Eddington

Eddington: il trauma del presente

C’è un elemento che accumuna i vari film di Ari Aster: il trauma e le sue forme.

Se Hereditary e Midsommar si concentravano su un dolore familiare o relazionale e la necessità/impossibilità di elaborarlo, il successivo Beau ha paura traslava la materia filmica di Aster su tutt’altro piano: il focus stava sul trauma della nascita, o, meglio della vita in sé, la difficoltà del dover vivere (l’imbarazzo dello stare al mondo direbbe Jep Gambardella). Beau ha paura utilizzava un linguaggio cinematografico molto distante dai primi due film, impostato com’era su toni grotteschi ed esasperati, Aster sembrava si fosse lanciato su tutt’altro tipo di cinema.

Eddington, presentato all’ultimo festival di Cannes, era atteso anche e soprattutto per questo: dove si sarebbe riposizionato Aster? Saremmo andati incontro alle forme originarie del suo cinema (più primordiali, istintuali, vicine ad un sentimento grezzo) oppure sarebbe proseguita la scia di Beau con un cinema iper-costruito e tendente all’implosione?

È la seconda strada quella scelta da Aster, Eddington (come e forse più di Beau prima di lui) è costruito su un racconto che affastella continuamente un pezzo sopra l’altro, iperbulimico nelle immagini e carico nei suoi segni.Il trauma esplorato da Aster questa volta sembra sociale, antropologico: ci troviamo nella piccola cittadina di Eddington, centro urbano situato nel pieno del territorio desertico americano. Eddington, agglomerato fittizio, rappresenta in tutto e per tutto quell’America profonda e popolata da montanari che negli ultimi anni ha portato al successo Donald Trump, un territorio dimenticato dalla geopolitica mondiale che pure ha espresso l’uomo più importante del mondo per ben due elezioni presidenziali americane.

Ari Aster opera un trauma quasi di tipo percettivo nell’esperienza di chi guarda: in uno scenario di tipo classico (il film ha un ambientazione quasi western, che rimanda ad un cinema antico) inserisce nevrosi e turbe contemporanee, si va dal covid e i no-vax fino all’omicidio di George Floyd ed il conseguente movimento del Black Lives Matter. Dalla faida fra lo sceriffo Cross (Joaquin Phoenix) e il sindaco uscente Garcia (Pedro Pascal) Aster tenta di tessere un discorso sul trauma contemporaneo: il populismo ha conquistato la società e i modi della comunicazione, il caos è l’unico motore del dis-ordine sociale. La piccola cittadina di Eddington si fa quindi specchio del mondo intero, nel suo micro-cosmo popolato da così tanti caratteri e personaggi più o meno interessanti è riflesso un paese allo sbando.

Non manca mai l’idea tecnica, il cinema di Aster brulica (come sempre) di idee e di concetti, dal carrello a seguire che si posiziona dietro le spalle dei personaggi in cammino (caratteristica quasi argentiana e ormai tipica del cinema di Aster), fino agli ormai noti “oscillamenti” della camera, sembra evidente come Aster abbia un’idea di messa in scena rigorosa ed inventiva. A mancare è purtroppo la coesione tematica ed estetica propria dei primi (e insuperati nella sua filmografia, secondo l’opinione di chi scrive) Hereditary e, soprattutto, Midsommar. Aster sembra parzialmente vittima del successo di quelle opere, della loro forza. Se reinventarsi è una strada apprezzabile e stimabile è pur vero che le ultime due pellicole del regista risentono di una bulimia stilistica e narrativa che le appesantisce, le rende quasi goffe. Il punto è che Beau ha paura la goffagine in fondo la trattava, c’era nell’incedere di quel film una visionarietà che chiaramente manca al recente Eddington.

Ne esce quindi un film di cui si possono scorporare i frammenti e apprezzarne l’ingegno, l’idea che sta dietro. Troppo confuso però l’insieme per appassionarsi davvero alla visione. E proprio perché viviamo nel 2025, in tempi così confusi e nevrotici, un film apprezzabile più nella teoria che nella pratica non può bastare a raccontare il presente, a illuminarci la via. La speranza è di ritrovare un giorno l’autore di Midsommar; Eddington, nei suoi momenti migliori, ci ha ricordato che quell’autore c’è ancora, e ha tanto da dire.

Classificazione: 3 su 5.

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