In concorso all’ultima edizione del Festival di Cannes, Il caso 137 di Dominik Moll è al cinema da oggi, 16 aprile, grazie a Teodora Film.
La trama gira attorno a Stephanie (Léa Drucker), agente dell’IGPN (organo interno alla polizia che indaga sugli abusi e violenze perpetrati dagli stessi agenti), che si trova a dover investigare su una situazione avvenuta l’8 dicembre del 2018, durante una grande manifestazione dei gilet gialli a Parigi. Un ragazzo, Guillaume, è all’ospedale con il cranio fracassato; secondo la madre è stato un gruppo di poliziotti in borghese.

Il thriller socio-politico di Moll è algido, come le immagini dei dispositivi di sorveglianza che la nostra protagonista utilizza per arrivare alla verità. È fastidioso, poiché scottante è il caso che crea delle crepe nella Police nationale. Ma è anche necessario, per provare che nessuno è “al di sopra di ogni sospetto”.
La presa in carico del dossier 137 da parte di Stephanie innesca una serie di meccanismi topici del film procedurale, e una riflessione sull’ambiguità delle immagini contemporanee. A partire da una tutta una serie di riprese – il video girato dall’amico di Guillaume, le camere di sorveglianza, i filmati dei manifestanti – il film interroga sulla confutabilità di quelle immagini e quindi sull’obbligo di noi spettatori di saperle interpretare. Dunque, è innanzitutto lo sguardo ad essere imputato, e la facilità con cui esso si lascia manipolare dall’infinità di artefatti che inquinano la capacità di lettura. Questo perché più dispositivi uguali più sguardi, e più sguardi sono uguali a più prospettive. Quindi, immagini che dovrebbero portare chiarezza, si rilevano tutto tranne che oggettive. Le riprese incriminanti aggiungono un ulteriore livello di analisi degli eventi, ma non sono abbastanza per poter raggiungere la verità.

Bazin diceva che «l’oggettività della fotografia le conferisce un potere di credibilità assente da qualsiasi opera pittorica. Quali che siano le obiezioni del nostro spirito critico siamo obbligati a credere all’esistenza dell’oggetto rappresentato»¹, questo potere di credibilità è profondamente alterato nelle immagini della nostra contemporaneità. L’apparato strutturale del film di Moll è composto da un flusso di forme che infrange la trasparenza, a favore dell’artificio, dell’imposizione esterna di chi produce quelle immagini. La matrice ideologica manda fuori pista chi pensa di ritrovare la realtà nelle rappresentazioni della modernità.
Perciò, il film mette al centro sia la difficoltà nel preservare l’essenza e l’integrità del reale nelle immagini, che la posizione di totale incertezza di chi le deve interpretare. Un ruolo fondamentale nel film di Moll, visto che Stephanie non può far altro che affidarsi all’eccesso di immagini per tentare di fare giustizia. Prima tracciando il percorso del gruppo di poliziotti indagati – utilizzando i dispositivi di sorveglianza delle strade di Parigi – poi servendosi di un video girato da un testimone.

Cruciali sono i dialoghi, scritti da Dominik Moll con Gilles Marchand, per la costruzione degli interrogatori agli agenti; dove ad emergere è l’inadeguatezza delle forze dell’ordine nel gestire queste manifestazioni, ma soprattutto il modo subdolo con cui si affidano alla retorica del poliziotto come figura intoccabile. Il film del regista francese è decisamente essenziale nella sua forma narrativa, limpido nell’utilizzo del linguaggio cinematografico. Tutto forse troppo lineare e “giusto”. A mancare è un controcampo morale che possa creare fastidio nel percorso delineato da Moll. Una qualche alterità che si confronti con Stephanie, e riesca a portare allo spettatore domande etiche di una certa rilevanza. Su questa ricerca dei colpevoli il film si adagia e evidenzia i suoi limiti. È in parte presente uno sguardo umano – che coincide con lo sguardo della protagonista – ma più che indagare mantiene ferme le stesse convinzioni.
Un altro problema riguarda la strumentalizzazione del dolore e la rappresentazione del fatto di cronaca. Il film di Moll ricalca una modalità che non si distacca molto dal modo di articolare la vicenda dei quotidiani. Per quanto sia degna di nota e gli intenti assolutamente ragguardevoli, questo – assieme ad un interessante riflessione teorica – non basta per fare un ottimo film. L’opera di Moll fatica a creare un intreccio coinvolgente e di spessore; la nettezza con cui sviluppa la narrazione si riflette in una troppo chiara configurazione morale, che non lascia spazio ad esitazioni. È un film di denuncia sulle illegalità della polizia che fatica ad andare oltre la superficie della narrazione comune; non ha la forza per cambiare prospettive e dinamiche, giocando sull’ambiguità delle situazioni. Va dritto al punto senza intoppi. E questo è dato dal fatto che il punto di vista sposato è sempre quello di Stephanie, che non dubita mai delle proprie azioni. È toccata in parte sul piano personale – la famiglia della vittima è sua compaesana, ma lei non ha nessun legame con loro – e riguardo l’ostilità di alcuni colleghi che non accettano l’indagine. Ma non vi è mai un confronto che scombini le aspettative. Invece, riguardo la rappresentazione del dolore, è emblematica la confessione di Guillaume con cui si conclude la pellicola. È evidente come Moll provi ad estorcere una risposta emotiva dallo spettatore, ma non soddisfatto decide di calcare utilizzando un raccordo sull’asse che dispiega il vero senso della scena.
Il caso 137 è un esempio di film che sfrutta il genere come punto di partenza verso altre tematiche e che, dunque, lascia trasparire una scarsa volontà nel lavorare sui codici del thriller.
1 A. Bazin, Che cosa è il cinema?, a cura di A. Aprà, Garzanti, Milano 1999.

