Una Battaglia dopo l’altra: da chi ricomincia la rivoluzione?

Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another) è il nuovo film del maestro Paul Thomas Anderson nonchè il secondo del regista (dopo Vizio di Forma) ad essere l’adattamento di un libro di Thomas Pynchon, in questo caso Vineland. All’interno del cast Leonardo di Caprio, Sean Penn e Benicio del Toro. Il French 75, un gruppo di ex rivoluzionari, finirà tra le mira del comandante Steven J. Lockjaw (Sean Penn); quando 16 anni dopo la caccia dello spietato comandante si sposterà a Baktan Cross, dimora dell’ex rivoluzionario Bob Ferguson (Leonardo di Caprio), e coinvolgerà anche la figlia di quest’ultimo, Willa (Chase Infiniti), lo spirito anarchico di diversi personaggi si risveglierà e si riverserà per le strade e i deserti nelle vicinanze.

Partiamo innanzitutto dall’altro romanzo di Pynchon adattato per lo schermo da PTA, Vizio di Forma, un film fortemente sedimentato nella sua epoca, l’America post anni 60, quella dei figli dei fiori e dell’abuso di sostanze, ma anche l’America dei complotti e delle corporazioni segrete che controllano o desiderano controllare. Corporazioni sempre velatamente presenti nel cinema di PTA, dalla Golden Fang di Vizio di Forma a “La Causa”, la proto-Scientology guidata da Philip Seymour Hoffman in The Master al “Christmas Adventurers Club” di Una Battaglia dopo l’altra, una setta dalle pratiche sopra le righe di suprematisti bianchi (altro parallelismo con l’altro film tratto da Pynchon). Il desiderio di controllo è una variabile che si muove in modi diversi nel cinema di PTA, e spesso vi è al centro il media televisivo o cinematografico. Da tutti i dissapori che genera il programma televisivo “What do kids know?” in Magnolia all’ingenuo desiderio di sfondare il lunario di un giovane Gary Valentine in Licorice Pizza.

Il contrasto generazionale è forse uno dei temi preferiti del regista, ed era già evidente in Magnolia, film espressamente ispirato al capolavoro di Robert Altman “America Oggi”, padrino spirituale di Anderson. Contrasto che si ripropone oltre 25 anni dopo con Una Battaglia dopo l’altra. Willa eredita tutte le colpe dei genitori, dalla caccia di Lockjaw al non poter possedere un cellulare o vivere isolati da tutto. Il suo personaggio comincia ad avere più importanza man mano che avanza il film, mostrando come inevitabilmente finisca anche lei nell’unirsi volontariamente o indirettamente nel continuo inferno iniziato dal French 75. Un inferno che al giorno d’oggi si è evoluto, diventando più subdolo e nascosto, come il Christmas Adventurers Club.

Una Battaglia dopo l’altra è un film fatto di tradimenti, dai più insignificanti e volti a far avanzare la trama ai più pieni di pathos e inaspettati. C’è una forte paranoia nei rapporti sociali, esternata da codici segreti, alleanze e imprevedibili risvolti narrativi di un ordine gerarchico che man mano avanza il film ci si chiede quanto sia stratificato. Anche il più inaspettato infermiere può essere tuo alleato, devi solo dirgli la frase in codice. Quel tipo di paranoia che in una contemporaneità così volubile è alla merce di chiunque. All’interno della filmografia del regista, One Battle After Another rappresenta quasi un ritorno alle origini: a fine 90 e inizio 2000 il successo del giovane regista fu determinato molto anche da questo suo entusiasmante e talvolta volutamente virtuoso slancio vitale. Un modo di raccontare così fuori dalle righe che tutti sul set di Boogie Nights temevano fosse più un film per adulti che uno hollywoodiano, e che portò il grande Burt Reynolds a criticare il giovane Anderson da lui definito “egomaniaco”, intimandogli di andare a girare porno. Ma allo stesso tempo è stato proprio questo suo continuo azzardo a permettergli un’ascesa rapida nell’Olimpo del cinema contemporaneo.

