Marty Supreme: aprire gli occhi per la prima volta

L’esordio da solista di Josh Safdie è un inno alla giovinezza, al contempo ascesa e caduta di un novello Icaro nella stretta morsa degli Stati Uniti del 1952.  

Il regista americano mantiene salda la cifra stilistica che ha caratterizzato i precedenti lavori con il fratello, radicalizzando la forma e il sentimento isterico che guida l’irrefrenabile narrazione. 

Marty Supreme è il  desiderio di una piccola (l’amico Wally lo chiama Mouse) grande personalità che sposta l’intreccio verso un continuo arrabattarsi per raggiungere il grande sogno, come nella tradizione classica. Ma non è tanto il sentimento di questo desiderio, quanto la sua traduzione in azione – merito anche della farsesca interpretazione di Timothée Chalamet – a determinare le sorti del racconto. Marty Mauser più che un atleta professionista di tennistavolo è soprattutto un performer. Lo dice lui stesso a Kay Stone (Gwyneth Paltrow) – l’attrice che tenta di sedurre telefonandogli in camera – “I’m a sort of a performer too”, rendendo esplicito il discorso performativo che produce l’effetto domino che governa la maggior parte della narrazione. Quindi, è l’imprevedibilità che anima il protagonista a generare gli eventi, e non il contrario. Perché Marty non si dà tregua: cade, si rialza e ricade. Il suo è un percorso ad ostacoli che lo porta a scontrarsi con tutta New York, pur di riuscire a volare in Giappone, verso l’ossessione mondiale. Per il cineasta, la metropoli non è solo sfondo, come scrive Roberto Manassero: «New York non è un riferimento narrativo e mitico, né un semplice palcoscenico, ma il terzo personaggio di una contesa fra film e personaggi, vita e cinema, testimonianza diretta e scrittura.»¹

La città come centro nevralgico dell’esperienza; gabbia da cui liberarsi. La mdp di Safdie alterna gli ansiogeni piani ravvicinati negli interni, e l’estetica da scatto rubato dei campi lunghi in esterni. L’inquadratura è sempre subordinata alla soggettività messa in scena. Perché, come nelle precedenti opere con il fratello, queste individualità stravaganti sono al centro del racconto, provano di tutto per plasmarlo e cambiare il loro (ineluttabile) destino. Marty Mauser è considerabile un’identità mobile – da teoria postmoderna – ossia non definita a priori ma creata e in costante mutamento. Anche per questo è un performer: è istintivo, trasgressivo, la sua è una tonalità emotiva puramente intensiva. Ciò lo porta a scontrarsi con il modello del self-made man americano, che ripete come una farsa, ponendo in contraddizione il binomio parola-immagine. Marty parla di un dovere, di una missione che deve portare a termine solamente con le sue forze. Tuttavia, le immagini che scorrono lo vedono arrovellarsi per organizzare truffe; recitare per farsi compatire e ricevere gioielli; pregare il magnate Milton Rockwell per far sì che organizzi la partita d’esibizione in Giappone. In Marty Supreme, quello che viene detto non corrisponde quasi mai alla realtà dei fatti. Il protagonista fugge dalle responsabilità, dalla banalità del quotidiano. Pensa che corrisponda ad una sconfitta perché così gli è stato fatto credere. È la lotta del singolo contro la società americana. Contro quella perenne ombra di insuccesso che aleggia nella vita degli ultimi. Uno scontro sociale che Safdie gira con furore e adrenalina; rarefatto ma così trascinante da non rallentare nemmeno per un secondo.

Per quanto il punto d’ispirazione sia la vita di Marty Reisman, pioniere del tennistavolo, Marty Supreme ha poco a che fare con il film sportivo. Seppur abilmente girate e montate, le scene che hanno per oggetto il ping pong sono ridotte. Siamo dalle parti del film di formazione, forse, ma non è neanche quello il punto. Il film di Josh Safdie è il simbolo della lotta sociale tra illusione e disillusione. È il fallimento dell’American Dream che si dipana davanti ai nostri occhi. L’idea che ascendere sia possibile contando solo sulle proprie forze, sulla dedizione e la perseveranza, che progressivamente si polverizza sullo schermo. Sulla falsa riga della colonscopia con cui si apre Uncut Gems (2019), la splendida sequenza su cui si stampano i titoli di testa, e in cui sentiamo l’unico utilizzo di Forever Young degli Alphaville, vede milioni di spermatozoi tentare di raggiungere l’ovulo. In un gesto alquanto bizzarro e inatteso, l’ovulo fecondato si trasforma in dissolvenza in una pallina da pingpong; così facendo Safdie esplicita un’ulteriore dialettica fondamentale per la narrazione. Riconoscere la caduta e accettarla come parte della vita, o abbandonare qualsiasi affetto per riuscire nell’impresa?

Tra lo sfaccettato cast del film a spiccare sono la prima importante prova di Odessa A’zion nei panni di Rachel Mizler, love interest di Marty; Tyler, The Creator come Wally, amico tassista con cui si diletta ad orchestrare bidonate grazie alla loro bravura nel ping pong. Da sottolineare il ruolo di Abel Ferrara come gangster, decisamente più centrale rispetto alla piccola comparsata che fece nel 2009 in Daddy Longlegs degli stessi Safdie. Ma ad emozionare è soprattutto la parte di Béla Kletzki, “collega” che Marty affronta nella semifinale dei British Open, che Josh Safdie affida a Géza Röhrig. L’attore, divenuto noto grazie al suo ruolo nel film Il figlio di Saul (2015) di László Nemes, è protagonista di una delle scene più sconvolgenti mai filmate sull’Olocausto.

Per concludere, Marty Supreme è l’isteria urbana di Josh Safdie che porta alle estreme conseguenze stile e scrittura già ammirati nei film diretti in coppia con il fratello Benny. Un turbinio di esaltazione, energia, eccitazione, dove inciampare, però, può voler significare aprire gli occhi per la prima volta.

  R. Manassero, Lontano dalle ombre, FilmIdee, https://www.filmidee.it/2017/06/lontano-dalle-ombre/

Classificazione: 4 su 5.

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