[Locarno] Tabi to Hibi – Two Seasons, Two Strangers

Quelle stagioni non torneranno mai più

Un film che imita la vita e una vita che imita i film.
Per Shô Miyake l’incontro con l’altro può curare le nostre ferite, almeno fino all’arrivo della prossima stagione.
Fino al momento in cui dovremo di nuovo metterci in viaggio, dentro e fuori di noi, da soli. Pardo d’oro a Locarno78.

Trama:

Li, sceneggiatrice sudcoreana migrata in Giappone, pensa di non avere abbastanza talento.
In cerca di idee per la sua prossima sceneggiatura a tema ninja e “in fuga dalle parole”, parte per un viaggio in solitaria.
Arrivata a destinazione, Li viene sorpresa da un’abbondante nevicata.
Ma gli imprevisti non sono finiti: gli hotel sono pieni. Non le resta che seguire i suggerimenti di una donna e raggiungere una locanda sulle montagne, dove troverà sicuramente un letto per dormire.
Prima, però, c’è un altro film da vedere.

La creazione

Scena 1, interno. Li (Shim Eun-kyung) conta le parole.
Un suono di carta che si macchia (che tanto piace a Kawai Takamitsu, sound designer).

Stacco.
Nagisa (una straordinaria Yuumi Kawai) dorme in macchina.
Contava le pecore, prima di essere risvegliata dalla matita della sceneggiatrice per film e dorama.
L’immaginazione di Li prende forma sullo schermo dello spettatore extradegietico e diegetico.
Più tardi, infatti, scopriamo che alcuni studenti di cinema stanno assistendo – insieme al regista senza nome e alla stessa Li – alla proiezione del film con Nagisa, ispirato al racconto Umibe no Jokei di Yoshiharu Tsuge.

È estate, siamo in una località balneare ed è tutto blu, anche le foglie (fotografia di Yuki Tsukinaga).
Nagisa si separa da un gruppo di amici e inizia a vagare per il paese.
Una visita al museo per scoprire le usanze degli antichi abitanti del luogo e poi, su una spiaggia non frequentata da turisti, l’incontro con il giovane Natsuo (Mansaku Takada, che è venuto a trovare i parenti e in precedenza si è allontanato dall’invadente amica italiana di Nagisa).

I due, immediatamente, entrano in sintonia e intrattengono conversazioni sul più e il meno.
Nagisa dice che stare in un posto del genere la fa sentire nuovamente viva.
Lo stesso vale per Natsuo.
Passeggiano e trovano un pesce senza testa. È un presagio di morte?
Natsuo racconta di quando, da piccolo, il mare gli consegnò il corpo di una donna che teneva tra le braccia un bambino. Una storia spaventosa, per lui. Una storia triste, per lei.
E quella che stiamo guardando, che storia è?

Si fanno discorsi sulla sfortuna, sulla rinascita e ci si chiede quanto sia distante l’orizzonte. Cala la notte e i due si danno appuntamento per il giorno dopo. Stessa spiaggia, probabilmente dopo pranzo.
È estate e piove, Nagisa non ha più il cerotto al dito medio.
Una ferita in meno rispetto al giorno prima. Comunicare è difficile, ma potrebbe guarire.
Natsuo le ha portato del mitsumame: è buonissimo, perché sa di mare.
È l’ultimo giorno di vacanza per la ragazza. L’ultima occasione per un bagno in compagnia.

E dopo? Dopo non ci si vede più. Si torna alla vita, sì, ma di Li.

Il mare è mosso, e le labbra dei giovani diventano blu. Ci sono dei pesci, ma Natsuo non li vede. Decide di cercarli, tanto è un abile nuotatore.
Nagisa torna a riva, tre cucchiaiate di mitsumame: è buonissimo, perché sa di mare.
Nel mentre, Natsuo ha trovato i pesci e nuota con loro.
Il mare è sempre più mosso, la pioggia sempre più incessante.
Nagisa, protetta da un ombrello, osserva il giovane nuotare.
Ammira il suo stile e ne rimane folgorata.
È un’immagine indimenticabile, che chiude il film nel film.

E ci lascia con tanti interrogativi.
Che cosa abbiamo visto? Una storia spaventosa o triste?
È l’inizio di un amore o un addio con un cerotto in meno?
Natsuo tornerà a riva o dove tutto ha avuto inizio?

Domande senza risposta, le nostre. Q&A di fine proiezione per tutte le altre.
Rieccola, Li, che rivela di non sentirsi molto portata per quello che fa. Per qualcuno il suo doveva essere un film sul viaggio, per altri una storia sulle solitudini di due giovani. Per il professor Uonuma (Shirō Sano), che sembra conoscere bene Li, è un film sensuale.

Rimasto solo con la sceneggiatrice, il professore le consiglia di non prendere il suo lavoro troppo sul serio: le cose che vedono gli spettatori sono solo le cose che stanno cercando. E allora, cosa bisogna fare?
Un colpo di tosse, stacco. Nuova storia di Yoshiharu Tsuge (Honyara-do no Ben-san), nuovo film.


La creatrice

Li si trova a casa del gemello più giovane di Uonuma, deceduto da tempo (indefinibile).
Qui riceve in regalo una fotocamera analogica appartenuta al professore, un occhio nuovo per vedere le sorprese che la vita riserva e sentirsi un po’ più vivi.
Catturare le cose che non possono ancora essere descritte a parole: è quello che vuole Li.

Scena 2. Esterno. Li è circondata da un paesaggio innevato.

