L’ultimo lungometraggio diretto da Gus Van Sant, Dead Man’s Wire, presentato in anteprima fuori concorso all’82ª Mostra internazionale del cinema di Venezia, dove è stato accolto con un discreto entusiasmo, è ispirato ad un caso di cronaca realmente accaduto nel 1977 ad Indianapolis. Van Sant torna finalmente nelle sale dopo sette anni dal suo ultimo lungometraggio, con un film ironico e tagliente, contraddistinto dall’impegno sociale che ha caratterizzato gran parte dei lavori del regista fin da film come My Own Private Idaho (1991) e To Die For (1995), quest’ultimo film con cui condivide ben più di una somiglianza.

Siamo ad Indianapolis, nel febbraio del 1977, qui Tony Kiritsis (Bill Skarsgård), un uomo comune di 44 anni, irrompe nella sede della Meridian Mortgage Company, un’azienda di mutui, con l’intento di rapirne il CEO, M.L. Hall, tuttavia per via di un imprevisto lui non è presente, così deciderà di prendere in ostaggio il figlio, Richard Hall, questo perché Tony è convinto che l’azienda lo abbia truffato. Il suo piano va a buon fine grazie all’utilizzo di un marchingegno grottesco: un fucile a pompa annodato con un fil di ferro al collo della vittima per impedirgli di scappare, quasi a mo’ di guinzaglio per tenere a bada il cane. Questo apparecchio darà grossi grattacapi alle forze dell’ordine, poiché avranno difficoltà ad avvicinarsi a lui senza rischiare il peggio. Lo sfondo politico si riferisce in modo piuttosto evidente alla crisi dei subprime del 2008, che ebbe gravissime conseguenze sugli Stati uniti ed il resto del mondo, portando milioni di persone in rovina.
Il film si avvale della moltitudine di punti di vista per creare un racconto dinamico, carico di tensione dall’inizio alla fine, dove il montaggio alternato sposta l’attenzione dello spettatore verso diversi sguardi sulla medesima vicenda. Le immagini e i dispositivi si moltiplicano. Si passa dalla stazione di polizia incaricata a risolvere il caso, ad uno studio radiofonico, fino a dei giornalisti di un’emittente televisiva. Il film ricorda senza dubbio gli heist movie della nuova Hollywood, tra cui senza dubbio viene in mente in più segmenti A Dog’s Day Afternoon (Quel pomeriggio di un giorno da cani), con protagonista Al Pacino che, curiosamente, in questo film interpreta M.L. Hall, il capo supremo della Meridian Mortgage, nonché padre di Richard.

Il film riflette anche sulla potenza delle immagini, su come esse possano manipolare la percezione del pubblico ed influenzarlo, infatti a ben vedere, quello che interessa maggiormente a Tony oltre la vendetta è proprio avere una voce, che il popolo lo ascolti, gli creda, gli voglia bene e che conosca finalmente il vero volto di questi magnati del capitalismo. Questo viene esplicitato anche a livello visivo attraverso diversi inserti di riprese in digitale dal POV degli operatori delle emittenti televisive, dalle riprese ossessive degli schermi televisivi, o addirittura in un caso, direi piuttosto importante, una ripresa reale di repertorio. Se in un certo senso si volesse affiancare questo film ad un altro piuttosto recente, seppur siano due film piuttosto diversi, si potrebbe farlo con Bugonia (2025) diretto da Yorgos Lanthimos, film simile in quanto intenzioni, poiché in entrambi i casi troviamo un individuo slegato dal collettivo che si scontra contro un potere simbolico e beffardo.
Il protagonista, Tony Kiritsis, interpretato da un ottimo Bill Skarsgård – che sembra voler discostarsi dalla maschera di freak/mostro che si sta formando su di lui negli ultimi anni – è un personaggio cinico, calcolatore, a tratti ambiguo nelle sue intenzioni. È determinato ad ottenere vendetta ad ogni costo, ma a tratti non sembra essere veramente intento a voler andare fino in fondo, costantemente in bilico tra la completa follia ed un barlume di umanità che accenna in alcune sequenze. La maggior parte della pellicola avviene nell’abitazione di Tony, questa messa in scena quasi come un luogo mentale, animato dalla sua mania del controllo, con una trappola esplosiva a protezione di tutti gli ingressi. Qui avvengono diverse chiamate, trattative senza successo, dialoghi con il suo idolo Fred Temple, e confessioni confidenziali tra sequestratore e vittima, dove Tony lascia intravedere uno spiraglio di umanità e compassione. Tuttavia il difetto principale di Tony è la sua ingenuità, crede genuinamente che la gente lo ascolti, ci tenga ai suoi desideri, che la polizia voglia veramente graziarlo e fargli avere finalmente giustizia, questo lo porterà a scoprirsi troppo nel finale e venir sopraffatto, tuttavia nel momento del processo, con sorpresa di tutti e anche sua (attraverso l’ennesima immagine in uno schermo) viene giudicato non colpevole per insanità mentale.

Ma quindi, in fin dei conti, viene da chiedersi: Tony ha vinto o ha perso? È su questo punto che il film lascia un quesito aperto, perché se da una parte è vero che Tony è riuscito a scampare alla colpevolezza, dall’altra è anche vero che non ha mai ottenuto veramente quello che desiderava, e la sua vita e quella di Richard sono rimaste marchiate per sempre.

