[Venezia82]  No Other Choice – L’impossibilità del bene

No Other Choice è il nuovo film del maestro Park Chan-wook presentato in anteprima alla 82ma Mostra del Cinema di Venezia,  con protagonista Lee Byung-hun. La trama ruota attorno ad un uomo, You Man-su, licenziato dal suo lavoro che deve patteggiare con la tragedia inaspettata e sostenere la famiglia lungo questa crisi economica. Troverà la soluzione ai suoi problemi nell’uccidere tutti gli altri candidati a un posto di lavoro per poterlo ottenere lui.

“Non c’è nessun’altra scelta.”

“Non è colpa mia se mi hanno licenziato”

“La mia famiglia mi supporterà nel trovare un nuovo lavoro”

“Non c’è nessun’altra scelta”

È questa la frase usata dai superiori di You per giustificare il suo licenziamento e allo stesso  tempo il ritornello che tutti i lavoratori ripetono per autoconfortarsi nel centro di aiuto psicologico. Ci troviamo in una Corea totalmente industriale e americanizzata dove trovare sostentamento non è facile.

Park ci mostra da vicino lo sconforto che vive la famiglia del protagonista costretta a dover cambiare stile di vita repentinamente in una realtà così veloce da poter capovolgere certezze in una sola giornata. O sei dentro o sei fuori. O hai i baffi o no. E se hai baffi allora fai parte della società e puoi guardare i volti dei tuoi superiori senza essere accecato dal sole.Il film inizia con una scena idilliaca, quasi pubblicitaria, che ritrae il protagonista con la sua famiglia, puntando l’attenzione sulla loro bellissima casa, sui loro cani e sull’affetto reciproco che provano l’uno verso l’altro. L’evoluzione più interessante è proprio questa poichè ognuno degli elementi prima citati nel film viene allontanato o subisce una profonda crisi.

Se in Decision to Leave il detective Hae Joon trascura la sua vita privata per il lavoro che a tutti gli effetti la rovina, si pensi alla sua insonnia, You è fiero del suo lavoro ma ancora di più della sua identità da padre (anche verso il figlio maggiore che non è suo) e marito. Il film attinge alla deriva più comica di Park, di stampo sicuramente asiatico ma con toni spesso americani, un po’ come Parasite, che aveva già fatto capolino nella scena delle tartarughe del precedente Decision to Leave, unendo black humor a satira e violenza, tema molto caro al regista coreano.

In Park la violenza è schietta, soprattutto covata, spesso figlia del desiderio di vendetta, sentimento ritratto come inutile e cieco. Anche qui la vendetta è alla base della caduta morale di You ma il suo sconforto viene accentuato dall’alienazione tecnologica e sociale attorno alla quale vive e dalla quale è dipendente. La violenza infatti insorge solo dopo un lungo preambolo su chi viene estromesso dal mondo del lavoro non riesca a sopravvivere nella quotidianità (come in questo caso You). Le vittime sono altri licenziati, che segnano da vicino il protagonista, chi per problemi di coppia, chi per l’affetto con la figlia, ma entrambi i personaggi dimostrano come You debba contraddire la sua esistenza per poterci tornare. You non è un assassino. Non sa fare l’assassino, pur essendo straordinariamente meticoloso e calcolatore. Si sente legittimato dalla promessa del “non c’è nessun’altra scelta”, si sente quasi giustificato a fare quello che fa per amore della famiglia.

Come ogni grande maestro anche Park si rinnova. La violenza di No Other Choice è goffa, artificiosa, inutilmente intricata, quasi accidentale e spesso impacciata, originata da un personaggio che la comincia a valutare col tempo, arrivando poi alla piena consapevolezza delle sue azioni solo sul finale.

Spettatore silente è il verde del film, motivato dall’amore di You per l’agricoltura, contorno dei momenti più calorosi, testimone delle azioni più efferate compite, habitat degli esseri più inaspettati e potenzialmente pericolosi, come il serpente.

Altro personaggio essenziale per comprendere la psiche del protagonista è la moglie Lee, il punto di vista esterno della vicenda. Il rapporto tra i due, dapprima ideale (come anche quello coniugale del protagonista di Decision to Leave) col passare del film diventa un vero climax di silenzi che raggiunge il suo apice con una strabiliante scena in camera fissa mentre i due si guardano faccia a faccia o un’ altra al telefono in cui, seppur fisicamente distanti, l’inquadratura li sovrappone avvicinandoli emotivamente in senso simbolico.  Nessuno dei due coniugi ha mai sentito la figlia suonare il violino, pur pagando lezioni e ricevendo continui ed estasianti complimenti. La bambina stessa parla poco e quel poco che dice sono frasi già pronunciate da qualcun’altro. I problemi in famiglia esistevano già prima, ma è la difficoltà economica a farli emergere vividamente.

Probabilmente ciò che eleva di più il film è proprio questo continuo gioco di regia e montaggio che gioca con l’immagine e la mescola tra diverse inquadrature, creando figure geometriche e disfacendole, abbellendo certi momenti con la musica e riempiendo la storia di piccoli flashback. La caduta morale del protagonista è quindi sempre mostrata dal punto di vista dei familiari, del suo affinare gli omicidi e del freddo traffico urbano che imperversa per le strade.

E tutta l’apparente comicità del film scompare. Tutto ciò per il quale prima si rideva viene rivalutato. A un certo punto non rimane niente della montagna russa vissuta fino a quel momento, solo volti silenziosi che hanno vissuto tanto e nascondo qualcosa. Volti che si aggirano in un mondo vuoto e cattivo, che scatena il peggio delle persone, e che solo nella loro incomunicabilità rivelano il vero suono di un violino. E sentire il risultato di anni di studio e sprono borghese nella piccola Si-One porta alla realizzazione della vita di menzogne e non detti che si è costruita col tempo. Un grande abbaglio che lacera, non un investimento

Tutto asettico in fabbrica, prima l’hanno abbandonata le anime e adesso anche gli esseri umani, lasciando il posto solo alle macchine. Intere sale di confronto sono piene di uomini licenziati che si ticchettano la testa per andare avanti, alcuni di loro addirittura seguono e si inginocchiano ai piedi dei superiori anche quando sono in bagno per farsi assumere.  I grandi capi sono spesso coperti da un raggio di luce solare che impedisce ai candidati di riuscire a vederli. Tutti abbiamo dei maiali nascosti sotto il nostro giardino, e in fin dei conti lo sappiamo. I valori morali non si adattano più all’uomo moderno. Non c’era più nessun’altra scelta. Ma per cosa?

Classificazione: 4 su 5.

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