È partita, in cerca d’ispirazione per nuove sceneggiature e di un posto dove passare la notte, per sfuggire da un’imminente tempesta di neve. Si è portata dietro la fotocamera del professor Uonuma. E anche un po’ di sfortuna: le strutture alberghiere sono piene e occorre esplorare nuovi scenari.
Le consigliano una locanda sulla montagna. La prima sorpresa!

A darle il benvenuto, nel cuore della notte, è il proprietario Benzo (Shinichi Tsutsumi).
Di turisti, nemmeno l’ombra.
L’oste scopre che l’ospite è una sceneggiatrice.
Le rivela, inoltre, che apprezza i drammi con un po’ di humor. Le commedie, invece, non fanno per lui. Perché c’è bisogno di un po’ di tristezza in ogni racconto, e questa deve essere raccontata con il giusto rispetto. Chissà cosa avrebbe pensato del film con Nagisa e Natsuo. E chissà se Li se lo sta domandando.
Il giorno seguente, una nuova sopresa: pesce di fiume pescato da Benzo. Merita uno scatto. Sta raccogliendo materiale o sta scappando dalle parole, Li?

La donna non ha programmi. Si limita a osservare.
Ed è quello che facciamo noi spettatori: quando il dialogo è limitato, il nostro campo visivo si fa più ampio. E così, proprio come la sceneggiatrice, andiamo alla ricerca di informazioni che possano dirci di più su Benzo, che parla poco, a differenza di Nagisa e Natsuo.
Giovani e adulti: due estranei, due stagioni di vita differenti.
Perché l’uomo è sempre solo? Ha una famiglia? Come passa le giornate?

Li si mette a lavoro, mentre l’oste le suggerisce di scrivere una storia sulla sua locanda.
Più la sceneggiatura vende, più turisti verranno. La donna accetta, prima di rivelare la sua posizione di osservatrice privilegiata.
Ha notato che nella locanda c’è una gabbia in legno per conigli, sulla quale è possibile leggere il nome dell’animale. Un nome che, con tutta probabilità, è stato scelto da un bambino.
Inoltre, sui Fusuma sono presenti disegni che non sembrano rispecchiare la personalità di Benzo. Per iniziare a scrivere, deve saperne di più. L’oste dice che se ne sono tutti andati, senza dare ulteriori spiegazioni. Pensare di sapere potrebbe essere un errore. Questa sceneggiatura non s’ha da fare.
Si fa buio e ricomincia a nevicare.
Benzo consiglia a Li di scrivere una storia che faccia sentire il pubblico felice.
La donna guarda il suo alluce fuoriuscire da un calzino bucato ed ammette che non sa cosa renda le persone felici. In estate era un taglio, in inverno un buco.
Ma le idee dell’uomo sembrano non finire mai: al termine della notte c’è spazio per un ultimo viaggio.
Si dirigono verso lo stagno dietro la locanda per pescare.
Ma la sceneggiatura continua a cambiare direzione: ora i due camminano silenziosi, muovendosi come ninja, verso una dimora signorile, che si scopre essere abitata dalla nuova famiglia dell’ex moglie e dalla figlia di Benzo, che rifiuta un abbraccio. Forse perché l’uomo non ha fede.
L’obiettivo? Rubare una carpa ornamentale dal loro stagno.
Tanto non se ne accorgeranno mai. Ne hanno tante e i loro affari vanno alla grande.
Perché hanno fede.

Li perde la camera in mezzo alla neve e si convince che potrà ritrovarla la prossima primavera. I due tornano alla locanda e fanno una macabra scoperta: il pesce è morto durante il viaggio di ritorno.

L’avventura di una notte risveglia la felicità di Li, che confessa di essersi divertita come non mai. Inizia a vedersi mentre cammina con Benzo nella neve. Immagina le inquadrature per portare su schermo quei momenti (e sì, li pensa proprio come Sho Miyake).

Inizia a creare, di nuovo. Viaggi che aprono nuovi scenari, nuovi script, nuovi film.

Traduce i suoi pensieri in parole. Di nuovo una gabbia di parole.
Troppe per Benzo, che vorrebbe solo dormire.

Nel mentre l’ex moglie dell’oste ha ritrovato la fotocamera della sceneggiatrice e avverte le autorità, che raggiungono la locanda per fare qualche domanda ai ladri per una notte.

I due sono troppo onesti e confessano. Vediamo per qualche secondo Benzo in disparte, mentre fuma. L’immagine descrive perfettamente, forse più di tutte quelle che abbiamo visto in precedenza, la disperata solitudine dell’uomo e rimanda al film nel film, quando Nagisa si allontanava da tutto e tutti per accendersi una sigaretta.
La vita che imita i film, i film che imitano la vita.

Un poliziotto chiede a Li cosa voglia fare con quella fotocamera: la donna gli dice che le piace viaggiare, prima di scoprire che non ha visitato nessuno dei posti consigliati dall’agente. Solo le acque possono diventare fiumi di parole.

Benzo ha la febbre e si fa dare un passaggio in ospedale dalla polizia, lasciando sola la donna.
Lì si addormenta. Al risveglio vorrebbe cristallizzare i sogni per trasformarli in parole, ma l’acqua per lavarsi la faccia è troppo fredda e se li dimentica.

Ogni giorno passano due treni alla stazione più vicina alla locanda. Li vorrebbe ripartire ma Benzo non è ancora tornato.
Prima del finale, c’è tempo per tornare a scrivere a matita sul quaderno.
Scena 1…

Addio, cose che non riuscivo a esprimere a parole.
Addio, stagione che non tornerà mai più.

Classificazione: 4 su 5.

Recensione di Riccardo Turchi

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