Vincitore del Cristal al Festival Internazionale del Film d’Animazione di Annecy 2025 – uno dei riconoscimenti più prestigiosi per l’animazione nel circuito mondiale – Miglior Film d’Animazione agli European Film Awards, e candidato ai premi Oscar 2026 che verrano assegnati questo 15 marzo. L’esordio nel lungometraggio di Ugo Bienvenu arriva nelle sale italiane il 12 marzo distribuito da I Wonder Pictures, con uno stile d’animazione che recupera la lezione dei grandi autori del passato e la rielabora con una sensibilità contemporanea.

Trama: E se gli arcobaleni fossero in realtà… dei viaggiatori del tempo? Arco ha dieci anni e viene da un lontanissimo futuro, dal 2932. Durante il suo primo viaggio con la tuta arcobaleno, perde il controllo e precipita in un tempo non suo (nel 2075). Iris, una ragazza della sua stessa età che lo ha visto cadere dal cielo, lo trova e decide di aiutarlo a tornare a casa.
Il mondo da cui proviene Arco è fatto di case sospese sopra le nuvole, come se l’umanità avesse cercato una forma di leggerezza dopo una frattura profonda. Sia il 2932 che il 2075 sono esempi di un futuro essenziale e coerente, non di quelli distopici dove regna il caos. L’infanzia resta inquieta e curiosa, e il gesto che mette tutto in moto nasce da un desiderio semplice di un bambino. Il film ne osserva le conseguenze, seguendo con la giusta delicatezza il percorso dei due piccoli protagonisti. Ugo Bienvenu tratta l’infanzia in modo sincero e con una certa serietà, riconoscendo che ogni scelta comporta una perdita, spesso irreversibile; e sappiamo bene che crescere significa anche accettare il peso delle proprie decisioni. Questa maturità non viene sottolineata solo con il dialogo, ma si avverte lentamente nel modo in cui si evolve la storia e i suoi personaggi, evitando scorciatoie emotive.

L’estetica di Arco richiama in modo evidente un immaginario che affonda le radici nei primi lavori di Miyazaki e, più in generale, nell’animazione anni ’70 e ’80, quando il disegno cercava una verità emotiva più che l’iperrealismo. Non che non ci siano più stati esempi come Arco, ma quest’ultimo si distingue per uno stile molto personale e sincero, senza compromessi. Il tratto conserva una fragilità riconoscibile e il colore ha sempre una funzione espressiva primaria. Come anche il contrasto tra natura luminosa e ambienti segnati da un’estetica tecnologica più fredda, che costruisce un equilibrio che è insieme visivo e tematico.
Sul piano visivo, i fondali hanno una ricchezza cromatica che richiama certi paesaggi dipinti a mano dell’animazione europea e giapponese pre-digitale, con una profondità che dà importanza a ogni spazio. I volti dei personaggi, compresi quelli dei due giovani protagonisti, non sono costruiti per essere espressivi in modo plateale e l’emozione passa spesso attraverso variazioni minime (uno sguardo che cambia direzione, una postura che si modifica appena). Gli adulti, invece, appaiono più irrigiditi, spesso schermati anche visivamente, e questa differenza crea una frattura silenziosa tra le generazioni che si percepisce prima ancora di essere messa in parole.

Quando immagini e temi trovano piena sintonia, Arco raggiunge una qualità particolare, quella di certi film d’animazione che sembrano provenire da un altro tempo (ma senza risultare fuori tempo). C’è una sincerità che lascia emergere i conflitti e le emozioni con naturalezza e in modo sempre graduale. E in questi momenti riaffiora qualcosa che apparteneva a molte opere del passato, ovvero la capacità di raccontare con delicatezza senza mai semplificare, unendo stupore e malinconia.
La tuta di Arco, con le sue variazioni cromatiche che si espandono nello spazio, diventa parte integrante del linguaggio del film. Ogni attraversamento lascia una traccia visiva che modifica l’ambiente, perché prima di tutto il film è un racconto di crescita, e Arco cerca di andare più in alto, senza restare indietro. Il world-building resta essenziale e coerente, e questa scelta mantiene il focus sui personaggi e sulla loro relazione. Tecnologia, trasformazione ambientale e ridefinizione dei rapporti familiari filtrano attraverso ambienti e abitudini quotidiane, mentre il conflitto tra naturale e artificiale si percepisce nei dettagli più che nelle spiegazioni. Con il procedere del racconto, anche l’immagine cambia tono: i colori si fanno più cupi, le ombre più marcate, l’atmosfera più densa. Quando inizia il terzo atto diventa sempre più dominante il rosso-arancione (e il fuoco). L’estetica registra il peso delle decisioni prese e accompagna l’evoluzione emotiva dei protagonisti, fino a un finale più ottimista (come è giusto che sia per un racconto come questo). La crisi del pianeta resta evidente, ma accanto al rischio di distruzione resta aperta la possibilità di una rinascita, e come dice la piccola Iris, quella di “cambiare le cose“.

Anche dopo i titoli di coda, le immagini di Arco continuano a riaffiorare con nitidezza, e il suo mondo resta addosso più a lungo di quanto ci si aspetti. Non resta la sensazione di un semplice racconto per famiglie, ma quella di un coming of age che prende sul serio il proprio pubblico e sceglie una via personale e sincera per emozionare.

