Carnage, uscito nelle sale nel 2011, diretto da Roman Polanski e basato sulla pièce teatrale Le Dieu du carnage, è una commedia nera necessaria oggi più che mai, in un mondo sempre più ossessionato dall’apparenza. Un film che a distanza di più di un decennio dall’uscita non dimostra segni di invecchiamento. La lucidità di Polanski nel filmare questa borghesia nella sua falsità sprezzante risulta ancora oggi a dir poco sublime. Il film inoltre si inserisce perfettamente nella filmografia del regista, spesso ossessionata da spazi angusti e tensioni psicologiche, basti pensare a Repulsion (1965) o The Tenant (1976).
Per via di una lite in un parco, un ragazzino colpisce con un bastone al volto un suo coetaneo, mandandolo in ospedale. Così i genitori dei due giovani, due coppie newyorkesi, decidono di incontrarsi a casa della vittima per discuterne e risolvere la questione civilmente. Questo è il terreno in cui Polanski si muove per smascherare l’ipocrisia e le falsità insite nella borghesia e per parlare dei problemi legati alle relazioni interpersonali nella società contemporanea. La messa in scena è dichiaratamente teatrale: il film si muove quasi esclusivamente nelle quattro mura di un appartamento a New York, dando ben pochi accenni all’esterno, con le due coppie protagoniste intrappolate all’interno da un’aura misteriosa di bunueliana memoria, nonostante cerchino in ogni modo di fuggire.

Il genere è quello della commedia nera, con un tono spesso ironico e dei dialoghi taglienti, questi coadiuvati da un cast in stato di grazia. Jodie Foster nei panni di Penelope e John C. Reilly in quelli di Michael interpretano i genitori di Ethan, la vittima dell’aggressione; mentre Christoph Waltz e Kate Winslet, rispettivamente Alan e Nancy, sono i genitori di Zachary, il carnefice della vicenda. Il film si regge in piedi non solo grazie alla regia asfissiante di Polanski, ma anche e soprattutto grazie alle interpretazioni di questi quattro magnifici attori, tutte eccellenti: a partire da Jodie Foster nei panni di una madre apprensiva nei confronti del figlio e dei problemi che riguardano il mondo; John C. Reilly, nel ruolo di un padre di famiglia con degli ideali modesti e conciliatori, ma che mal sopporta il criceto della figlia; Kate Winslet, una donna apparentemente civile e controllata; E infine Christoph Waltz, un businessman cinico e menefreghista, con ben pochi interessi nei confronti del figlio e ciò che lo circonda. Tutti e quattro, chi prima chi dopo, gradualmente nel corso del loro incontro, aiutati anche dall’effetto dell’alcool, calano giù la maschera della borghesia media americana, lasciando trasparire la loro reale natura, esplicitando la loro visione del mondo: amorale, spietata, ipocrita.
Il film è costellato di momenti memorabili, alcuni ad oggi già cult, come fra tutti la scena del vomito di Kate Winslet, evento tanto rivoltante quanto pivotale per la discesa negli inferi del finale. Da quel momento in poi, le due famiglie sembrano regredire, abbandonando progressivamente ogni residuo di civiltà per tornare a uno stadio più primitivo, a quello di animali, dominati solo dall’istinto ad attaccarsi a vicenda senza nemmeno sapere veramente perché. La parola passa da essere inizialmente strumento diplomatico e di dialogo ad arma per colpire e prevalere sulla controparte. Quello che colpisce, inoltre, è come Polanski risulti a suo agio nel dirigere gli attori in questo ambiente angusto e come riesca a far esplodere la tensione attraverso piccoli gesti: dettagli sul cellulare di Alan che riceve telefonate incessanti, dei piccoli scambi di sguardi tra i personaggi, minimi movimenti in scena. Elementi apparentemente marginali, a cui Polanski dedica una particolare attenzione e che contribuiscono a rendere l’atmosfera via via più asfissiante.

In questo senso, è significativo come il conflitto tra i due bambini, ovvero l’origine del diverbio tra le due famiglie, resti perennemente fuori campo e venga risolto dai due ragazzini con una semplicità disarmante, in netto contrasto con gli adulti e la loro incapacità di comunicare e gestire le proprie emozioni, troppo presi dalle loro maschere sociali e da ruoli autoimposti. In definitiva, Carnage è un film notevole, in grado di offrire un ritratto della società contemporanea sempre più interessata all’apparire piuttosto che all’essere.

