[Venezia82] After the Hunt – Guadagnino con il suo film più coraggioso

È stato presentato fuori concorso a Venezia il nuovo film di Luca Guadagnino, After the Hunt. Presentandosi con un folto cast di attori conosciuti tra cui Julia Roberts, Andrew Garfield e Ayo Edebiri, il film si propone come quello con la tematica più attuale nella filmografia del regista: Alma (Julia Roberts), stimata professoressa di filosofia a Yale si ritroverà a dover difendere il suo amico e collega Hank (Andrew Garfield) dalle accuse di molestia di una studentessa.

“Non tutto ha lo scopo di metterti a tuo agio”

Al giorno d’oggi la società è piena di correnti di pensiero e movimenti diversi che quotidianamente si scontrano tra di loro ed anche il cinema è uno dei vari campi di battaglia. Negli ultimi anni si è parlato di woke, di inclusività e di femminicidio in continuazione, soprattutto grazie all’importanza mediatica che i social stanno acquisendo. Una sola intervista, un solo post, un solo commento e tutti quanti sapranno cosa si ha da dire, una tecnica tanto efficace quanto spregevole che può rovinare vite nel giro di poco tempo. E in questa bufera mediatica e culturale, in cui cercare un confronto tra pensieri diversi equivale a camminare su un filo spinato, Guadagnino riesce perfettamente a dare una visione cristallina di due generazioni diverse senza mai schierarsi.

Alma (Julia Roberts) ed Hank (Andrew Garfield)

Ma perché After the Hunt non ha convinto molti che lo hanno visto in anteprima? Luca Guadagnino non è un regista che si crogiola su di un marchio di fabbrica stilistico /narrativo che finisce per essere ripetuto in ogni suo film (come è accaduto a Wes Anderson), cerca anzi di reinventarsi ad ogni nuovo progetto, variando di soggetti, attori e tecniche. Questo è principalmente il motivo per cui un film come After the Hunt sia risultato (oltre alla sua tematica spigolosa) così divisivo: non incarna nulla che (fino ad ora) si sia visto nella filmografia di Guadagnino.

Stessa ragione per la quale Queer (probabilmente fino ad adesso il suo capolavoro) sia stato così sottovalutato dopo un Challengers che aveva convinto quasi tutti. I colori, la musica, la gestualità, per Guadagnino il processo visivo è personale per ogni film e non un continuo adattarsi. Non c’è la vitalità sessuale di Challengers, la malinconica follia di Queer o la giovanile voglia di fuggire di Bones and All, solo una donna vestita con abiti eleganti su di una poltrona di lusso che si trattiene dall’urlare di dolore. Un urlo che male si abbinerebbe all’intonaco delle sue pareti o all’autorità della sua posizione lavorativa.

Uno splendido campo/controcampo tra Maggie (Ayo Edebiri) e Alma

Se la messa in scena di Queer aveva pretese più oniriche, concedendosi molte più libertà, After the Hunt lavora di inquadrature strette, con campi e controcampi, molto spesso per creare un’atmosfera più claustrofobica. Anche la musica è sempre soffusa, dai brani classici nei salottini agli Smiths a basso volume nei locali: un diegetico che fa risaltare i dialoghi enfatizzandoli naturalmente.

La gestualità e gli sguardi qui sono più importanti che mai perché anche una singola mano che si appoggia amichevolmente alla spalla di un personaggio gioca un ruolo importante nella composizione armonica della scena. I dialoghi sono la componente più importante del film, accentuati da ogni altro elemento e riescono sorprendentemente a ritagliare (nel mezzo della culture war presente nel film) momenti riflessivi tra Alma e il marito in cui la protagonista riesce a riprender fiato e tirare le somme di quanto accaduto.

La musica non originale è totalmente diegetica, spesso ascoltata dai personaggi nei bar o dal telefono.

Guadagnino sceglie di innestare un dubbio (di vinteberghiana memoria) all’interno di una classe sociale fatta di salottini e apparenze, citazioni che si sprecano e moine per coprire antipatie (o simpatie intime) personali, un L’Enfer di Claude Chabrol ancora più pieno di apparenze.

La formalità apparente del film è anche preannunciata dai titoli di testa che ricordano molto quelli iconici di Woody Allen. In una normalità così sgargiante quanto illusoria inizia la crisi delle certezze, qui rappresentata dalla voce della molestia, elemento che non passa di certo inosservato data la personalità combattiva della nuova generazione, gli universitari. In questa culture war Guadagnino decide di farci immergere in prima persona, dandoci tesi e antitesi del dubbio che Alma cerca di comare, partendo dal sessismo “involontario” di Hank fino alla sessualità della studentessa Maggie e alla sua propensione per la polemica. E non è facile al giorno d’oggi criticare anche la nuova generazione, che spesso si difende con la scusa del voler essere inclusivi e progressisti per non essere criticabili. Generazione a cui non dispiace affatto quel momento di scalpore o vittimismo, senza fermarsi a riflettere. Allo stesso modo il disagio sociale è causato dall’inappropriato comportamento di personaggi adulti come Hank, che mascherano con l’ironia pensieri decisamente vetusti e usano le evidenti fallacità dei movimenti giovanili per avvalorare le loro tesi.

L’importanza della gestualità nella scena e nella sua costruzione visiva.

L’argomento più delicato, che il film affronta con sorprendente sicurezza, è quello dell’importanza delle parole, capaci di distruggere una carriera o creare inutili schieramenti.

Alma si muove dentro interni che conosce a memoria non facendo altro che discutere e rimuginare, forse cercando conforto nei pensieri di quei tanti filosofi che hanno influenzato il quotidiano, mettendoli in dubbio e trovando delle soluzioni alla spocchia di certi giovani. Ma After the Hunt non è un film che guarda con nostalgia al passato (un passato che qui è portatore inconsapevole di quella visione patriarcale che ha dominato per tanto tempo) . Guadagnino non fa sconti per nessuno dei personaggi (forse singolarmente solo il marito di Alma ne esce meglio). Al contrario evidenzia nel film questo muoversi tra diversi tipi di bugiardi e mostri lasciando loro addosso il lessico forbito e le apparenze a cui tanto credono. Il regista non sottrae mai lo sfarzo dagli ambienti attorno, ma li illumina con una nuova luce, quella di un teatrino di burattini protagonisti dei disagi del vivere in questi anni.

CUT!

Classificazione: 4 su 5.

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