Blood Simple (1984) diretto da Joel Coen, resta ancora, a distanza di quarantadue anni, uno degli esordi più folgoranti di sempre. Un’opera a metà tra incubo e realtà, in grado di mettere in chiaro sin da subito il talento enorme dei fratelli Coen nel creare immagini di grande potenza evocativa, capaci di rimanere impresse nello sguardo di ogni spettatore. In Blood Simple c’è grossomodo tutto quello che poi contraddistinguerà la carriera dei fratelli Coen: dalla decostruzione del genere Noir di Fargo (1996), l’ironia grottesca de The Big Lebowski (1998) fino ad arrivare anche alla desolazione della provincia americana rappresentata in No Country for Old Men (2007). Sono presenti, seppur in forma embrionale, tutte le loro idee, le loro ossessioni. Il film si dipana come un Noir postmoderno con tinte da commedia dell’assurdo, che mescola diverse influenze, diventando infine un intreccio di realtà e allucinazione di rara bellezza. Se l’estetica richiama i Noir del passato, lo stile dei fratelli Coen è squisitamente postmoderno, e questo è ben chiaro fin da subito. I personaggi sono in balìa del proprio destino, ambigui, spesso mossi soltanto dai propri interessi. Il fatalismo tipico del genere Noir viene portato all’estremo, diventa ancora più grottesco e crudele.

La trama è un insieme di fraintendimenti ed inganni, che nel corso dell’opera andranno ad accumularsi, fino all’inevitabile tragico climax finale. Ci troviamo in Texas, un proprietario di un piccolo bar (Marty – Dan Hedaya) sospetta che la moglie (Abby – Frances McDormand, nella sua prima prova sul grande schermo) lo tradisca con un suo dipendente (Ray – John Getz), così ingaggia un investigatore privato per scoprire la verità (M. Emmet Walsh). Una volta scoperto l’effettivo tradimento, Marty ingaggia lo stesso investigatore per ucciderli entrambi. Da qui si districa una matassa di depistaggi, menzogne, di cui i personaggi non sono a conoscenza. Nessuno possiede il quadro completo della situazione, tranne lo spettatore.

La decostruzione del genere Noir viene esplicitata fin da subito, fin dall’incipit dove la pioggia batte sull’auto con all’interno i due protagonisti, le panoramiche svelano che il film non è ambientato in un ambiente urbano, ma nella periferia americana, periferia da cui gli stessi fratelli Coen provengono. Periferia che poi tornerà prepotentemente anche in No Country for Old Men (2007). Anche i personaggi in Blood Simple si discostano dagli archetipi del genere: a partire dalla figura del detective, non più visto come modello di ricerca della verità, ma come una figura grottesca ed egoista, che pensa soltanto ai propri interessi, occupato a mescolare costantemente le carte in tavola, per riuscire ad uscirne indenne. Anche Abby, la figura della femme fatale, è radicalmente diversa dai modelli classici. Mettendo in relazione il film ad un capostipite assoluto del genere come Double Indemnity (1944), è presto chiaro come i fratelli Coen operino distanziandosi dai modelli classici. Se in Double Indemnity, Phyllis, (Barbara Stanwyck) è una figura tentatrice, consapevole del proprio potere manipolatorio, Abby è l’opposto, lei è all’oscuro degli avvenimenti, non ha intenzioni manipolatorie, è soltanto una donna genuinamente innamorata di un altro uomo. L’unica sua colpa è l’infedeltà nei confronti del marito. In Blood Simple, non ci sono delle pedine e qualcuno che le controlla, i personaggi sono confusi, non capiscono cosa stia succedendo. Il destino è un flusso caotico e spesso dettato dal caso. La decostruzione dei modelli avviene anche sul piano visivo, perché se nel noir classico la dicotomia luce e oscurità ha una connotazione classica (il bene e il male), qui questo viene pressoché sovvertito. Come si può ben notare nella straordinaria sequenza finale, e non solo, in Blood Simple la luce non è più un elemento positivo, sinonimo di certezza e verità, piuttosto è l’opposto, la luce rivela oggetti, forme, persone, che altrimenti sarebbero celate. Il buio diventa un luogo accomodante dove potersi rifugiare.

Oltre a decostruire il genere primario, ovvero il noir, i fratelli Coen compiono anche una notevole operazione di commistione di diversi generi. Nonostante il Noir sia preponderante, il film non manca di avere diversi elementi del Western e perfino dell’Horror. L’intenzione di voler sconfinare in altri generi è evidente in diverse sequenze nel corso del film, ma l’esempio più significativo, a mio avviso, è quello nel finale: uno scontro all’ultimo sangue memorabile tra Abby e il detective, dove torna prepotentemente a più riprese il tema del rapporto tra luce e ombra, citato poc’anzi.
Tutto il cast offre delle performance notevoli, tra cui spiccano senz’altro un M. Emmet Walsh nei panni di un detective privato viscido e calcolatore, e una splendida e magnetica Frances McDormand, nel ruolo di una donna smarrita e spesso confusa, ma al tempo stesso forte e resiliente. In conclusione, Blood Simple è una prima prova mirabile, in grado di rappresentare un mondo oscuro ma al tempo stesso affascinante anche attraverso una regia chirurgica ed un meccanismo narrativo ben calcolato. Un cult movie in cui sono presenti diversi punti cardine che poi comporranno la poetica coeniana.

