Il grande regista americano Paul Schrader torna alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia quattro anni dopo Master Gardener (2022), quello che sarebbe dovuto essere l’ultimo capitolo della Trilogia della redenzione (o dell’espiazione). The Basics of Philosophy, come anche il precedente Oh, Canada, è il perfetto proseguimento tematico dell’Uomo nella stanza, che il cineasta ha intrapreso da First Reformed. Selezionato nel Fuori Concorso, il film racconta di uomo, John Jorissen (Jack Huston), insegnante di filosofia alle prese con dilemmi esistenziali dopo che un segreto sepolto riemerge successivamente alla morte del padre. Inoltre, il protagonista è al lavoro su un libro incentrato sul filosofo seicentesco Spinoza, e si frequenta con la collega Becca (Sofia Boutella) e suo figlio adolescente Willie.

Il film di Schrader rivela quasi da subito lo scandaloso ricordo che attanaglia John. Durante il funerale del padre, riconosce tra la gente Miguel Basque, un ragazzo – ormai uomo – a cui diede lezioni di pianoforte e di cui abusò. Questo è visibile all’interno di un flashback che viene mostrato in due momenti differenti, e decisamente diversi anche da un punto di vista estetico e formale. Il flashback, oltre a rivelare il segreto di John, ci introduce la figura del padre (Bill Pullman) che, una volta scoperto l’accaduto, grazie al suo potere economico compra il silenzio del padre di Miguel finanziando tutta l’educazione scolastica del ragazzo. Dopo ciò, costringe John a iscriversi a filosofia.
In contrasto con il razionalismo spinoziano – a cui però il protagonista si aggrappa più volte, soprattutto in un’emblematica scena – John risulta essere un personaggio estremamente ambiguo, come da tradizione schraderiana, assai complesso e turbato da demoni interiori, perfettamente reso dall’attore Jack Huston. John reprime la propria omosessualità che riaffiora proprio dopo l’incontro con Miguel – a cui peraltro chiede se la sua violenza abbia indirizzato la sua sessualità – e che lo porta ad esplorare questo suo lato inconscio seguendo Miguel in un locale gay e avendo un rapporto con un altro uomo. John si domanda se il cambiamente sia possibile, se il processo verso la redenzione sia percorribile per lui. La profonda indagine psicologica di un protagonista incompleto, fragile e privo di virtù, va di pari passo a una forma ridotta all’osso, essenziale e scarna; e ad una struttura narrativa sconnessa e piena di ellissi che molte volte interrompono bruscamente la scena. È anche per questo un film difficile con cui confrontarsi, non solo perché richiede di dover provare a comprendere un personaggio scomodissimo – come per altro lo erano l’ex carceriere di Abu Ghraib ne Il collezionista di Carte e il neonazista ne Il maestro giardiniere – ma perché Schrader è totalmente estraneo a modelli estetici e narrativi canonici e già ampiamente sviscerati. Per quanto possa risultare sbilenco da un punto di vista linguistico, si lega perfettamente ad un personaggio irrisolto, bugiardo e corrotto all’interno che comunque si aggrappa più volte alla sua conoscenza per trovare un appiglio con cui giustificare il proprio comportamento. È, dunque, di profondo significato la scena in cui a John appare Spinoza – che ha destato molto scalpore, segno che la libertà autoriale anticlassicista del regista sia fastidiosa da decodificare per un pubblico non avvezzo al suo cinema. Spinoza, essendo una proiezione immaginaria di John, attenua i suoi sensi di colpa dicendogli che la ragione è la soluzione che porta al cambiamento. Nel film questo viene confutato, come è chiaro nella ben poco razionale scena, e inquadratura, finale che si attacca perfettamente a tutta l’impalcatura costruita da Schrader nel corso dei soli 94 minuti di durata.

Il tentativo di espiazione in The Basics of Philosophy si scontra con gli spazi mentali di un protagonista che fatica a comprendere veramente le conseguenze delle proprie azioni; che convive sì con il rimorso, ma non possedendo valori etici e morali da permettergli la salvezza. John è vittima della scelta del padre di averlo coperto e imposto la via della filosofia, che utilizza come attenuante. È un antieroe tragico schraderiano in tutto e per tutto.
Paul Schrader sta vivendo una seconda giovinezza, dopo gli anni d’oro della New Hollywood e degli anni a venire. Un regista che difficilmente sbaglia, risultando sempre e comunque al passo con i tempi, che fiancheggia ma non incrocia. Ed è probabilmente questa la sua più grande capacità: abbracciare la contemporaneità e allo stesso tempo sfidarla, aggiornando la forma e mantenendo ben saldi – con qualche minima variazione – i temi.
