Satyricon è un film del 1969 diretto da Federico Fellini, e si rifà all’omonima opera del celebre autore romano Petronio. Scritto nel I secolo d.C, il Satyricon è un’opera che ritrae (con apparente assenza di giudizio) la corruzione dei costumi sotto l’imperatore Nerone parodiando l’umanità formicolante dell’epoca con l’aggiunta di carnalità, mito e leggenda.
Interessatosi all’opera petroniana, il maestro Federico Fellini cominciò a lavorare intensamente alla visione che avrebbe voluto dare, non una ricostruzione accurata del libro o un composto kolossal americano, ma a detta sua “un film di fantascienza nel passato”. Una fantascienza che però, al posto di utopie tecnologiche, ha follie oniriche, trasgressive e talvolta ripugnanti. Potremmo parlare di una vera e propria latinizzazione del kolossal americano. Chiamò veri e prorpi romani per interpretare i personaggi, comuni lavoratori, volti bizzarri, spilungoni, nani e travestiti, in un’operazione parecchio pasoliniana (il film ricorda molto il filone intrapreso da Pasolini con la sua Trilogia della Vita). Primo ruolo di Alvaro Vitali (Pierino), all’epoca un elettricista che Fellini trovò curioso e ingaggiò nel suo film. Originariamente voleva addirittura includerci cantanti come i Beatles o Mina, ed aveva un ruolo pronto per Alberto Sordi. Il budget fu di 7 miliardi di lire e le riprese durarono 6 mesi.

Tutte le distanze che il Maestro Fellini – troppo esuberante per non mettere la sua impronta stilistica e contenutistica – si è preso con il film vengono introdotte nel titolo, FELLINI’S SATYRICON. Più che a Petronio infatti, il Maestro si rifà a mosaici bizantini, pittori liberty, Klimt e i suoi personali incubi. Il film è volutamente anacronistico: se l’opera di Petronio è ambientata nel periodo di Nerone e critica la sfrenatezza dei costumi senza puntare il dito (ricordiamo che Petronio lavorava sotto il principe) descrivendo e lasciando la critica venir da sé, Fellini aggiunge diverse sequenze emblematiche che sospendono il viaggio dei giovani in un confine ambiguo, un limbo tra un’odissea e un viaggio dantesco. Tutto parte da un brusco terremoto (aggiunto da Fellini) , quasi esternazione di un tradimento sentimentale, e va poi a enfatizzarsi in un cammino tra le rovine di una città in cui regna l’indifferenza nei confronti della decadenza che sta passando. A un certo punto si tocca addirittura la morte di Cesare.
“Il tiranno è morto”
Dopo l’enunciazione di questa frase due patrizi si tagliano le vene. Due pavoni dietro di loro becchettano. La loro serva, nera, intanto fa l’amore con Ascilto ed Encolpio.

Anche i rapporti nel film sono più vaghi, dovuti a una separazione iniziale dei due amici/amanti contendenti dovuta al litigio per un giovane. Il film si apre con due monologhi, uno di Encolpio e uno di Ascilto, proprio come nel libro, in cui si contendono lo schiavo Gitone, e apprentemente sembrano avversarsi, ma nel corso del film entrambi si ricongiungono, litigano (uno porta quasi l’altro al suicidio), fanno l’amore e si danno l’addio finale alla morte di Ascilto.
“Dov’è adesso la tua gioia? Sei in balia dei pesci e delle belve”
Eppure un’altra similitudine con il libro è il finale improvviso, quasi spiazzante, che omaggia la lacunosa opera a noi non tutta rinvenuta, e che chiude il film come lo apre, con un muro e uno zoom out. Un film vivo tra due mura. La prima ocra, spenta, la seconda frammentata e circondata da rovine, su di una collina cupa con in alto un cielo nuvoloso. E poi la personalità di Fellini celebra il sogno. Era prevedibile la tematica conoscendo il regista, che fonda la sua carriera sull’ambiguità, sull’illusione, sul confine tra reale e assurdo, ma qui dipinta con tuniche e antiche leggende. Qui l’incubo e il presagio di morte diventano pesci, finti minotauri e cieli di un rosso irreale.
La morte del tiranno e l’estemporaneità della narrazione rendono chiaro il vero intento di Fellini: parlare dell’oggi. Un oggi assai specifico essendo il film uscito nel 1969, un anno dopo le rivoluzioni 68ine, l’affacciarsi al mondo di una nuova generazione di giovani. C’è chi ha definito i protagonisti del Satyricon dei figli dei fiori ante temporis. Da una parte lo si può concepire come l’importanza che ha avuto Petronio nell’arte tra omaggi e reinvenzioni, tra cui anche Oscar Wilde o Scott Fitzgerald, o la puntualità nel prevedere gli eccessi che nel cinema stesso durante i Roaring Twenties sarebbero divenuti di uso comune, si pensi alla documentazione presente in Hollywood Babylon di Kennet Anger. C’è sempre un ritornare da parte degli uomini alla carnalità, all’impulso sfrenato, alla regressione della civiltà e delle norme conviviali. Importante il focus sull’omosessualità, argomento centrale del libro e qui ritratta in tutto il suo essere libertina e ambigua, ma anche diffusa ed elegante. L’antica Roma era una civiltà in cui l’amore tra uomini era considerato un sacro rito di passaggio verso la maggior età.

