Weapons è il secondo horror di Zach Cregger, già autore del fortunato Barbarian (2022). Ex comico del gruppo The Whitest Kids U’ Know, Cregger firma qui una storia più personale e ancora più audace di quella precedente. Il casting è molto azzeccato, in particolare Julia Garner, Josh Brolin, Amy Madigan e Alden Ehrenreich. Lo script di Cregger fu acquistato dalla Warner per 38 milioni di dollari, lasciando fuori dal progetto Jordan Peele che era molto interessato a produrre (e guardando il film è facile capire i motivi).
La trama in breve: Quando tutti i bambini di una stessa classe, tranne uno, scompaiono misteriosamente nella stessa notte esattamente alla stessa ora (2:17 di notte), l’intera comunità si ritrova a interrogarsi su chi (o cosa) sia responsabile della loro sparizione.

Weapons non è uno di quegli horror contemporanei fatti in serie, che puoi descrivere facendo un semplice paragone o usando un paio di aggettivi. L’approccio qui è davvero audace e personale, uno di quei progetti che sulla carta sicuramente verrebbero rifiutati da molti produttori, che qui si sono fidati perché il regista aveva già convinto pubblico e critica. Oggi abbiamo bisogno di questo tipo di horror, se non vogliamo ritrovarci con un cinema, di genere, troppo ripetitivo e prevedibile, con poco da aggiungere. Può non piacere, ma uscendo dalla sala si ha la consapevolezza di aver visto qualcosa che non è per niente facile scrollarsi di dosso. All’inizio il film si presenta come un caso irrisolto, per poi diventare lentamente un ibrido tra creepypasta e fiaba horror. Sempre scavando nella quotidianità americana. L’incipit per Cregger è il punto di forza, come lo era per Barbarian, e lui stesso ha dichiarato che il suo approccio alla scrittura prevede un inizio senza sapere cosa succederà dopo. Con qualche interrogativo continua a scrivere per dare forma alla storia, cercando le possibili risposte al mistero. In Weapons la sceneggiatura prosegue mantenendo sempre la stessa originalità, a differenza di Barbiarian che invece perdeva di interesse già dopo mezz’ora (imho). Entrambi hanno dei punti in comune, come la struttura e il montaggio che gioca con il punto di vista dei diversi personaggi. Ritroviamo il sotterraneo-cantina, che è un elemento chiave anche in Weapons. Le atmosfere in quest’ultimo ricordano quelle dei primi Stephen King, e si intuisce dopo poco che ci potrebbe essere qualcosa di soprannaturale: una presenza, un intruso, qualcosa di molto simile a It. E Cregger propone un personaggio bizzarro che quando entra in scena rompe tutti gli schemi. Nelle scene notturne a far paura non sono soltanto le apparizioni improvvise, ma è prima di tutto il buio, che qui è davvero asfissiante. Ogni tanto escono film come questo dove regista e DoP non si fanno troppi scrupoli sull’illuminazione, la definizione, ecc… e quando serve scelgono di immergere i personaggi nel buio più totale.


La suddivisione in capitoli (ricorda quella di Ju-on), con linee temporali che si sovrappongono e si specchiano l’una nell’altra, non è pensata solo con l’intento di depistare lo spettatore, ma segue un percorso lucido e progressivo. Ogni segmento ci conduce con naturalezza (e un certo rigore logico) verso il nucleo del racconto, come i bambini che corrono verso un punto specifico. I personaggi non nascondono mai la loro debolezza, e la paura li spinge verso narrazioni rassicuranti pur di dare un volto alla colpa. Quando inizia il capitolo più importante, che ci mostra (quasi) tutto, non è importante l’effetto sorpresa, perché si tratta comunque di qualcosa di intuibile. L’imprevedibilità sta in ogni momento, e non nel plot twist: Weapons è un po’ come una bomba a orologeria che da un momento all’altro potrebbe esplodere. I momenti shock non sono mai fine a se stessi, la costruzione è sempre ragionata e segue una logica interna molto inquietante. E quando il film si trasforma, il talento del regista sta nel mantenere la coerenza narrativa e stilistica .

