All’82esima Mostra del Cinema di Venezia oltre ai titoli più attesi è stato presentato anche Barrio Triste, nuova opera prodotta dalla EDGLRD (compagnia fondata da Harmony Korine). Il marchio produttivo e la notizia delle musiche composte da Arca hanno ovviamente attirato l’attenzione dei molti cinefili presenti alla Mostra.
Barrio Triste è diventato, già prima della proiezione, un piccolo caso degno di essere discusso e visto.

Ma com’è Barrio Triste?
Diretto da Stillz (fotografo e videomaker colombiano), il film sembra inserirsi in quel “post-mondo” Koriniano ritratto in film (prodotti da EDGLRD) come Aggro Dr1ft e Baby Invasion.
A differenza degli ultimi film di Korine, Barrio Triste non si svolge però in una dimensione visiva astratta ma nella concretezza del nostro mondo, sporco e malfamato.
Ci troviamo infatti in un ghetto (il barrio, appunto) dove un paio di ragazzini rubano una telecamera e con quest’ultima si muovono attraverso la povertà dei vari quartieri filmando una serie di rapine e di piccoli crimini (da notare come nell’inquadratura sia costantemente rappresentato il “punto di vista” della telecamera stessa).

Musica d’ambiente ininterrotta e un finale che sfocia nel mistico non possono non rimandare all’impostazione visiva di Baby Invasion, film presentato proprio alla Mostra di Venezia un solo anno fa.
Le due opere sembrano dialogare profondamente: entrambe ritraggono una violenza disincarnata e inutile, muovendosi lontani da un qualsiasi tipo di progressione narrativa, trascinando lo spettatore verso un ascesi quasi mistica.
Appare dunque evidente il perché Korine abbia voluto produrre Barrio Triste.
Vero è, purtroppo, che si ha la sensazione di guardare un film di Korine, senza che a dirigerlo sia Korine, mancando la forza delirante (ma piena di significato) delle opere del regista americano.
In Barrio Triste il senso di “violenta preghiera” tipico dei film di Korine emerge solo a tratti, a rendere interessante l’operazione nel suo complesso è invece lo spostamento di quel tipo di estetica post-modernista e tendente al kitch in un ambiente visivo molto retrò (quello dei filmati da telecamera anni ’90).
Un po’ come se Baby Invasion fosse girato nello stile di Gummo o di Julien Donkey Boy.

Interessante la riflessione sulla rappresentazione della violenza, anche quest’ultima derivante dal pensiero koriniano. Oggi viviamo in un mondo e in una contemporaneità in cui la violenza è stata iper-rappresentata, stilizzata, vista e rivista, come renderla allora ancora significativa?
Come far percepire il dolore in un’immagine di violenza?
Sia Korine che Stillz sembrano rispondere con la post-immagine, slegata dalla temporalità e da qualsiasi significanza concreta.
A dividere i due è l’approccio: se Korine si è spostato nel mondo digitale tra intelligenze artificiali, onde di suono e luci totalmente innaturali, Stillz sceglie di buttare la sua opera nel fango del barrio, in un’estetica low-fi che ci riporta indietro di almeno 20 anni. Sembra pero’ non lasciare spazio alla gioia e alla luce, che nonostante tutto, non mancano mai nel mondo di Korine.
A mancare è forse una chiarezza di intenti che sia realmente programmatica.
Il film si risolve a tratti più in un divertissement che in riflessioni realmente profonde (per agganciarci a quelle dobbiamo fare riferimento al corpus Koriniano).
D’altronde, siamo in una fase di rielaborazione generale del nostro immaginario, e opere come quella di Stillz (che ricordiamolo viene, in maniera molto evidente, dal mondo del videoclip) ci ricordano che se è vero che tutto è stato filmato siamo ancora lontanissimi dal dire che tutto è stato filmato in qualunque modo.
I modi sono infiniti, tutto può essere mostrato e messo in scena sotto nuova luce, anche una cosa semplice come un bambino che cresce nella povertà e compie un gesto violento non avendo altra alternativa.

