
Presentato in anteprima nella sezione Un Certain Regard della 78°esima edizione del festival di Cannes, Le Città di Pianura è la seconda opera di Francesco Sossai, con all’interno del cast Filippo Scotti, Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla. Carlobianchi e Doriano sono due ubriaconi che aspettano il ritorno in Italia di un loro amico, previsto per il giorno successivo. Nella notte incontreranno Giulio, studente di architettura innamorato di una sua compagna ma troppo impacciato per fare veramente qualcosa e lo porteranno con loro in un viaggio nel Veneto brillo e tentatore.
Beviamo l’ultima
Una voglia che va al di là della sete. Il bicchiere della staffa che non termina mai, un monito a continuare a vivere come se tutta l’esistenza fosse una serata nel locale di fiducia. Attorno a Doriano e Carlobianchi tutto è vago e ambiguo, dai racconti derivativi alla piena certezza di aver trovato il segreto del mondo ma non riuscire a ricordarselo, dal trascorrere del tempo che si dilata sempre di più durante la visione alle promesse che fanno al giovane Giulio. Sossai riesce a romanticizzare due personaggi che esistono in ogni paesino o borgo italiano, in tutta la loro inconcludenza e incongruenza, sicuramente di influenza sordiana (il capolavoro di Risi Il Sorpasso balza subito in mente durante la visione) ma con una rinnovata contemporaneità in cui l’ubriacone non è un pezzente, ma un disperso. Disperso come Giulio nel pieno della sua età, studente universitario di poche parole e pochi fatti, che ha accettato questa sua impotenza verso i rapporti umani della sua generazione. Esce la sera, è parte del gruppetto, ma non partecipa mai veramente. È il punto di vista dello spettatore, totalmente assorto nella sua quotidianità, fattore che viene accentuato nel successivo distacco durante il viaggio con Doriano e Carlobianchi, e tristemente è lo specchio di una generazione che non riesce mai veramente ad emergere in un mondo sempre più freddo e apatico.

A comunicare tanto è l’architettura, dalla villa che visitano per scroccare una birra al memoriale Brion, struttura funebre in provincia di Treviso evidenziata in tutta la sua complessità strutturale e simbolica. Edifici vuoti, silenziosi e isolati, nel mezzo del verde patinato delle pianure venete. Quel verde nel quale Marco Spigariol, autore del progetto Krano, si è voluto isolare sulle colline di Valdobbiadene per vivere a pieno la sua terra e la sua armonia ed elaborare musicalmente composizioni viscerali e alternative. Proprio per questo film, Krano ha composto una colonna sonora profonda ed atmosferica (su tutte le tracce quella che rimane più impressa è sicuramente Workaholica), che a volte domina gli sguardi del film e altre è il sottofondo di un localetto piccolo ma affollato. Il Veneto strega e corona l’animo dei personaggi, solitario ma con il suo fascino nascosto.

Il viaggio va avanti per racconti, uno su tutti quello di Genio, amico dei due balordi, scappato anni prima in Argentina dopo essere stato scoperto a trafficare illegalmente materiali di scarto nella fabbrica in cui lavoravano, e del suo fantomatico tesoro nascosto. A volte non riescono a parlare, altre non riescono a capirsi. Altre non si capiscono anche senza parlarsi. Che sia un bicchiere di troppo, un’incomprensione lungo il viaggio o il portello di un treno in partenza. Altre volte è la memoria stessa a tenere la verità tutta per sé. E allora perché questo trio imprevedibile riesce a sintonizzarsi? Perché bere l’ultima o trovare un tesoro che forse non esiste è così importante in un mondo in cui non riusciamo neanche più a comprenderci?
Una spensieratezza che oltre a Il Sorpasso ricorda l’irriverenza – anche nei momenti più drammatici quali un funerale – di Amici Miei di Monicelli, ma con l’amarezza che forse il viaggio tanto spensierato non lo è. Forse è solo una fuga dalle pressioni (che una volta finito torneranno) della quotidianità in una natura che spesso diamo per scontato, guardandola dal finestrino di una macchina con disinvoltura, ma poche volte sentiamo veramente. Quando si beve la vista si offusca, e spesso si finisce per deformare ciò che si vede e ciò che si sente. L’alcol può disinibire e rallegrare, ma anche rattristare e deprimere, in un continuo giochetto che i personaggi sembrano adottare spesso, cambiando i loro stati d’animo in base all’effetto dell’ultimo sorso assaggiato. E guardando il film l’effetto è proprio quello di trovarsi seduti in un locale dopo un cicchetto di troppo e provare a fare mente locale per riprendere il controllo di sé stessi, lasciandosi trascinare dai fatti che avvengono attorno.

Oltre la morale del vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, ciò che affascina di più è che probabilmente il film sia uno di tanti eventi nella vita di Doriano e Carlobianchi. Un incontro magico, ma della durata di 2 giorni, dai contorni vaghi come quelli della memoria dopo una sbronza. Uno di quelli che si fanno spesso nella vita, che a volte fioriscono col tempo, o semplicemente non portano a niente. Le due giornate fitte di eventi che vivono insieme sono tutto il contrario di niente, disorientanti nel percorso e offuscate nel fine. Forse questa è la chiave per catturare la varietà di pensiero e paesaggi dell’Italia, un romanticismo che vada oltre la pubblicità di un territorio e parli veramente della sua magia, delle sue leggende e dei suoi personaggi, per quanto comuni siano. Ogni anima persa nasconde una sua verità, magari semplicemente non se la ricorda.