Encolpio come un 68ino si affaccia al mondo ed è alla ricerca della sua virilità, dono che solo la dannata Enotea, da lui definita “madre Generosa” può ridargli. Eppure l’occhio non può non cadere sul grande banchetto di Trimalcione, schiavo diventato liberto alla disperata ricerca di approvazione da parte della classe alla quale ormai appartiene, che avviene subito dopo il terremoto, tra fiamme infernali, uomini in gabbie che saltano come scimmie, cittadini agiati che si rilassano e schiavi che sgobbano, abluzioni in piscina (un atto volto a purificarsi, ma da cosa?) e addirittura un finto funerale del padrone di casa non possono non far pensare a un forte attacco al capitalismo e alla cultura dell’ostentare. Un banchetto dove i vermi escono dal maiale e viene pronunciata la frase “Meglio impiccare un marito morto che perdere un amante vivo” rappresenta il non velato crollo delle certezze che ci rendono tali come civiltà. I personaggi femminili nel film di Fellini (come anche in Petronio), lontani dall’idea della uxor ligia al dovere casalingo, sono macchiati di peccato e malizia, svendono spesso costrette la loro carne e si dedicano a crogiolarsi nel lusso dell’alta società con tutte le sue ambiguità. Ancora una volta un altro capovolgimento degli archetipi.

Questo crollo è uno spartiacque importante tra generazioni rappresentato da Eumolpo, vecchio scultore che rievoca i miti greci e latini dove l’amore è più centrale, tra Narciso e Apollo, oltre ai vari richiami a eventi come la caduta di Troia o il Bellum Civile (citando anche Lucano), ma con una forte malinconia. L’uomo sente la morte avvicinarsi, ancora una volta un presagio
“I poeti muoiono in colpi, ma la poesia vive per sempre. Ti lascio la poesia, le stagioni la primavera, l’estate, ti lascio il tempo, le montagne, le terre, i fiumi e le nuvole”
I lasciti di una vecchia poesia. C’è un forte contrasto tra primo e secondo tempo: il primo è riflessivo, lascia spazio più agli ambienti che ai personaggi, quasi a mostrare come un documentario gli eventi degli antichi banchetti , feste e orge, dettagli curati maniacalmente e ampie carrellate che portano dentro i bordelli e la magione di Trimalcione, con una parte centrale ambientata su una nave che metaforicamente e letteralmente fa da ponte a una seconda parte inesauribilmente movimentata e piena di sfide e stranezze per i protagonisti.

Una ninfomane del deserto il cui marito paga i passanti per farci l’amore che si scioglie a fine amplesso, un essere ermafrodita morente e un Minotauro che uccide solo gli ignoranti. Fellini’s Satyricon rappresenta uno dei casi più importanti e lampanti secondo i quali cinema e letteratura, con tutte le loro differenze e i loro limiti, vanno a confluire per completare entrambi gli autori, anche a 2 millenni di distanza tra di loro, svecchiando il messaggio, riportando anche ai valori per i quali fu scritto all’epoca e regalando due pietre miliari dell’arte. Un trip tra passato e presente, sacro e profano, e soprattutto una generazione e l’altra.

