[Venezia82] La Grazia: Ricordare, Vivere

Io quando ricordo muoio“.

Tantissimo si era speculato su “La Grazia” di Paolo Sorrentino, girato in pochi mesi e presentato in concorso a Venezia ad un solo anno di distanza da quel “Parthenope” che tanto ha fatto discutere e parlare di sé.

Dopo la presentazione, le chiacchiere non sono diminuite, ed il motivo è presto detto: Toni Servillo interpreta Mariano De Santis, presidente della Repubblica all’ultimo semestre del suo mandato. Mariano si trova costretto a prendere una scelta fondamentale: firmare o non firmare la legge sull’eutanasia?
Intorno a tutto questo i rimpianti sul suo passato, il ricordo della moglie Aurora morta ormai da tempo e un fantasma (un tradimento subito) che continua ad aleggiare intorno a lui.

Toni Servillo è Mariano De Santis

Io da allora non mi sono più mosso” ripete continuamente il Mariano De Santis di Servillo: un uomo che tanti stanno già considerando ispirato a Mattarella o a Giovanni Leone.
La verità è che Mariano è l’ennesima trasfigurazione del “melancolico” sorrentiniano, un Jep Gambardella ripulito dal vizio o ancora, più esattamente, una Parthenope cresciuta.

Perché molti potrebbero erroneamente dire e pensare che La Grazia sia un film estremamente diverso dal tanto discusso Parthenope. Di fatto non è così, nelle sue ultime due opere Sorrentino si avvicina con mano a quel particolare tipo di malinconia data dal rimpianto, se in Parthenope questa prospettiva è trasfigurata e coniugata con l’ideale di bellezza e di femminilità (oltre che di gioventù), ne “La Grazia” la prospettiva cambia spostandosi verso l’anzianità ed il dubbio.

Più che ai film “politici” tradizionali di Sorrentino (Il Divo o l’ormai leggendario Loro) La Grazia sembra rifarsi a Parthenope, anche per il suo approccio particolarmente meditativo, la macchina da presa si muove sinuosamente in ambienti quasi sempre interni scrutando le inquietudini di un uomo che mai ha fatto pace col suo passato.
Le uniche scene in esterna sono sulla terrazza del Quirinale, dove proprio durante l’aurora, Mariano ricorda l’amata che portava quel nome: non è un ricordo dolce, non è un ricordo che concede sollievo (in particolare c’è uno stacco di montaggio nettissimo fra la lucentezza del cielo in terrazza e un’inquadratura di Mariano nel buio che risulta potentissima in termini di forza oppositiva rilasciata, avviene proprio nel momento in cui Mariano pronuncia una frase manifesto di tutta l’opera: “Aurora, io quando ricordo… muoio“).

E poi ancora la politica, il dubbio intorno all’eutanasia che si lega a doppio filo con due casi di richieste di grazia.
Mariano è cattolico ma non ha la forza di “lasciarsi vivere”, da qui il dibattito sulla vita o la dolce morte che tanto lo assilla: non deve scegliere solo per la società tutta ma anche per se stesso.

L’approccio di Sorrentino al tema dell’eutanasia è proprio per questo motivo elegante e sottile: il film non fa mai un vero e proprio proclamo ma riesce invece a far valere le sue idee grazie alla forza intrinseca dello sguardo di Sorrentino, al modo in cui mette in scena il dubbio così tormentato di Mariano.
Torna il lirismo disperato che già avevamo conosciuto in determinate sequenze de “La Grande Bellezza”, il personaggio di Mariano (ancora come Jep) sembra condannato all’infelicità: sorprende e stupisce quanto poco pesi nell’asse emotivo del film il suo essere Presidente della Repubblica, il focus sta al contrario tutto nel suo essere un uomo che vive nel dubbio, ossessionato dal desiderio di sapere, un moderno Ulisse che è tormentato dalla possibilità di spingersi oltre il possibile: conoscere un segreto di 40 anni fa, decidere della vita e della morte.

“La Grazia”

La regia di Sorrentino intesse un sentimento di morte intorno a Mariano, da applausi un momento di mdp a mano (espediente particolarmente raro nel cinema di Sorrentino) che accompagna la lettura di Mariano di una lettera di un richiedente Grazia.
Un movimento di macchina a mano che sembra quasi ricordare il modo in cui li utilizzava Kubrick: inserendoli come mine impazzite nel tessuto del racconto, per pochi secondi, in quei momenti che vanno a minare la certezza, a rappresentare il crollo o, ancora, il dubbio (un esempio su tutti: Barry Lyndon).
Come non citare l’assoluta commozione che si prova nei momenti in cui entra in scena Coco Valori (Milvia Marigliano), amica di infanzia di Mariano e così legata a lui e ai suoi rimpianti.
Poi ancora il rapporto con la figlia Dorotea (Anna Ferzetti), commovente nella sua totale assenza.
La vita di Mariano appare vuota e privata di tutta la “grande bellezza” che tanto si cerca: una figlia di cui non riesce a godere, un ricordo che non puo’ più coltivare, una carica che non sente di meritare.

Tanto si parlerà e tanto si discuterà de La Grazia, concentrandosi probabilmente sul suo aspetto più politico e polemico (la netta presa di posizione pro-eutanasia): giusto che si faccia, fondamentale. Ma rischia di perdersi il dibatitto sul cinema nel marasma: un cinema stupendo, mai così sincero, meditativo e innamoratissimo della vita come già era Parthenope (un film frainteso proprio in ragione della sua complessità emotiva).

Mariano De Santis è un Toni Servillo di cui si parlerà per anni: una prova interpretativa ai limiti della perfezione maniacale.

Per la prima volta dopo tantissimi anni Sorrentino sembra lasciarci non con una domanda ma con un’affermazione:
Oltre il dubbio, oltre il passato, le stelle ci sono ancora.

Classificazione: 4.5 su 5.

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