noi non sappiamo niente di lei, abbiamo qualche dettaglio che le fuoriesce sporadicamente come la vita della madre e della sorella, o la riluttanza nell’usare il suo nome completo, ma non ci interessa esserne più a conoscenza. Sappiamo che è una ragazza che sa il fatto suo, che sa come difendersi al giorno d’oggi e inaspettatamente per alcuni crede ancora nell’amore. Quello che all’inizio può sembrare un personaggio fastidioso o antipatico è in realtà specchio di ciò che si cela dietro a tutti noi, una tristezza senza fine. E da quella scalinata il film cambia. Non c’è più il montaggio frenetico pieno di dialoghi tarantiniani o le sequenze di sfrenata lussuria che la giovane coppia vive a Las Vegas, è tutto camera fissa e silenzi. La neve comincia a scendere e crea contrapposizione con la prima inquadratura di Ani che guarda dalla finestra di casa d’Ivan.

Il film però è tutt’altro che repentino, si prepara anzi abilmente a rivelare le sue carte già dalla metà, quando Toros (Karen Karagulian) riesce finalmente ad accordarsi con Ani per la ricerca di Ivan. Tolte le numerose scene esilaranti con Igor o Garnicķ col naso spaccato, da quel momento i personaggi in macchina immersi nella notte o in una ricerca senza capo né coda acquistano una vaghezza molto simile a quella di un Cassavetes. La consapevolezza che Ani inizia ad acquisire traspare dalle inquadrature strette del suo volto che si mischiano con le luci sfocate delle macchine nella notte, poi ricreata la mattina dopo e sul finale. Due stranieri che abbracciano a pieno il sogno americano inizialmente e che ne rimangono schiacciati dall’incompatibilità della loro generazione; infatti il film non va a caricaturare Ivan come una persona propriamente cattiva, è purtroppo prima di tutto parte di un mondo pieno di vizi e capricci che si esauriscono facilmente (e da qui il suo fare bambinesco che viene ironicamente evidenziato dalla cameretta con le astronavi), in cui i valori non sono più quelli di un tempo.

Baker ha sempre amato umanizzare quartieri popolari o zone malandate delle grandi città, con i loro stravaganti personaggi pieni di sogni e rimorsi. Pensiamo alle due protagoniste di Tangerine, dal quale il film attinge tanto soprattutto nel confronto “tutto in una stanza” a metà, che vogliono andare in fondo all’ipocrisia di un ragazzo poco fedele, o in Un sogno chiamato Florida in cui una bambina ed i suoi amici non smettono mai di trovare modi per divertirsi in un motel non particolarmente adatto alla crescita con Disneyland a due passi (letteralmente all’ombra dell’emblema della magia). L’immersione del regista nel quotidiano, dall’uso di cellulari per girare alcuni film, dal bassissimo budget di alcune delle sue prima produzioni (Take Out, King of Broadway) al girare in luoghi popolati senza comparse programmate (come la ricerca di Ivan nei vari locali o il corridoio a Las Vegas dove i due giovani annunciano euforici di essersi sposati) rende la pellicola più tangibile e disillusa, un rollercoaster emotivo che abilmente illude lo spettatore un po’ come succede alla protagonista. C’è uno studio maniacalecdel comportamento dei personaggi: si potrebbe riguardare il film una volta per ogni attore in scena per osservare i movimenti che compiono anche quando non sono i protagonisti dell’inquadratura, gioco in cui Baker si diletta con tanti campi lunghi (Ivan che sale sulle scale saltellando la prima volta che contatta Ani per venire a casa sua o il caotico quanto esilarante intersecarsi di personaggi nel dialogo a metà film nella villa).

Il culmine dell’escalation lo si ha una volta che la protagonista si risveglia dallo stato di trance avuto nel mese precedente rivedendo la sua vecchia baracca vicino alla stazione. Quel fatidico pianto inaspettato sia per le circostanze, in macchina abbracciata a Igor, unica anima apertamente buona e non legata pedissequamente alla famiglia di Ivan come Toros o Garnick, è la presa di consapevolezza di tutto ciò che è successo ed il liberatorio istinto primordiale di un personaggio che ha sempre fatto finta di essere più forte di quel che sembra.
Anora proprio per questa sua doppia natura inaspettata essendo stato scoperto da più persone dopo la vittoria dell’Oscar è stato criticato molto, venendo definito come un film inconcludente o poco approfondito. Eppure proprio questa sua costante vaghezza unita al minuzioso lavoro di sottrazione che compie Mickey Madison rende l’opera una delle più umane degli ultimi tempi, una disamina dell’amore al giorno d’oggi che come tutto il grande cinema, riesce a far vivere allo spettatore molteplici emozioni sfaccettate tra di loro, e che quindi è molto più profondo di quel che all’apparenza può sembrare. Senza dubbio per ora la magnum opus di Sean Baker, un factotum che nel suo essere immerso totalmente sia da lavoratore che da appassionato in questa bellissima finzione chiamata cinema si ricorda sempre però di ciò che le fa da specchio, le persone.

