Lo Straniero di François Ozon – Patibolo sul buio

Presentato in anteprima all’82° Mostra del Cinema di Venezia, Lo Straniero (L’Etranger), diretto da François Ozon, è il nuovo adattamento del celebre romanzo di Albert Camus. Ricordiamo lo splendido quanto asfissiante film del ’67 diretto da Luchino Visconti, celebre per rielaborare grandi opere da Thomas Mann a Tomasi di Lampedusa, con Mastroianni nel ruolo del protagonista. L’opera di Camus è uno dei grandi capolavori della letteratura 900esca (nella classifica di Le Monde è al primo posto) e la sintesi di un secolo estraniante nei rapporti sociali quanto nella visione del finito e dell’infinito che ne deriva. E forse  tanto non è cambiato.

La storia è quella. Il giovane Mersault, impiegato indifferente che vive ad Algeri e che da poco ha perso la madre, viene accusato e condannato a morte per l’omicidio immotivato  di un arabo su una spiaggia assolata

Il più grande tocco che Ozon offre al riadattamento è il colore (o  per meglio dire, la sua assenza). Ci immerge nel bianco e nero, una scelta spesso manierista ma che invece in L’Etranger finisce per essere la chiave di lettura definitiva del film. Quando qualcosa è troppo luminoso perde colore. Seguiamo i nostri personaggi principali davanti a distese bianche di cielo o nascosti in mezzo ad ombre che fanno da contrasto. Il bianco e nero ci dà alla testa, ci disorienta come in un’afosa giornata di sole

È colpa del sole

Perché disorienta il sole? Perché brucia o perche’ riflette nel coltello dell’aggressore? Perché non fermarsi? E invece Mersault continua a sparare. In mezzo al bianco. Non lo capiamo neanche noi. In realtà Mersault non lo abbiamo mai capito e ce ne stacchiamo totalmente in quel punto. Qui la messa in scena filmica si distanzia dal libro e trova il suo modo personale di trasmettere la poetica del romanzo. Camus fa parlare in prima persona Mersault, Ozon decide invece di inquadrarlo e non farci mai entrare nella sua testa. Gli muore la madre ma non gli scende una lacrima. Mai un sorriso, mai una battuta. E neanche la regia e i colori aiutano. Ci sembra di essere il terzo in comodo durante la visione, di non essere i benvenuti, potremmo andarcene quando vogliamo. Continuiamo a guardare per vedere dove si va a parare, non perché ci interessi veramente.  Tutto attorno a lui, dalle azioni violente dell’amico Raymond alla tragicomica vicenda del vicino Salamano (interpretato da Denis Lavant) non sembrano scalfirlo

Mersault sorride quando reincontra Marie e cominciano a frequentarsi. I suoi sorrisi li dedica solo a lei, dallo giocare in spiaggia all’andare al cinema insieme. Forse abbiamo trovato il modo di caprilo. Forse è solo di poche parole, ma è come noi. Poi ammazza l’arabo. Il film comincia qui. Con uno zoom out, al centro il nostro protagonista, in alto a destra un flusso d’acqua che scorre vitale. E a terra, un arabo morto. Vendetta per Raymond? Non sembra. Collera di qualche tipo? Forse, ma non sembra neanche questo. Al processo sembra non voler collaborare. Un bravo avvocato, una difesa solida nel suo essere palesemente nel torto, ma il problema è lui e la sua apatia. Non si dimostra pentito, il processo dal quale dipende la sua vita sembra annoiarlo. Perché non fa la sua parte per scampare alla pena di morte e poter vivere felice con Marie? Anche se neanche questo lo entusiasma.

Mersault dice a Marie che sarebbe felice di sposarla, ma che non lo sconvolgerebbe non farlo. Più tardi le dice di dimenticarlo perché a lui stesso non gli importerebbe di lei se fosse morta. Ci sembra di essere ormai totalmente distanti da lui, ma continua a sorriderle.  Marie è l’approccio che Mersault ha della vita, è una gioia che gli è capitata e che lui coglie con piacere, ma con la consapevolezza che poteva anche non capitare e la sua vita sarebbe andata avanti comunque. Questa crepuscolarità di un protagonista che diventa sempre più uno sconosciuto ai nostri occhi è accentuata dalle ombre che si fanno sempre più prepotenti nella narrazione. All’inizio ci sono distese di bianco tra mare e sabbia. Alla fine il bianco emerge fioco in mezzo all’oscurità delle sbarre.

E dalle sbarre emerge la luce, il prete che cerca di far confessare Mersault prima della sua ultima ora. E lì finalmente riusciamo ad entrare dentro di lui. E noi stessi ci sentiamo colpevoli. Lì finalmente Mersault si scompone, urla e piange, non contro il prete ma contro la sua visione di vita. Contro il bisogno patologico dell’uomo di trovare un ordine, una morale. Contro il fatto che gli abbiano fatto un processo alle intenzioni, hanno condannato il suo non piangere al funerale della madre, non la morte dell’arabo. E anche noi siamo chiamati in causa. Anche noi lo abbiamo giudicato per la sua apatia, non per il suo gesto. Per la sua tensione nel vivere.

E davanti a lui  in mezzo a una spiaggia luminosa si stende un patibolo buio, ombroso. Quante altre volte nel cinema le ombre hanno simboleggiato incertezza, giudizio e colpa. Sembra di vedere Limite di Manuel Peixoto, per l’uso del bianco e nero sull’acqua e il riflesso che ne esce dei suoi personaggi protagonisti. Tornando ad adattamenti letterari, è impossibile non pensare a Il Processo di Kafka riadattato da Orson Welles, opera su un processo immotivato ed insensato che usa l’oscurità e l’espressionismo unito al noir come elemento principale di alienazione in uno dei più ingiustamente sottostimati film del maestro del cinema. Si pensi anche a Panique di Duvivier, dove il povero Monsieur Hire per amore finisce per essere incolpato di un tremendo crimine.

Limite, 1931 ( Mario Peixoto)
Il Processo, 1962 ( Orson Welles)
Panique, 1946 ( Julien Duvivier)

Mersault è condannato anche nei suoi sogni. Eppure alla fine sorride ed è felice davanti alla totale insensatezza dell’esistenza, davanti a questo flusso impassibile chiamato vita che continua a scorrere anche dopo tutte le tragedie che capitano. Eugenio Montale parlava di “Divina Indifferenza”, Foscolo di “atomo opaco del male”, Ozon decide di non mostrarci i bordi. Ogni inquadratura non ha una fine, non c’è mai un bordo definito, neanche le sbarre riescono a bloccare le ombre.

E in un freddo primo piano, in mezzo all’oscurità, si apre un varco di luce sul volto di Mersault.  Tutto quel caos assurdo tra bene e male, tra luci e ombre, non può che farlo giungere alla fine della sua esistenza con un grosso sorriso.

Classificazione: 4 su 5.

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