Leonardo DiCaprio e Benicio del Toro

La maturità di un regista spesso la si riconosce quando nel tempo riesce a contenere questa vitalità in relazione al progetto che ha davanti, e questo lo si nota soprattutto con Il Petroliere. Con Licorice Pizza e Una Battaglia dopo l’altra torna invece questa esuberanza che caratterizzava i suoi primi lavori. In Licorice Pizza già si intravede il discorso sulla paranoia e il delirio che si riversa per le strade americane, e che vedremo in One Battle After Another, tra assassini a piede libero, carenze di petrolio e inganni elettorali. Non ci vuole molto per notare quanto la rivolta di Baktan Cross ricordi spaventosamente quelle in Turchia dell’anno scorso, o i continui scontri tra potere ed opinione pubblica. Non a caso Baktan Cross è un covo di immigrati ispanici, un paesino sperduto e quasi insignificante di cui ci vengono solo mostrati la sua scuola, il suo supermercato e tante palazzine. Emblematico infatti il contrasto tra l’epicità nei toni del film e la semplicità delle ambientazioni, quasi da western contemporaneo.

Il caos nel quale il film degenera si riflette anche nelle zone desertiche dell’America. Già iconica è la tranquillità del sensei Benicio del Toro, che vive la rivolta con nonchalance come se fosse preparato da sempre a quel momento. E tutto questo marasma nasce da una contraddizione del colonnello Lockjaw, un segreto ripudiato che genera fervore e sangue inutile. Un desiderio di aderire all’alta elite dovendosi però ripulire gli stivali, ciò che ci si trascina dietro come Stato che ha generato così tanto odio. Questo perché l’incessante battaglia a cui allude il titolo al giorno d’oggi è burocratica, mediatica, psicologica. Il potere stesso risucchia ogni tentativo di fuga (o di redenzione) in un’interminabile spirale di fallimenti moderni.

La componente action non poteva che essere una naturale conseguenza: travolgenti le riprese degli inseguimenti, su e giù per il deserto, ricordando quelle di film come Bullit. La violenza irrompe, a volte anticipata, altre no, in un reciproco e continuo inseguimento e gioco di ruoli. È anche evidente una continua maturità artistica del regista, che qui passa da lunghe inquadrature fisse a primissimi piani con camera a mano, spesso molto opprimenti . I rapporti tra personaggi sono ambigui, non convenzionali ma assolutamente plausibili e chiari, da una madre dall’odio narcisistico a una figlia in preda al caos ma con la tranquillità nel volto. L’umanità del film trascende i rapporti umani e rende la nuova generazione capace di scegliere tra l’America che hanno ereditato, corrotta e contraddittoria, ed una putativa e ideale, quella che ha insegnato loro i valori per i quali combattono. È da quell’America che deve ripartire la rivoluzione.

[Spoiler] Perché Steven J. Lockjaw ci fa così paura?

Steven J. Lockjaw (Sean Penn) normalizza il suo odio e la sua misoginia. Non vede il potere come un’ideologia, ma come un’abitudine. Tutto nel suo portamento intimorisce, dalla sua costante marcia, alle sue smorfie, all’impressione che sia un carico di dinamite pronto ad esplodere. Viene presentato a inizio film in maniera singolare, obbligato da Perfidia a farsi venire un’erezione, e poco dopo lo vediamo masturbarsi su di lei attratto da quella figura tanto ostile. Lockjaw è imbarazzante. Si piega come un manichino, sia a una donna nera che a un’elitè come la Christmas Adventurers Club. Vorrebbe così tanto far parte di questo club che deve sbarazzarsi della sua presunta figlia. Mai un briciolo di emozione, solo vergogna. Steven J. Lockjaw è una macchietta patetica che si atteggia a uomo da temere, ed è proprio ciò a renderlo un gran personaggio.  A lui non viene applicato alcun filtro cinematografico (se non quando sopravvive allo sparo), nessuna scena davvero epica, solo un uomo come (purtroppo) ne esistono molti. E Sean Penn è riuscito a veicolare un’interpretazione degna di essere ricordata nella storia del cinema.

Classificazione: 4.5 su 5.

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