Il Mago del Cremlino – Le origini della politica moderna

Con fare luciferino, Vadim Baranov, il Mago del Cremlino, si aggira tra le camere del potere; l’unica cosa di cui è certo è la sua influenza sullo Zar: Vladimir Vladimirovič Putin.

La seconda italiana de Il Mago del Cremlino, al France Odeon di Firenze, è stata preceduta da un incontro con lo scrittore (e sceneggiatore) del film, Emmanuel Carrère, e il regista e sceneggiatore Olivier Assayas. Possiamo partire da alcune risposte date dai due, per provare a decomprimere la complessità e la densità dell’opera. Innanzitutto, Il Mago del Cremlino è il primo romanzo di Giuliano Da Empoli (scrittore, professore, ex assessore alla cultura del comune di Firenze, ecc.); il testo ha una profonda natura carrèriana, e non è quindi un caso che il regista francese abbia deciso di dare vita ad un adattamento cinematografico avvalendosi di una collaborazione con lo scrittore di Limonov. L’obiettivo dell’opera, a detta del regista, è quello di indagare le strutture e le dinamiche del potere nella Russia post-sovietica, dal breve periodo democratico, alla salita al potere di Putin, fino all’annessione della Crimea nel 2014. La lingua inglese – esigenza produttiva, anche per l’impossibilità di castare attori russi che, cito Assayas, non avrebbero più potuto lavorare in Russia – rende i concetti e le teorie sui dispositivi di potere universali, quindi, non circoscritti alla politica russa. Inoltre, indagare il ruolo dei media tradizionali, e successivamente dei new media, nella nascita di un “regime della forza”.

Jude Law e Paul Dano

È proprio su questo punto che conviene soffermarsi. La parabola di Vadim Baranov, raccontata in voice over dallo stesso a un giornalista americano venuto a fargli visita nella sua dacia, inizia nel caos libertino degli anni della dissoluzione dell’URSS, della cosiddetta “shock therapy”, dell’onda liberal-capitalista. In un clima di totale anarchia e di nuove possibilità imprenditoriali, le vicende del protagonista si alternano alle immagini d’archivio dei media di quegli anni. La mdp di Assayas è nevrotica e fluida allo stesso tempo nel seguire gli urli liberatori di una generazione che vedeva per la prima volta il mondo aprirsi davanti ai loro occhi. La festa in cui Baranov conosce Ksenia – unico personaggio femminile e, sempre secondo Assayas, fondamentale poiché si pone come contraddittorio rispetto alle idee di Baranov – ricorda per forma ed estetica i primi lavori del regista, con la mdp che segue ogni «azione senza dissociarla dal suo contesto materiale e senza smorzare la singolarità umana nella quale essa è embricata.»¹

In pochi anni, Baranov passa dal teatro d’avanguardia al ricostruire l’immaginario collettivo del paese attraverso la televisione, con l’avvento dei reality show. Il principio è molto semplice ed è l’essenza del medium: imbarbarire il popolo, volgarizzarlo, proponendogli l’immagine di una nuova Russia. Con la rapida decadenza del presidente El’cin sono gli oligarchi a detenere il potere – mediatico e non – del paese, ossia i pochi “furbi” che nel pandemonio post-sovietico, grazie alla liberalizzazione del mercato, sono riusciti ad acquisire ingenti somme di denaro. Tra questi, Boris Berezovskij, proprietario dell’ORT, propone a Baranov di “salvare la democrazia” costruendo l’ascesa di un nuovo politico in grado di ristabilire l’ordine; tutto questo, ovviamente, sotto gli occhi ligi degli oligarchi. La scelta ricadrà sul capo dell’FSB (ex KGB): Vladimir Vladimirovič Putin. L’ex agente segreto russo sarà la figura che restaurerà l’ordine, la verticale del potere; si rivelerà l’esempio più estremo di personaggio mankiewicziano: tutto fuorché manipolabile. Assayas compie un’interessante operazione metatestuale che vale la pena approfondire. La sua è una narrazione che riempie e non sottrae; le immagini, le scene, le sequenze non depistano né mostrano situazioni che alterano il senso del racconto. Il cinema ricopre uno spazio di riabilitazione della storia, quindi, l’unico dispositivo che non deforma il reale creando false traiettorie, ma bensì ristabilendo la centralità degli eventi così come si sono susseguiti.

