Presentato alla 78°edizione del Festival di Cannes, Resurrection è il terzo lungometraggio del regista e sceneggiatore cinese Bi Gan, che già si era distinto e aveva fatto parlare di sé con i suoi Kahili Blues e Un lungo viaggio nella notte. Questa volta tenta un film a episodi/capitoli, spaziando tra i generi attraverso 100 anni di cinema. Resurrection è infatti prima di tutto un grandissimo omaggio alla settima arte e alla sua totale libertà visiva, che trasforma sagome, dilata il tempo e immerge chi la vive.
Le persone che non sognano sono come una candela che non brucia, possono durare per sempre.

La premessa con la quale si apre il film è quella di un mondo in cui la gente, in cambio di una vita più lunga, ha smesso di sognare. Il sogno è ormai diventato un morbo portato ancora dai pochi sognatori, i cosiddetti “deliranti”. Una donna (Shu Qui) ne individuerà uno morente (i suoi stessi sogni lo stanno uccidendo) e trovando un proiettore all’interno del suo corpo rivivrà con lui tutte le sue esistenze passate attraverso svariati generi filmici.
Sarebbe interessante fare un passo indietro al suo film precedente, Long Day’s Journey into Night, peculiare per il suo secondo tempo girato in piano sequenza lungo un villaggio di montagna (tecnica che Bi Gan riprenderà in parte anche per Resurrection). Accediamo però a questo magico piano sequenza solo quando il protagonista Luo, perso nella sua affannosa ricerca, si addormenta in un cinema. Luo non è altri che il primo delirante del cinema di Bi Gan e del suo desiderio di meravigliare. Tirando le somme sul suo cinema è ormai evidente l’intento di ritrarre personaggi sperduti, disorientati, alla ricerca di qualcuno o di sè stessi che sono immersi in una distopia narrativa o visiva. L’artificiosità di certi espedienti tecnici del suo cinema trasuda amore per quest’arte e ricorda la tangibilità dello stupore, fattore che forse nel cinema contemporaneo si affievolisce sempre di più.

Resurrection, oltre a uno splendido esercizio di stile, è un esaustivo viaggio nella vita di un Delirante, vita fatta di film, uno diverso dall’altro. Il frammento cornice è muto, e gioca di ombre, miniature e colori stravaganti, teatri di posa e artificiosità visive tipiche dell’Espressionismo Tedesco, il secondo è un noir melvilliano con la valigetta di aldrichiana memoria e una scena in un labirinto di specchi che non può non far pensare a La Signora di Shanghai di Welles. Il terzo è un film di fantasmi ambientato in un vecchio monastero isolato che ricorda molto quei film spiritici feudali giapponesi anni 50 come Ugetsu. Il quarto è quasi neorealista con un tocco di “sovrannaturale”, e si basa soprattutto sul rapporto comico e toccante tra i due protagonisti. L’ultimo racconta con un piano sequenza una storia di mafia, giovinezza e forse qualcosa in più (ma questo non vogliamo rivelarvelo).
Storie che tra di loro sembrano slegate e spiazzanti se messe insieme ma che trasudano invece tutta la vitalità del Delirante morente, dal Come, Sweet Death! di Bach a un bacio che toglie tutta la linfa all’alba. Un progredire vitale che riecheggia i versi di ciò che in ambito letterario era lo strutturalismo, una corrente decostruzionista che va a riflettere proprio sull’essenza costitutiva dell’apparato che si sta fruendo (in Calvino ad esempio si guardava alla struttura del libro). E oltre a questo è un procedere sempre più avanti nel tempo, dagli anni 20 al nuovo millennio.
Siamo tutti corpi inanimati in qualche momento della storia.

Ed effettivamente guardandosi indietro si pensa a quanti anni di cinema sono passati e quanti ancora ne verranno, quanto ancora quest’arte può essere ricapovolta e scoperta. Siamo solo a 130 anni di cinema. E non è consuetudine trovare un film così ottimista in un periodo simile, in cui la “Resurrezione” è quella di ogni anima persa ogni volta che comincia un nuovo film, per quanto lontano possa essere dalla sua vita. Luca Guadagnino in Queer ci mostra Lee (Daniel Craig) che mentre guarda un film con il suo amato immagina di poterlo toccare con una mano trasparente. Davanti a loro si proietta la scena di Orfeo di Cocteau in cui il protagonista attraversa uno specchio e oltrepassa il reale.
In Goodbye, Dragon Inn di Tsai Ming-liang il cinema è alla sua ultima proiezione prima dell’imminente chiusura, e questo enfatizza la lentezza dei tempi tipica del regista e la caducità dell’animo dei suoi protagonisti. Il cinema del nuovo millennio ci ha donato tanti momenti in cui la sala assume una nuova valenza, quella di un periodo critico pieno di incertezze esistenziali in cui una singola visione può generare svariati stati d’animo. Spesso un personaggio che si siede e guarda un film è un momento per far respirare la narrazione ed inetriorizzare alcuni concetti della pellicola a quest’ultimo, non va però sottovalutata la forte significatività del luogo. Alcune volte trasmette un desiderio irrealizzabile, quello di poter entrare nello schermo, o di far durare per sempre la proiezione. E Bi Gan usa la polvere magica di Sandman, il dio dei sogni, per costruire sul finale un cinema con tutti i suoi spettatori.

E quindi il Delirante è l’abominevole creatura che vediamo noi o solo il riflesso di un’anima consumata in una società che non si ferma mai a gustarsi i sentimenti? Alla fine di Resurrection sembra di aver vissuto un’intera vita all’interno dello schermo (anche se il film non annoia mai) e di esser stati continuamente deviati da emozione a emozione, in un esercizio vorticoso ed esuberante, il più possibile per trasmettere il concetto. Forse non è così scontato un messaggio come quello di Resurrection. E forse a volte il modo più sincero per comunicare può essere il cartello di un film muto.

