Per la prima volta, dal 4 al 10 Dicembre 2025, Lucky Red ha distribuito in Italia L’uovo dell’angelo – film del 1985 diretto da Mamoru Oshii (Ghost in the Shell) famoso per la sua cripticità e la sua eccezionale tecnica – nella versione restaurata precedentemente presentata in anteprima durante l’ultima edizione del Festival di Cannes. Una bambina senza nome porta con sé un uovo in un mondo postapocalittico custodendolo con cura e con la convinzione che possa nascerne un angelo. L’incontro con un giovane misterioso armato di spada metterà in crisi il suo viaggio, le sue certezze e il suo stesso scopo di vita fino a quel momento.

Della durata di 71 minuti, L’uovo dell’angelo incarna una vera e propria suggestione in cui lo spettatore perde la cognizione del tempo e dello spazio, abbandonandosi totalmente ai tempi estremamente dilatati della narrazione e a tutte le stranezze di un mondo che non ci appartiene più. L’impostazione narrativa è quella delle favole e dei miti antichi, uno su tutti il vaso di Pandora, l’origine dei peccati e dolori umani causati dalla stessa curiosità dell’uomo, causa anche del morso della mela del serpente che manderà Adamo ed Eva giù dal paradiso. Qua invece sembra che sia tutto attorno all’uovo quel dissapore nato negli anni e alimentato dall’odio e dalle false credenze. Tra i diversi riferimenti biblici quello che spicca di più è il racconto dell’Arca di Noè in cui la colomba non è mai tornata e gli uomini non hanno mai scoperto cosa fosse la speranza, o che ci fosse un’altra terra sotto di loro. La vera domanda da porre sarebbe dunque perché la colomba non è tornata. E soprattutto, se non sappiamo dove siamo o chi siamo, come possiamo sapere cosa sia vero e cosa no, e se siamo solamente un ricordo o la memoria di qualcuno?
Figli di un gigantesco velo di Maya che non riusciamo a valicare e possiamo solo tormentarci andando contro i mulini. Una crisi totale delle certezze, alimentata dalla meravigliosa scena in cui delle figure umane sono assennatamente alla caccia in mezzo alla città di ombre a forma di pesci che sfrecciano tra i palazzi e si dissolvono. Una caccia impossibile su due piani del reale che esseri totalmente desoggettizzati danno come unico sfogo esistenziale. Altri sono diventati statue, forse morti o forse semplicemente senza più speranza, in un labirinto posto sul guscio di un gigantesco occhio che ricorda l’iconografia di un Angelo Serafino, dominatore di questa landa desolata. Tutto attorno solo palazzi ottocenteschi distrutti, circondati da un alone di pioggia fitto e costante. Il tempo si è fermato e le rovine diventano sagome sempre più inquietanti e astratte.

A essere spersonalizzati però, sono anche i due protagonisti, portatori di valori morali opposti. In uno dei pochissimi dialoghi del film, entrambi chiedono all’altro chi sia, senza ricevere risposta. Tutto il resto è silenzio, tagliente e fatale. In un certo momento Oshii ci colloca in fondo a una stanza dove la bambina e il giovane sono appoggiati, e noi la vediamo man mano addormentarsi, illuminata solo da un lumino vicino. La bambina è l’unica forma di purezza e calore in quel vuoto, dal suo affetto verso l’uovo alla sua ingenuità nel destreggiarsi tra le strade deserte anche solo per bere un po’ d’acqua, fonte primaria anch’essa di vita e sostentamento. In fondo, l’uovo è spesso al centro di dilemmi filosofici su cosa sia nato prima tra esso e la gallina ed alla base di concetti come la metamorfosi e il Big Bang. Suggestionata dal ritrovamento dello scheletro di una figura alata, la bambina confida in un Angelo che una volta uscito dall’uovo possa ridare ordine al creato circostante. È l’incarnazione perfetta della fede, un gesto sulla fiducia rassicurante che le cose possano migliorare, forse l’unica vera consolazione che può portare ordine nel disordine. Quell’incarnazione a cui tanto teneva Kirckegard, unico palesarsi di Dio nel razionale (o irrazionale, se vogliamo porre il mondo su un piano ancora più distopico). Tanto che la stessa bambina, vicino all’uovo, è l’unica beneficiaria della vera felicità e invece di inseguire un fantasma, abbraccia una speranza. Se c’è qualcosa che regolamenta quel mondo, di certo non è laggiù.


Il giovane invece, ancora più misterioso della protagonista che accompagniamo silentemente lungo tutta la sua traversata della città, è la prospettiva dell’uomo moderno. Un uomo che sembra quasi un Cristo caduto dal cielo, come potrebbe simboleggiare la sua spada a forma di croce che porta ovunque con sé, quasi a simboleggiare il peccato umano sempre presente. È proprio lui in una delle scene iniziali ad osservare il gigantesco occhio dominante, di un sublime kantiano che si staglia contro l’impotenza del singolo umano. E, portatore del peccato originale di Eva, rompe l’uovo. Con il risultato che anche la bambina-fede perde la speranza e si unisce al labirinto di statue che popolano quel gigantesco occhio, in un piano sequenza lento che progressivamente ci mostra l’enorme quantità di umani che ormai si sono persi nella loro impersonalità. Ancora una volta il giovane osserva, con il suo vizio del voler comprendere tutto, consapevole di non poter fare un bel niente.
Ed è qui che il percorso dell’uovo si distanzia da quello del feto di 2001 Odissea nello Spazio, simbolo anch’esso della rinascita e che si affaccia su un nuovo mondo in seguito alla sintesi dell’esistenza del protagonista. Perché l’uovo non ha modo di affermarsi in una terra così vuota di morale, ma può solo moltiplicarsi, nella speranza che un giorno magari la colomba possa fare ritorno.