Scrive Agamben: «La contemporaneità è, cioè, una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze; più precisamente, essa è quella relazione col tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura e un anacronismo. Coloro che coincidono troppo pienamente con l’epoca, che combaciano in ogni punto perfettamente con essa, non sono contemporanei perché, proprio per questo, non riescono a vederla, non possono tenere fisso lo sguardo su di essa.»² Potremmo quindi dire che il regista francese da un lato si immerge nella storia, mettendone in scena i fatti, e allo stesso tempo se ne distacca, raccontandola con forme quasi anacronistiche di linguaggio americano. Facendo ciò, Assayas continua la sua riflessione sulla sopravvivenza del medium-cinema, e sui dispositivi in generale nell’era della colonizzazione da parte delle tecnologie digitali. Al contrario, Vadim Baranov, ora fidato spin-doctor e consigliere politico dello Zar, ha il compito di plasmare l’immagine della nuova Russia di Vladimir Putin, oltre a coordinare la propaganda del governo. Costruire, quindi, false narrazioni. Rinsaldare il legame tra sovrano e popolo. Baranov teorizza la “democrazia sovrana”: democrazia come “libertà”, sovrana come sinonimo di sicurezza e stabilità. Inoltre, fornendo un capro espiatorio alla massa, questa non baderà ai mezzi utilizzati per liberarsene. «La rabbia è un dato strutturale. Può diminuire un po’ o crescere, a seconda dei periodi, ma non scompare mai. (..)La questione non è di provare a combatterla, ma solo di indirizzarla.»³ Così, Putin troverà negli oligarchi le perfette vittime da offrire in sacrificio al popolo. Pertanto, Baranov, incaricato di gestire il sistema comunicativo come fosse un campo di battaglia, darà vita ad un autentico palcoscenico fatto di inganni e manipolazione. Il fine è tornare ad incutere timore. Rinvigorire la Russia di fronte allo sguardo vigile dell’Occidente. La partita, con l’avvento delle piattaforme digitali, si sposterà su altri campi. E sarà sempre Baranov ad usufruire dell’algoritmo creato dagli americani. La Russia, dunque, si trasformerà nella “macchina degli incubi dell’occidente”. «Il kitsch è l’unico linguaggio che abbiamo a disposizione per comunicare con le masse» dice Baranov ad un incontro con Putin, in vista delle Olimpiadi di Soči del 2014. La mdp di Assayas oscilla tra stanze private, luoghi del potere, ville sulla Costa Azzurra, night club. Dagli insoliti incontri con Limonov, rappresentanti della chiesa ortodossa, ultras dello Spartak Mosca, leader di un gruppo di biker patrioti, a estremisti di destra e di sinistra. Con l’obiettivo di mandare in tilt il nemico, ed erigere la nuova mitologia russa fatta di complottismo, plagio come progresso, rivelazione della contraddizione.

La lucida disamina di Assayas sull’ascesa al potere di Vladimir Putin, permette al regista di universalizzare i concetti ampliando il raggio dell’analisi a tutta la politica del XXI secolo. Di come essa si nutra dei nuovi linguaggi audiovisivi, delle nuove forme di spersonalizzazione e alienazione. Di come fomenti le folle e le riversi nelle piazze; dove lo schieramento politico non ha più importanza, ciò che conta è infondere terrore. Paul Dano è magnetico nei panni del nuovo Rasputin. Interpretazione fatta di austera monoespressività e luciferina intraprendenza. A Jude Law va dato atto di una straordinaria capacità di recitazione microespressiva, pungente mimica facciale e convincente gestione del corpo. Alicia Vikander è Ksenia, inafferrabile presenza fantasmatica che appare e scompare; unico elemento antitetico rispetto alla visione autocratica di Baranov. Assayas condensa quasi 30 anni di storia russa in circa 2 ore e 40 minuti, con la massima coerenza poetica e stilistica, realizzando un autentico ritratto del potere che trova decisamente posto all’interno della sua sfaccettata filmografia. Con uno sguardo sempre volto al rinnovamento, adattandosi anche alle necessità della produzione internazionale, ma sempre con la stessa chiarezza teorica. L’ennesimo grande film del regista francese, forse il suo migliore per come riesce a cavalcare i tempi e distaccandosi al contempo, trovando il giusto spazio critico che il cinema reclama. 

1  A. Bazin, Che cosa è il cinema?, tr. it., Garzanti, Milano 1999, p. 300.
2  G. Agamben, Che cos’è un dispositivo?, Nottetempo, Roma 2006.
3  G. Da Empoli, Il Mago del Cremlino, tr. it., Mondadori, Milano 2022, p. 126

Classificazione: 5 su 5.

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