Riflessi sulla pelle

[Film da riscoprire] Riflessi sulla pelle (1990) – Fiaba nera e vampirismo atipico

Tra i tanti film diventati cult dopo la loro uscita, The Reflecting Skin di Philip Ridley è uno di quelli che ancora oggi risulta difficile da catalogare. Presentato in concorso a Cannes nel 1990 (e rapidamente scivolato ai margini della distribuzione), il film è stato riscoperto solo in anni recenti grazie a un restauro che ne ha restituito l’incredibile potenza visiva. Eppure non basta l’etichetta di film cult a contenere l’essenza ambigua di quest’opera. Un horror che rifugge l’horror, una fiaba gotica che sovverte l’innocenza infantile, un vampire-movie in cui non è chiaro se i vampiri esistano davvero – e in cui il mostro principale potrebbe non avere canini, ma solo occhi troppo aperti sul mondo. Una gemma da rispolverare, che ha ispirato diversi registi (Terry Gilliam per citarne uno), e che trovate comodamente su Amazon Prime Video

L’intera narrazione si svolge nel cuore della parte più rurale degli Stati Uniti, tra campi di grano che sembrano ingialliti dall’acido e case di legno annerito che emergono come scogli nella pianura. Un mondo postbellico, congelato nella memoria collettiva degli anni ’50, ma deformato da un’estetica quasi allucinogena. I colori sono innaturalmente saturi, il cielo ha quasi la consistenza del metallo e la luce sembra filtrata da uno specchio. Questo non-luogo diventa il teatro mentale di Seth, un bambino che osserva il mondo con occhi già contaminati da violenza e superstizione. Non c’è alcuna voce narrante a guidare lo spettatore, tutto ciò che vediamo è filtrato dallo sguardo di Seth, e perciò deformato, frainteso, simbolico. Un coming of age nero che non lascia mai intravedere speranza. 

La componente da vampire-movie prende forma molto lentamente. Non come apparizione tangibile di un vampiro – non troverete morsi o pipistrelli – ma come costruzione mentale, come mitologia personale elaborata da Seth per dare un senso agli eventi tragici che lo circondano. La figura della vedova Dolphin Blue, enigmatica e solitaria, si presta perfettamente a questo ruolo. È pallida, si veste di nero, vive isolata in una casa che sembra uscita da un racconto di Poe o di Hawthorne. Seth è convinto che sia una vampira, e interpreta ogni suo gesto, ogni silenzio, come prova di questo vampirismo. Quando uno dei suoi amici scompare, e altri bambini muoiono, Seth attribuisce le colpe a Dolphin: la sua paura infantile ha bisogno di una forma, e la forma del vampiro è antica, rassicurante nella sua chiarezza mitologica. 

Ma ciò che The Reflecting Skin mette in scena non è una semplice fiaba nera: è un incubo dell’infanzia in cui la fantasia non protegge dal dolore, ma lo amplifica. La mente di un bambino non trova scampo in questo luogo così corrotto, in cui il bene, il male e la colpa si mescolano in modo inestricabile, e l’immaginario gotico agisce come un veleno estetico. Il mito del vampiro diventa quindi una sorta di meccanismo di difesa, un’illusione necessaria. Quando quella struttura crolla, la realtà si impone con tutto il suo orrore lacerante. L’intera opera infatti è una lunga discesa verso la disillusione. Il ritorno del fratello maggiore Cameron (uno dei primi ruoli di Viggo Mortensen), reduce dal bombardamento atomico di Hiroshima, aggiunge un ulteriore strato alla densità simbolica del film. Il suo corpo è segnato da una malattia invisibile, forse da radiazioni: perde i capelli, vomita sangue, ha le gengive gonfie. Agli occhi di Seth, questi sono i segni inequivocabili del vampirismo. Ma per lo spettatore adulto è evidente che il vero orrore più stratificato non sia soprannaturale, bensì storico, con tutta la violenza sistemica del mondo degli adulti. Il bambino vede il fratello morire come vampiro ma noi vediamo un giovane uomo consumato dalla colpa e dalla sofferenza, che sembra ormai rifiutare la vita. 

Viggo Mortensen

La regia di Ridley è estremamente controllata, a tratti pittorica. Ogni inquadratura è costruita come un tableaux vivant: corpi immobili in campi lunghi, paesaggi quasi metafisici, geometrie studiate fino alla paranoia. La colonna sonora, rarefatta e malinconica, sottolinea la sospensione emotiva della vicenda. Non ci sono jumpscare né colpi di scena: l’orrore nasce dalla reiterazione e dallo straniamento. La messa in scena non suggerisce mai una realtà alternativa, ma una realtà amplificata, sovraccarica di simboli e suggestioni. È un gotico alla luce del sole, che non illumina ma acceca. Il film sembra strutturarsi come un rito di passaggio più che di formazione (da cosa poi), senza mai lasciare alcun conforto. Non c’è catarsi, non c’è crescita, ma solo perdita e trauma. Seth assiste impotente alla rovina delle figure adulte intorno a lui: la madre isterica e punitiva, il padre umiliato che si dà fuoco, il fratello che si lascia consumare, e la donna vampira che forse non è nulla di tutto questo. Ogni punto d’appoggio viene meno. Alla fine, il bambino è solo (come lo era sempre stato), abbandonato in un mondo che ha divorato tutti i suoi affetti. 

Alcune delle suggestioni psicoanalitiche disseminate nel film – il confronto diretto del protagonista bambino con la sessualità, la colpa e la morte – potrebbero apparire, a tratti, eccessivamente programmatiche o fin troppo cariche di simbolismo. Ma l’approccio di Ridley non è mai gratuito, il suo è uno sguardo morboso e visionario, che trova nella fotografia incandescente di Dick Pope un alleato fondamentale. Attraverso gli occhi di Seth, il regista ci costringe a rientrare nel buio di un’infanzia traumatica, là dove si annidano le nostre paure più arcaiche, quelle che non hanno ancora nome, ma che continuano a bruciare sotto la pelle. Si tratta sicuramente di un film che non offre vie d’uscita, fin troppo asfissiante, ma che riesce anche a essere particolarmente intenso emotivamente, senza mai restare in superficie. 

A distanza di tanti anni, The Reflecting Skin può essere analizzato in tutta la sua complessità, non come semplice horror indipendente, ma come un’opera paradigmatica che anticipa molta parte dell’horror psicologico contemporaneo. Il trauma, l’innocenza corrotta e la ricostruzione torbida dell’infanzia sono elementi che troviamo in lavori recenti di tanti autori importanti. E Philip Ridley aveva avuto l’intuizione e l’audacia necessaria (senza scendere a compromessi) per realizzare un film così anomalo e personale. Resta ancora oggi una delle più laceranti meditazioni cinematografiche sull’infanzia e sulla perdita dell’innocenza, dove il mito gotico si rivela per ciò che è: una fiaba tragica costruita da chi non ha strumenti per comprendere. E l’ultima scena – Seth che corre urlando in un campo, in preda a una disperazione assoluta – è forse uno dei finali più disperati e pessimisti degli anni ’90. 

Classificazione: 4 su 5.

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