E’ uscito Giovedì 9 Luglio nelle sale italiane Superman, film scritto e diretto da James Gunn che sancisce l’inizio del nuovo universo cinematografico della DC a seguito del fallimentare tentativo proposto da Zack Snyder. Gunn, prima regista sotto la Troma e di progetti a basso budget come Slither o Super-Attento Crimine!, poi della trilogia dei Guardiani della Galassia e di The Suicide Squad, negli ultimi anni sembrava aver trovato la formula vincente per i suoi blockbuster hollywoodiani, incentrandosi principalmente su gruppi di bizzarri outsiders che si facevano largo nella tipica avventura supereroistica. A questo aggiungendo la sua eccezionale verve comica, una regia dinamica, le sue scelte musicali mirate, e un occhio emotivo che riesce a cogliere sfaccettature inaspettate in ogni singolo personaggio. Ma quindi, trovandosi ora con in mano non solo il potere creativo ma anche produttivo di una major importante, e soprattutto con uno dei personaggi più iconici della cultura pop vittima negli ultimi anni di un adattamento cinematografico insoddisfacente, è riuscito a sfruttare la sua tipica formula e regalare un’altra grande storia?

JAMES GUNN, L’OUTSIDER DAL CUORE D’ORO

James Gunn è riuscito dove tanti sono caduti; con gli anni ha mantenuto intatta la sua travolgente personalità pur lavorando con sistemi produttivi freddi e meccanici come la Marvel, un talento che risuona ancora di più se si pensa al cinema commerciale post pandemico e più specificamente ai film di genere supereroistico, tagliuzzati, riscritti e artisticamente carenti, senza un vero fulcro o messaggio ma solo tasselli sbiaditi di un puzzle incoerente. Con un’attrazione per il disgustoso sin da Tromeo e Giulietta o Slither (per non dimenticare la scena dei tentacoli in Super) Gunn ha sempre cercato di bilanciarci tanta umanità, spesso ironicamente proprio negli esseri più inaspettati, come in un robot nella Seconda Guerra Mondiale (G.I in Creature Commandos), un albero che ripete sempre la stessa parola (Groot nei Guardiani) o un alieno lontano da casa (come nel caso di questo Superman). Gunn valorizza le sue scene con una regia volta a valorizzare i poteri o le capacità dei personaggi nelle scene d’azione (si pensi al combattimento di Mr Terrific) o con un’impetuoso susseguirsi di eventi intervallati da poche ma cruciali scene riflessive dei personaggi. Nel suo cinema torna spesso l’affetto che prova per gli animali, tutte le cavie in Guardiani della Galassia 3, l’aquila in Peacemaker o Krypto il super cane , ma anche quello per le relazioni genitoriali, spesso oltre il legame sanguigno. È affezionato ai suoi attori (basti pensare in questo film a Nathan Fillion nel ruolo di Guy Gardner, Mikaela Hoover nel ruolo di Kat Grant o Stephen Blackheart come Sydney Happersten) e crea sul set una vera e propria famiglia, rendendo il filmaking non solo un lavoro.

SUPERMAN AL GIORNO D’OGGI
Non è un mistero che l’origine di Superman, datata 1933 (a tutti gli effetti il primo supereroe), sia dovuta all’idealizzare le capacità dell’essere umano, all’epoca in particolar modo americano, attraverso giornalini che appassionavano i più giovani. Col tempo e con la varietà delle storie e dei personaggi Superman è cambiato parecchio, rimanendo spesso il noioso ingenuo buonista in un mondo di investigatori vestiti da pipistrello o altre figure più intriganti. Cinematograficamente l’esplosione di popolarità la ebbe con il film di Richard Donner, cult seppur invecchiato un po’ male che rese immortale l’immagine del Christopher Reeve in volo e che generò l’inizio dell’ era del cinecomic ma anche diversi seguiti uno peggiore dell’altro. Superman fu toccato parecchio dal successo che ebbe la Marvel col suo universo condiviso e dalle odi che ricevette Christopher Nolan col suo Batman molto più maturo ed oscuro della visione di Burton. Purtroppo però quella visione che tanto aveva giovato al regista di Inception non si adattava bene a un personaggio come Superman, sicuramente diverso dal cavaliere oscuro; dunque l’approccio più maturo e dark intrapreso da Zack Snyder con Henry Cavill nel ruolo di protagonista che si proponeva come la controprogrammazione al mondo degli Avengers si rivelò invece un fallimento, con scarsa recezione della critica in un primo momento e continui flop dopo qualche anno. Quando fu annunciata la lavorazione del Superman di Gunn parecchie furono le critiche dalla piccola bolla di fan di Cavill che non trovavano nella nuova versione più scanzonata e colorata la metafora cristologica snyderiana. Gunn in Superman parla anche di questo, di un mondo guidato dai social media e dall’informazione, un universo affollato e saturo di supereroi (come d’altro canto il cinema degli ultimi 30 anni), pieno di guerre e potenti miliardari che sfruttano shitstorm online per ottenere ciò che vogliono. Come si può raccontare l’archetipo classico del supereroe in un’epoca in cui tutti hanno già visto tutto?

