Diretto da Richard Linklater e presentato in Concorso alla 78° edizione del Festival di Cannes, Nouvelle Vague, film che prende il titolo dall’omonima corrente cinematografica, racconta la travagliata e avanguardistica produzione di Fino all’ultimo respiro, il capolavoro di Jean-Luc Godard con Jean Paul Belmondo e Jean Seberg. Finalmente esce anche da noi al cinema questo 5 marzo con Lucky Red in collaborazione con BIM Distribuzione.

Siamo immersi all’interno della Francia di inizio anni 60 con tutte le sue personalità da Cahiers du Cinema e non. Qui un giovane Godard, provato dall’essere rimasto l’ultimo del Cahiers senza aver diretto ancora un film, si catapulta (e fa catapultare i suoi attori) all’interno della sua visione anticonformista e bizzarra di cinema per dirigere una sceneggiatura di Truffaut.
Nouvelle Vague comincia e finisce all’interno di una sala cinematografica, con un carrello che assieme a delle scritte identificative ci presenta i nostri protagonisti e il loro approccio alla visione filmica, tra ironia e fanatismo. L’avanguardia è ridicolizzata assieme alle sue assurde alternative al convenzionale, ricreando quasi l’impressione che si provava prima della Nouvelle Vague a vedere un film della corrente. Tutto cambia a Cannes del 59: dopo Hiroshima mon Amour di Alain Resnais e I 400 colpi di Francois Truffaut (questo particolarmente evidenziato all’interno della storia) la Nouvelle Vague nasce agli occhi di tutti come corrente canonizzante che nata in Francia cambierà poi la storia del cinema mondiale influenzando altre correnti (come la New Hollywood). E il tempestoso dirigersi da una parte all’altra di Godard all’interno del film circondato da volti sempre diversi di importanti maestri che fanno capolino e scappano quasi presi anche loro dalla foga di fare altro evidenzia tanto l’atmosfera che versava all’epoca. In un certo momento Godard e Bresson si incrociano sul set di quest’ultimo, Godard va a visitare Melville al lavoro, compare anche Rossellini a incoraggiare il Chaiers oltre agli innumerevoli volti che compaiono e vengono citati.

La Francia che Linklater dipinge è frenetica e famelica di arte, un po’ civettuola ma tanto romantica e desiderosa di cambiare. Il ritmo frenetico, le riprese di Fino all’ultimo respiro con la scadenza della produzione di 20 giorni, le velleità personali di ogni creativo del Cahiers di arrivare a Cannes e soprattutto la differenza tra Godard e gli altri registi della Nouvelle Vague dell’epoca. Quest’ultimo punto viene evidenziato in particolar modo dal personaggio di Jean Seberg, vera esterna del film, reduce dall’esperienza a sua detta insoddisfacente di lavoro con Preminger e spronata solo dal marito a concludere la produzione del film di Godard. Il tutto con l’ilarità di una personalità quale la sua che scavalca un lavoro quale quello del regista e se lo modella come vuole, girando solo fino a quando è ispirato (anche se talvolta hanno girato una sola scena), annullando giornate di riprese e trovando soluzioni controverse in fase di montaggio. Il cinema non è più mansione, non è più scadenza e scaletta di ripresa, è una religione. Il cinema non lo si può fare ogni giorno tanto per farlo, ma allo stesso tempo non lo si deve programmare per farne uscire la vera autenticità. Godard ha le sue massime che non vuole far sbiadire neanche davanti alla Seberg che vuole lasciare la produzione o una tazzina di caffè che nella ripresa prima non stava in quella posizione. Il Godard di Linklater è un nevrotico sognatore che non fa altro nella vita se non parlare e fare cinema. La sua, come quella di tutti i suoi colleghi, è una realtà che sembra lontana da ogni scompiglio umano circostante. La propria umanità la si mette nella pellicola.

Linklater conferma il suo essere uno degli artisti più poliedrici della sua generazione, non girando pellicole diverse solo per collezionarle come spillette, ma immergendosi a 360° all’interno dell’ambiente da descrivere, diversificandosi e dando il meglio di sé. Un plauso va anche fatto al suo Blue Moon, altro film di Linklater uscito l’anno scorso con Ethan Hawke (presentato alla Berlinale), che parla anch’esso di creativi, ma americani e teatrali. Questa curiosa duologia ha come protagonisti due autori realmente esistiti parte di una piccola cerchia di artisti, Lorenz Hart e Jean Luc Godard. Eppure, se Blue Moon parla del declino artistico e della morte di Hart, Nouvelle Vague mostra invece la nascita di Godard come artista creatore e distruttore. Richard Rogers (Andrew Scott) in Blue Moon e Francois Truffaut in Nouvelle Vague sono invece i colleghi che hanno appena ricevuto un importante plauso artistico da parte della critica, ma anche qui le differenze divampano: da una parte Rogers riceve il merito per non aver collaborato con Hartz e programma già il nuovo spettacolo senza di lui, dall’altra il regista de I 400 Colpi viene lodato ma la sua collaborazione e amicizia con Godard è ancora agli inizi (è lui a proporgli la sceneggiatura di Fino all’ultimo respiro). Nel suo diversificarli, Linklater coglie il meglio che le due storie hanno da offrire, anche con approcci spaziali e temporali diversi (Blue Moon è girato quasi tutto in un locale, mentre Nouvelle Vague è molto più frenetico).

Si gira per strada. In mezzo alla gente. In mezzo alle persone che chiedono un primo piano o sono incuriosite dalle riprese di un film a pochi passi da loro. Godard nasconde la camera in un finto carrello postale per non far notare il film che stanno girando
No, nessun primo piano. Hai l’immortalità però.
Torna il cinema come culto. Torna la ricerca di una naturalezza intrinseca al di fuori di qualunque finzione, anche sacrificando il microfono in presa diretta. Ci sono momenti in cui la Seberg crede di trovarsi su un set amatoriale. Ed è la semplicità e la spontaneità nella lavorazione del film che rendono la Nouvelle Vague così intima e vicina, senza fronzoli o filtri hollywoodiani di alcun tipo. E Linklater riesce a pieno a catturare questa disastrosa intimità nel vivere in questo mondo così piccolo e settoriale, ma pieno di cuore, lieson tra colleghi e voglia di raccontare. La foga di una pellicola che scorre e crea l’immagine come l’affiatatezza dei creativi, persone comuni e pazzi squinternati che creano un film. E che film.

