Era il 2019 quando nelle sale di Cannes veniva proiettato per la prima (e ultima) volta Mektoub My Love Intermezzo, secondo capitolo di una trilogia iniziata due anni prima con Mektoub My Love Canto Uno (proiettato a Venezia in concorso).
Alla proiezione di Intermezzo seguì un fiume di polemiche, alcune più lecite (tutto ciò che riguardava le modalità in cui il film stesso era stato girato – Kechiche è noto per i suoi metodi di lavoro sul set che sfiorano, secondo molti, il tirannico) e altre decisamente meno lecite e che vanno a traviare il discorso cinematografico (e qui mi riferisco a tutto il discorso intorno a ciò che Kechiche inquadra, le rimostranze su ciò che viene messo su schermo: pare assurdo nel 2025 dover ancora chiarire che il cinema può mostrare tutto).

In ogni caso, pretestuose accuse di voyeurismo e di presunta misoginia intrinseca nello sguardo di Kechiche portarono all’oblio di Intermezzo che non vide mai la luce di nessuna sala dopo quella proiezione Cannense (accuse ridicolizzate e smontate persino da una regista fra le più grandi esponenti del femminismo cinematografico contemporaneo: Celine Sciamma, regista de “Ritratto di una giovane in fiamme”, che ha in breve ribadito come, nel cinema, ogni sguardo sia lecito).
Una certa ottusità mentale e ideologica impedirono dunque a molti di vedere il progetto Mektoub per quello che era: una celebrazione della giovinezza e dei corpi, la trasmutazione in forma cinematografica di quei piccoli (ma immensi) momenti di estasi che tutti proviamo nella vita, nel suo progredire irrefrenabile ed estatico.
Ancora: i film del ciclo Mektoub contengono nella loro intima essenza una riflessione profonda sullo sguardo del regista.
Amin, il protagonista, è un giovane intimido e taciturno, protagonista passivo che pure resta incantato dal florilegio di vita che si schiude davanti ai suoi occhi (la scena in cui guarda tutti gli altri e le altre ballare in discoteca per oltre mezzora nel primo film è esemplificativa in questo senso: Amin guarda, gode di cioʻ che guarda, lo guida anche con lo sguardo ma mai partecipa, resta lontano, spettatore e mai attore).

Oggi, dopo 6 anni da Intermezzo, le sale di Locarno vengono irradiate dalla luce di una scelta coraggiosissima: il festival Svizzero ha infatti deciso, dopo anni di veto di altri festival, di programmare in concorso “Canto Due“, terza parte della trilogia di cui manca il leggendario secondo capitolo (specifichiamo che la visione di Intermezzo non è richiesta per guardare Canto Due, basta aver presente personaggi e dinamiche del primo film).
Tanta incertezza e domande circondavano questo film (probabilmente il più atteso di Locarno).
In che cosa si sarebbe differenziato rispetto al primo film? Kechiche avrà ceduto alle polemiche ammorbidendo il materiale?
La verità è che non c’era nulla da ammorbidire: l’erotismo di Mektoub è un erotismo naturale, innocente, persino panico (corpi e ambiente sembrano in perfetta congiunzione, anche il cibo, con quegli zoom strettissimi sui personaggi che mangiano, contribuisce nel cinema di Kechiche al raggiungimento di un’erotica pace dei sensi).
La linea narrativa prosegue dritta per la sua strada esattamente a partire dal finale del primo film (chi ha visto tutti e tre i film, dopo la visione di Canto Due, è arrivato persino a supporre che Intermezzo sia in realtà collocato dopo quest’ultimo e non in mezzo fra i due), l’atmosfera giovanile e innocente sembra però lasciare gradualmente strada ad un sentimento nuovo: qualcosa appare corrotto.

