Ghost Cat Anzu (2024)

Presentato nei principali festival internazionali, tra cui Annecy e il Tokyo International Film Festival, Ghost Cat Anzu è stato accolto positivamente da pubblico e critica, vincendo anche il Fantasia International Film Festival. La distribuzione internazionale è stata affidata a Charades, e per quanto riguarda l’Italia non c’è ancora una distribuzione.
Diretto da Yoko Kuno e Nobuhiro Yamashita, Ghost Cat Anzu è un film d’animazione che mescola genuinamente un fascino old school con un approccio più moderno. La co-regia di Yamashita si vede soprattutto nell’emotività della giovane protagonista, esplorando con delicatezza e una giusta dose di ironia la sua fase adolescenziale. Se non avete visto altri film di questo regista, consiglio di recuperare soprattutto Linda Linda Linda (2005) e A Gentle breeze in the village (2007). Adattato dal manga di Takashi Imashiro, Ghost Cat Anzu segue la giovane Karin, una ragazzina che viene lasciata per un po’ di tempo a vivere dal nonno monaco. L’incontro con Anzu, un bakeneko – misterioso gatto fantasma capace di parlare con gli spiriti – dà il via a un viaggio che mescola momenti di commedia leggera e riflessioni più profonde sul lutto e le dinamiche da coming of age. La trama, pur rimanendo accessibile, include cambi di tono e di ritmo che lo rendono imprevedibile e particolarmente divertente da seguire, soprattutto quando entra in gioco il folklore giapponese.
Realizzato con diverse tecniche di animazione, il film ha uno stile suggestivo e sognante, sempre in bilico tra realismo e suggestione onirica. Un’estetica che si addice al tono narrativo e che alterna scene contemplative a sequenze più visionarie. Il simpatico gatto fantasma di Ghost Cat Anzu è un personaggio memorabile che riesce anche a sbloccare ricordi di anime che guardavamo noi millennials da piccoli, da Doraeomon a Ninja Hattori-kun. Con un umorismo genuino riesce a divertire facendo della sua narrazione sgangherata un punto di forza. Segnatevelo, è veramente un piccolo gioiello.
The Cats of Gokogu Shrine (2024)

Un documentario del regista giapponese Kazuhiro Soda, già noto per la sua dedizione a temi umani e ambientali. Il film si inserisce nella tradizione dei lavori precedenti di Soda, come Peace e Inland Sea, dove i gatti sono spesso stati un elemento di contorno, qui invece diventano protagonisti assoluti. Presentato in diversi festival internazionali, è stato proiettato anche in Italia questi giorni al Laceno d’Oro Film Festival.
Ambientato nel tranquillo villaggio costiero di Ushimado, il film esplora la complessa interazione tra gli abitanti locali e una colonia di gatti randagi che hanno popolato il santuario di Gokogu. L’affetto per i gatti, che molti vedono come fonte di gioia e di spiritualità, si scontra con le difficoltà pratiche legate alla loro presenza e le preoccupazioni per il mantenimento di un ecosistema sostenibile. Alcuni volontari si occupano di programmi di sterilizzazione mentre altri abitanti riflettono sulle implicazioni morali e culturali di questa convivenza.
Non è solo un “documentario sui gatti”, ma una riflessione sottile sul rapporto dell’uomo con il suo ambiente e con gli esseri viventi che lo abitano. Lo stile del regista evita interviste dirette o messaggi preimpostati, lasciando che le dinamiche umane e animali si sviluppino spontaneamente davanti alla telecamera. Il film offre una visione interessante del villaggio, dove la popolazione invecchia e le tradizioni rischiano di scomparire. La gestione della colonia felina amplifica le tensioni tra conservazione e modernità. In questo contesto, i gatti diventano simbolo di comunità, amati da visitatori e fotografi che vedono in loro una connessione spirituale. Con una narrazione che alterna scene di serenità quotidiana a momenti di riflessione, The Cats of Gokogu Shrine porta la vita semplice di un villaggio in un racconto universale, dove uomo e natura coesistono e non c’è tutta quella pressione della società capitalistica. È un’opera semplice che celebra la bellezza della vita ordinaria, rendendola straordinaria attraverso l’obiettivo attento e compassionevole di Kazuhiro Soda.
Flow – Un mondo da salvare (2024)

Presentato a Cannes e in diversi altri festival, Flow ha raccolto riconoscimenti per il suo approccio moderno in grado di affascinare sia i cinefili più esigenti che gli spettatori più giovani. In Italia la distribuzione è stata curata da Teodora Film che ha permesso al pubblico di apprezzare un’opera insolita come questa. Flow è molto più simile a un’esperianza videoludica e sensoriale, senza il dialogo è anche il sonoro a giocare un ruolo fondamentale. Il regista lettone Gints Zilbalodis – già noto per il suo poetico debutto Away – consolida il suo stile con quest’opera immersiva dove natura e immaginazione si intrecciano in un racconto visivo di rara bellezza.
La trama è volutamente essenziale: un gatto nero, minacciato da un’inondazione, sale su una barca insieme a un gruppo di animali – un lemure, un capibara (personaggio che lascia il segno) e altri compagni improbabili – affrontando un viaggio che è al tempo stesso fisico e simbolico. La mancanza di dialoghi non è un limite, ma una scelta stilistica che potenzia il linguaggio visivo e sonoro del film. I paesaggi evocativi, realizzati con il software Blender, ricordano i mondi contemplativi della trilogia Ico / Shadow of the Colossus / The Last Guardian, dove ogni elemento visivo contribuisce a creare una connessione emotiva con il pubblico.
Un’estetica che unisce il realismo dei paesaggi a un design più stilizzato per i personaggi, una scelta che sottolinea l’universalità del messaggio senza appesantirlo con dettagli superflui. Questa sintesi tra minimalismo narrativo e complessità visiva fanno di Flow un film di animazione molto più intelligente di quello che appare. Trova un equilibrio tra la solitudine del gatto protagonista e i momenti in cui prevale l’unione, resistendo alla forza della natura. Come ispirazione non si può non citare anche Stray, videogioco distopico che segue un gatto in un mondo post-umano popolato da robot.