Viene spontaneo un paragone con il recente Longlegs, che a mio avviso risulta meno interessante di Weapons. Entrambi sono film molto strutturati, a incastro, ma quello di Cregger trova più coerenza nel modo in cui lega forma e contenuto. Riesce a far emergere l’orrore dal quotidiano senza estetizzarlo troppo, ma scavando dentro una logica precisa, per quanto deviata. Crea un’atmosfera malsana e tesa che mostra il lato più cupo della provincia americana, ma lo fa senza ricorrere a troppe scene dove si vede la comunità. Quando si tratta di jumpscare (e ce ne sono), il regista ha il buon gusto di non scadere nell’utilizzo della CGI (che tanto piace a molti spettatori medi del genere horror). C’è sempre un’idea dietro a ogni spavento, che non sono buttati lì tanto per farci saltare dalla poltrona. Attenzione inoltre a non fraintendere i momenti grotteschi e sopra le righe, che sono scelte pienamente consapevoli (è preoccupante non accorgersene). È una linea di confine sicuramente molto rischiosa, tra il comico, l’assurdo e il terrore, ma proprio lì può generarsi quell’inquietudine che ci disorienta, spingendoci ben oltre la propria comfort zone. Non c’è nulla di rassicurante nella sofferenza di Justine, Archer e degli altri coinvolti, né nella brutalità sanguinaria che sono costretti ad affrontare. Eppure, nel suo climax più folle e liberatorio, Cregger riesce a trovare un umorismo destabilizzante dentro l’orrore, trasformando la distruzione di una tranquilla comunità suburbana in un momento tanto grottesco quanto raggelante. Il gradimento dipende molto dalla tolleranza dello spettatore a questi risvolti da commedia nera, non tutti fanno lo sforzo per restare all’interno del film e proseguire l’esperienza, soprattutto quelli più giovani sembrano avere difficoltà ad accettare questo mix improvviso tra grottesco e orrore puro.

Si può trovare qualche similitudine con il Wes Craven di The People Under the Stairs (con le dinamiche familiari bizzarre), e in Weapons tutto è portato ancora più all’estremo. Da cinefilo e esperto di horror da decenni non ho problemi a fare un’affermazione come quella del titolo: Wes Craven avrebbe adorato questo film (e molto probabilmente avrebbe detestato il quinto Scream, visto che siamo in tema, mentre il sesto l’avrebbe apprezzato un po’ di più). Tra i film horror più recenti c’è sicuramente una tendenza a fare scelte estreme nel terzo atto, mi vengono in mente i film di Perkins, Aster, Peele, Fargeat, Ducournau. Sta poi alle abilità del regista mantenere una coerenza interna e un equilibrio (so che mi ripeto spesso su questo concetto, ma per me sta alla base del mestiere del regista) quando capitano queste esagerazioni, i momenti deliranti o un’improvvisa commistione di generi.
Nel finale di Weapons viene abbastanza naturale trovarci un significato generale, non solo in relazione al titolo (e quindi armi = persone manipolate). I bambini, mentalmente, sono come delle spugne, facile da corrompere e manipolare, e non a caso il racconto parte dalla scuola. Si conclude invece con gli stessi che fanno qualcosa di orribile verso la generazione opposta alla loro. Insomma, c’è poco da sottolineare, e non serve spiegare. Ma anche se non venisse colto il senso generale dell’opera, funziona naturalmente a livello inconscio. Fin dall’inizio si percepisce che sotto la struttura, per quanto articolata, ci sia qualcosa di molto semplice da capire. E va benissimo così, perché quando al nucleo c’è qualcosa di facile lettura, ci si può costruire una struttura complessa e originale intorno, senza risultare troppo pretenziosi o astratti.

Dopo aver visto Weapons, non resta che attendere fiduciosi il suo prossimo film che sarà il reboot di Resident Evil, nel 2026.