La giovinezza purissima e senza contrasti ritratta nel primo film sembra aver ceduto il posto a qualcosa di più triste: il cugino di Amin, Tony, inizia ad apparire ridicolo nel suo voler essere eterno don giovanni, la bella Ophelie (un tempo simbolo di vita e Giunone metaforica) è stanca e intristita dal tempo e da un figlio non voluto portato in grembo.
Amin, ancora, non sembra trovare la sua strada e prosegue la sua ricerca (fotografica, cinematografica e filosofica) guardandosi intorno ma mai riuscendo realmente ad aprirsi.
Ad introdursi nella quiete (apparente) sono Jack (produttore cinematografico) e sua moglie Jessica, venere e nuova musa di Canto Due.
Jack si interessa ad una sceneggiatura scritta da Amin e vuole che Jess sia la protagonista.

Mektoub, come detto nel primo film, significa “destino, è scritto, è destinato ad accadere”, e questo titolo prende un significato del tutto particolare rispetto al primo film declinandosi in forme decisamente nuove: è questo che colpisce forse più di tutto nella visione di Canto Due.
C’è una profonda diversità di fondo nello spirito dell’opera, la “corruzione” che si è detta prima sembra aver contaminato un po’ tutto, persino lo stesso destino sopra detto, ecco che ogni momento di abbandono alla pura estasi risulta disturbato da un ansia di fondo, sempre più pressante: “non si è giovani per sempre” sembra voler dire Kechiche e difatti tutta la narrazione e la costruzione filmica sembrano ricordare una bomba pronta a esplodere da un momento all’altro, come se qualcosa dovesse succedere, come se il destino si dovesse palesare.
È estremamente narrativo Canto Due, succedono tantissime cose a differenza di Canto Uno e, a quanto si dice, del leggendario Intermezzo (che rappresentava l’assoluta assenza di narrazione).
La vita sembra questa volta presentare il conto e alle chiacchiere e ai momenti di niente (ritratti come sempre con rara poesia) iniziano ad affiancarsi ansie più adulte, più pressanti, tristezze congelate trovano posto.
Al di là di ciò, resta come sempre l’amore per i corpi e la bellezza.
Amin è perdutamente innamorato dei corpi, si innamora di qualsiasi cosa guardi, è un “regista” nel significato esistenziale più profondo: ma come esprimere tutta quella vita?
Dall’esterno appare debole, intimidito, persino innocente come gli ricorderà l’attrice Jessica: Amin è molto probabilmente lo stesso Kechiche che a distanza di anni riguarda se stesso e i suoi sogni, le sue aspirazioni artistiche, persino i suoi errori (il momento in cui il produttore gli dice di non diventare un regista perché il trovarsi circondato da persone ai suoi piedi lo corromperebbe e di conseguenza “non sarebbe più una persona gentile” ritrae una situazione troppo specifica per pensare che Kechiche non stia facendo anche dell’auto-riflessione su se stesso e i suoi metodi di lavoro).

Si esce frastornati dalla visione di Mektoub Canto Due perché è un film che riconferma quanto Kechiche sia assoluto maestro di un cinema strabordante di vita e di sensazioni, ogni istante appare incredibilmente carico, ogni volto ed ogni corpo pare esplodere di quella stessa vita che il regista magrebino ha sempre celebrato lungo tutto il corso della sua opera.
Impossibile poi non notare come Kechiche in Canto Due guardi, come sempre, alla danza (pochi registi sembrano aver reso l’idea di danza come momento di trance liberatoria con la stessa forza d’impatto di Kechiche – la danza rappresenta per i suoi personaggi un momento di spossesione e liberazione al puro impulso: si pensi agli splendidi istanti in cui Adele balla sulle note di “I follow rivers” al tramonto in La vita di Adele).

Mektoub Canto Due è tutto ciò che ci si potrebbe aspettare dal ritorno di Kechiche: ancora più forte, ancora più rabbioso (c’è molta rabbia in questi film, nel secondo Mekto emerge molto più chiaramente rispetto a Canto Uno).
Se Canto Uno era il canto della giovinezza e della bellezza Canto Due sembra guardare anche altrove, verso gioie meno aggraziate e verso corpi più sofferenti.
A dominare tutto come sempre la luce, bellissima, una luce solare che irradia ogni cosa e sembra guidare i personaggi nelle loro scelte, nei loro flirt, nei loro sbagli.
Tutto si fa carne e tutto si fa luce nel cinema di Kechiche, anche in questo secondo Canto, a tratti tragico ma sempre profondamente innamorato.