LA NORMALIZZAZIONE DELL’ASSURDO
Superman esplora il conflitto tra l’azzurrone e Lex Luthor con una narrazione semi episodica in un mondo in cui i metaumani esistono da oltre 300 anni. Al giorno d’oggi, con alle spalle innumerevoli film dai grandi effetti visivi, un progresso tecnico senza dubbio imparagonabile al 1978, era difficile ricreare la spettacolarità dell’epoca di un uomo che prende il volo, eppure Gunn con la sua regia più dinamica che mai e l’uso costante di grandangoli è riuscito anche nei combattimenti a far vorticare anche lo spettatore. Eppure la vera natura di Superman non risiede nella sua epicità. Senza fare spoiler, l’emblema del film si trova probabilmente in una scena in cui Superman (David Corenswet) e Lois (Rachel Brosnahan) si confrontano a cuore aperto sulla loro relazione mentre proprio fuori dalla finestra dei personaggi combattono contro un mostro alieno, situazione apertamente banalizzata proprio dal supereroe in un dialogo.

Sin dall’introduzione viene presentato un mondo ancora più assurdo della Marvel, in cui con nonchalance si parla di universi tascabili, kaiju giganteschi e scimmie haters. Anche le scelte più ridicole a livello di vestiario, come i capelli di Guy Gardner (Nathan Fillion), o i frangenti più surreali, come la sottotrama attorno a Metamorpho (Antony Carrigan) trovano senso e appoggio col tono del film. La gestione di questo “assurdo”, interiorizzato, enfatizza la spettacolarità del film che si ritrova a non dover avere compromessi nel combattimento finale. Tutto ciò viene affrontato dal punto di vista del Daily Planet , testata giornalistica dove lavora Clark Kent (l’identità segreta di Superman), e che quindi rapporta queste bizzarrie a situazioni sociopolitiche più tangibili come interventi in conflitti tra nazioni o la figura del clandestino. Al giorno d’oggi Gunn ci racconta che quel supereroismo romantico è svanito, che non esistono mezze misure, e che la gentilezza è un atto considerato superficiale. L’uomo sta perdendo la sua umanità. E in un mondo così distante dal nostro forse si trova la risposta per risolvere i conflitti più vicini alla nostra quotidiana.

L’ALIENO UMANO
E’ il bagaglio di ricordi che ci portiamo dietro a definirci. La tematica probabilmente più importante che affronta il film è quella delle origini di Superman, la differenza tra i genitori kryptoniani e i Kent che lo hanno cresciuto. Tutto il film cambia quando per la prima volta si abbandona questo impetuoso raccontare ed il personaggio finalmente si riposa, con una soggettiva di Lois che osserva la sua stanza a Smallville e capisce di trovarsi davanti ad un vero essere umano, che ha vinto tornei, che ha gusti musicali specifici e due genitori campagnoli che non sanno usare il telefono. Spesso si scherza sull’ingenuità del protagonista, che si fida troppo facilmente o mette la morale al di sopra della politica, evidenziando la crudeltà del mondo a lui circostante. La figura dell’essere umano viene citata spesso nel film, specie la sua intelligenza e il suo desiderio di superararsi, come Galileo e l’illuminismo, ed è questo lato apertamente invidioso che rende Lex Luthor (Nicholas Hoult) un personaggio temibile e irrefrenabile. La contrapposizione qui è tra un alieno che prova tutte le emozioni di un essere vivente ed un umano che le sta perdendo. Ed è quindi cruciale l’insegnamento dei Kent in ciò che porta Superman ad avere i suoi propositi, mettendo alla luce un kryptoniano molto più fallibile e vicino al pubblico rispetto al mantellone di Cavill con una dinamica simile a quella Yondu/Ego nel secondo film dei Guardiani della Galassia.

