The Fin

[Locarno] The Fin – Syeyoung Park

Presentato alla 78°esima edizione del Festival di Locarno nella sezione Cineasti del Presente, The Fin parla di un futuro dispotico in cui a causa del deterioramento climatico il cielo è diventato rosso e alcuni uomini hanno subìto delle mutazioni. Questi reclusi, chiamati “Omega”, vivono al di fuori di una barriera in quella che è una Corea del Sud unificata alla Corea del Nord. Gli Omega, oltre all’aspetto mutato, hanno alterate anche le corde vocali, capaci di uccidere con un solo urlo.

È sempre interessante vedere un film a basso budget destreggiarsi con ambizioni da blockbuster. E The Fin riesce a mascherare abilmente la sua amatorialità grazie anche a trucco prostetico e bei VFX, o il ricorrente uso di colori sporchi che bene si abbinano agli ambienti sudici e maltenuti. Il patto con lo spettatore è mantenuto, tanto che a volte ci si dimentica dell’effettivo budget del film davanti a una messinscena furba a nasconderne i limiti. Un paragone opportuno stilisticamente parlando può essere fatto con L’elemento del crimine di Lars Von Trier, anch’esso surreale, distopico e psichedelicamente colorato. A essere il centro del pregiudizio e dell’odio sono sempre i diversi, gli Omega, esclusi da una società ambigua che ha perso i valori umani di un tempo, istantaneo è l’esempio del personaggio di Su Jin, una giovane così immersa in una persecuzione che di fatto non è sua che finisce per diventare parte di quel sistema che la controlla da sempre.

Antitetico è invece il percorso che compie una determinata pinna (da qui il titolo The Fin) nel film, reliquia di un’umanità rinnegata e desiderio di redenzione e “riposo eterno”. La pinna è anche reliquia del corpo e della trasformazione della società in un futuro così ambiguamente imprecisato. Mia è un’Omega nascosta immersa nella società che le dà la caccia e alla quale cerca di avvicinarsi fino al ricevimento della pinna, anche simbolo della propria identità. Peccato che tutto ciò emerga dopo un inizio parecchio divagante di cui le cose che rimangono veramente sono solo i paesaggi postapocalittici. Una volta ingranato ci si trova davanti a un bel miscuglio di atmosfere, dalla frenesia delle strade al silenzio degli ambienti in solitaria, dal marasma di una pescheria al colpo secco di uno sparo. Se il neo-noir surreale ha spesso giocato con personaggi in cerca della propria umanità (Strange Days di Kathyrin Bigelow o Blade Runner di Ridley Scott in primis) e attorno a loro la desolazione che provano dentro (Cure di Kiyoshi Kurosawa), The Fin non fa eccezione, riuscendo a creare un efficace filtro della nostra società attuale, estremizzando l’astio che si prova per il ceto più basso e toccando tematiche come quella della deportazione o del rinnegare la propria famiglia. In un mondo privo di pensiero singolo è il collettivo a contare e non si può fare nulla davanti alla negazione del proprio essere. La decadenza degli ambienti al di fuori delle mura o degli interni più deturpati poco differisce dai quartieri più poveri e bistrattati delle grandi metropoli, con tanto di evidentemente riferimento ai lavori delle classi sociali più basse, primi su tutti i pescatori ed i venditori.

Funziona bene il voiceover che accompagna l’inizio e la fine del film, probabilmente la parte più affascinante. La digressione offerta dalla voce narrante mostra un mondo pieno di anime tumultuose che non possono neanche morire veramente dovendo ripercorrere delle strade già attraversate in vita, il tutto con questo tramonto rosso sangue e il male che si mescola con immagini sempre più deformi. Se nella vaghezza trova il suo punto di forza, purtroppo aveva probabilmente bisogno di una durata leggermente superiore che potesse sdoganare al meglio il rapporto tra Su Jin e May. In conclusione, The Fin offre più di uno spunto di riflessione e colpisce anche sul fronte visivo, i problemi si trovano nella gestione della narrazione e dei personaggi. Poco male, resta una visione singolare ed intrigante.

Classificazione: 3 su 5.

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