Nel primo tempo Gunn riesce quasi a mascherare il suo stile, in favore di una parabola iniziale discendente del protagonista molto coraggiosa, fermandosi improvvisamente per 10 minuti diventando quasi un dramma da camera. La prigionia stessa è un processo inevitabile che porta poi alla rinascita del personaggio come della spettacolarità del regista. La colonna sonora non originale, che tanto aveva segnato i Guardiani con i loro Awesome Mix, o comunque onnipresente nel cinema di Gunn (mai canzoni di troppo o abusate ma sempre meditate attentamente) qui è protagonista invisibile. Più che compararire in sottofondo alle scene è indicativa del carattere di Superman grazie alla definizione che viene data al “punkrock” da Lois in un dialogo tra la coppia. Un plauso al bellissimo uso della canzone dei Teddybears con Iggy Pop sul finale.
In conclusione, senza fare spoiler, Superman è la prova che James Gunn è un grande narratore al di fuori della sua confort zone, con un’ marchio di fabbrica’impronta stilistica degna di un autore e una visione d’insieme solida capace di regalare grandi emozioni.

[Spoiler] La duplice natura del film
Il capovolgimento geniale dell’archetipo fumettistico si trova nel rendere i genitori biologici di Superman, il cui padre è interpretato da Bradley Cooper, dei personaggi “negativi” e la spedizione dell’eroe una missione colonizzatrice. Sono quindi i genitori terrestri le figure importanti nella vita di Clark che lo hanno portato a diventare ciò che è. Quando scappati dell’universo tasca Lois porta Clark a Smallville dai suoi, il film si ferma per tirare le somme di ciò che ha raccontato fino a quel momento e procedere poi con il terzo atto. L’inquadratura rivelatrice è la soggettiva di Lois nella stanza del protagonista che vede trofei, foto e il poster della band fittizia di cui Clark è fan, tutte cose che lo rendono un essere umano. Nel discorso che fa davanti a Luthor evidenzia proprio questo, la sua capacità di amare, avere paura, essere uno di noi, davanti invece a un personaggio mostruosamente cattivo, che nel finale piange ( eventuale redenzione o invidia nell’essere diventato lui un alieno?). Un’altra inquadratura che riflette sull’idea di “Dei e Mostri”, titolo del primo capitolo di questo universo cinematografico è quella in cui uscendo i protagonisti nell’accampamento di Luthor si vede Metamorpho allontanarsi col figlio nell’oscurità, con uno sguardo ingenuo e spaventato.

[Spoiler] Il parallelismo con Super (2010)

Si giunge quindi al finale, dove Clark fa la scelta e rimpiazza il messaggio dei suoi genitori kryptoniani con quelli di campagna, tutti i suoi ricordi e la sua storia, guardando in camera e sorridendo, irradiato dal sole e pronto a tornare a salvare il mondo. È curioso perché ricorda il finale (e in realtà tutto l’arco evolutivo) di un film diretto dallo stesso Gunn nel 2010, Super – Attento Crimine! (disponibile su Rai Play) che vede Frank (Rainn Wilson), un uomo ingenuo e sciocco che decide di diventare un supereroe per salvare sua moglie da un circolo di droga e prostituzione al quale si era ricongiunta dopo anni di astinenza. Pur trattandosi di un’opera assolutamente dissacrante e sopra le righe, ha un cuore profondo che si vede nel finale (complementare all’inizio): il film si apre con Frank che guarda appesi al muro due disegni raffiguranti i suoi unici due momenti felici, un atto di gentilezza e il matrimonio con Sarah. Alla fine il muro è pieno ed un Frank senza la sua Sarah lo osserva sorridente avendo ritrovato la speranza e una nuova prospettiva di vita. Anche Superman cambia punto di vista in seguito alla scoperta del vero messaggio dei suoi genitori, osserva inizialmente quello che pensa sia il suo monito e alla fine guarda orgoglioso qualcosa che ha sempre avuto sotto il naso ma non ha mai veramente messo al centro, con una nuova prospettiva sulla sua “missione” e la sua umanità. Si potrebbe pensare anche al finale di Guardiani della Galassia volume 2, dove Rocket osserva in lacrime il funerale di Yondu comprendendo di dover cambiare il suo carattere con gli altri compagni di squadra. Sguardi semplici ma significativi, pieni di cuore e sincerità in film che spesso favoriscono i green screen e l’artificiosità. Forse Gunn ci insegna anche questo, che si possono raccontare grandi emozioni anche con personaggi ridicoli o apparentemente stereotipati, bilanciando ottimamente risate e dramma come pochissimi sanno fare al giorno d’oggi, oltre alle scene action più belle del cinema contemporaneo. Insomma, un vero punkrocker.


