Nel 2023 durante un’operazione al cuore, Nicolas Winding Refn è morto clinicamente per 20 minuti prima di essere rianimato. Ne ha parlato durante la press a Cannes ed è tornato sull’argomento molto spesso durante la promozione del suo ultimo film: Her Private Hell. Ogni volta che rielabora l’accaduto si lascia trasportare dalla commozione e afferma di sentirsi rinato. Desta particolare curiosità il suo desiderio di far filmare l’operazione per poter vedere l’interno del suo corpo, elemento che dopo aver visto la sua ultima fatica cinematografica non può che far sorridere data la presenza di un personaggio che uccide aprendo in due il torace. Fare cinema spesso non è solo sostentamento ma è prima di tutto esigenza, e in filmografie così personali come quella del noto regista danese traspare ogni periodo economico e spirituale della sua carriera. Non è un caso che questo Her Private Hell segni infatti un possibile nuovo spartiacque nella sua filmografia, unendo suoi simboli e stilemi classici e dando loro nuovo significato.
È infatti facile dividere la filmografia di Refn in più fasi, da quella danese figlia del Dogma 95, con narrazione e personaggi più realistici, a quella sempre più simbolica post Bronson, il vero grande salto di carriera. L’ultimo decennio è forse quello che più incarna il cinema di Refn. Oltre ai film ha anche realizzato due miniserie notevoli: Too Old To Die Young e Copenhagen Cowboy. Il cinema del regista è andato sempre a modificarsi e stratificarsi, perdendo sempre di più il contatto con il reale ma mantenendo comunque i rapporti sociali al centro dell’opera. Trame sempre più risicate e concettuali che lasciano spazio a spettacolarità visive e storie trainate solo da sguardi, silenzi e ovviamente luci al neon. Forse la critica più comune fatta al suo Solo Dio Perdona è di essere un film vuoto di sola estetica, vittima anche del confronto diretto con Drive, che era più accessibile al pubblico, seppur eccellente. Eppure è interessante vedere come col tempo questo estremismo visivo stia facendo sempre più breccia in tanti registi contemporanei, definendo anche per loro una nuova fase artistica.

Her Private Hell è figlio di questa corrente e di tutte le polemiche e critiche derivanti. Un punto di non ritorno per Refn. Come se la struttura narrativa di Solo Dio Perdona incontrasse i personaggi di The Neon Demon, ma in maniera totalmente diversa. Con Sophie Thatcher, Charles Melton e Diego Calva, Her Private Hell è ambientato in un paesaggio nebbioso e futuristico non definito e ruota attorno a un gruppo di attrici affascinanti circondate da antipatie e dicerie sovrannaturali. La più presente nel film di queste è quella del Leather Man, un assassino che uccide le giovani ragazze aprendo loro il torace. All’interno di questo panorama si intreccerà il difficile rapporto familiare di Elle (Sophie Tatcher) con il padre e la matrigna, sua ex amante ed amica. Parallelamente si racconta del sergente K (Charles Melton), un uomo lacerato dalla morte della figlia che cerca un modo per riaverla indietro. In mezzo a questi due quadri una nebbia costante e ammaliante in cui i personaggi si perdono e vengono persi. Palazzi colorati ma vuoti e freddi, un panorama grigio e un inferno vivente fatto di cristalli luminosi. Mai la luce del sole, la vicenda è accompagnata da una perenne tenebra che fiancheggia violenza, sesso e neon. Her Private Hell si può anche descrivere come una vera e propria fiaba oscura sulla moralità, non sempre buonista ma con un forte senso di ciò che è giusto.
Due storie parallele che si toccano solo sul finale ma che sono profondamente correlate nelle loro differenze. Il montaggio stesso accosta spesso Elle a K, figlia a padre, due personaggi con vite e funzioni diverse ma entrambi persi e alla ricerca di un nucleo familiare frammentato. Da una parte abbiamo Elle, simbolo di una società fondata sulla bellezza, attrice e modella, che potrebbe tanto ricordare una versione più consapevole di sé della Jesse di The Neon Demon, una donna che ha accettato il suo fascino e il potere da esso derivante divisa tra il continuo desiderio di soddisfare il padre e averlo vicino e l’amore/odio per Dominique. Il film comincia con lei che introduce l’ingenua Hunter al suo mondo di rapporti flebili, erotici e diffidenti, anche lei con un percorso simile alla Jesse di Elle Fanning. Infatti Hunter cavalca totalmente la sua bellezza e sacrifica sin dall’inizio la sua innocenza per unirsi allo sfarzo della lussuria e del mondo di Elle. Il percorso del personaggio interpretato dalla Thatcher è una parabola discendente verso l’inferno, verso il totale annientamento della sua moralità familiare e sociale e la conseguente perdita della sua umanità. Si punta tanto proprio sulla sua iniziale apparente fedeltà (forse dovuta ad un continuo bisogno di affetto) all’idea di famiglia e amore. Nel film è Nico (Diego Calva), rivale del padre, ad incarnare la perdizione di Elle, in una delle scene più violentemente esplicite e deliranti del film.

Il generale K invece è l’esatto opposto, per quello che può significare in un mondo simile. Viene introdotto attraverso un montaggio parallelo tra lui ed Elle mentre fumano una sigaretta e la sua tragicità ci viene presentata sin dal primo momento. Nevrotico, violento, ma giusto. Forse il personaggio più stoico e dai sani valori nella storia. La sua impetuosa ricerca della figlia, vittima del misterioso Leather Man – fatta di esemplari scene di azione e continui conflitti con la yakuza – è molto simile al delirio visivo di cui è vittima Julian, il protagonista di Solo Dio Perdona, anche lui figlio di una famiglia e di un mondo marcio fino al midollo ma con un senso della giustizia che lo differenzia da sua madre e suo fratello. La storia di K non sembra mai inserirsi veramente nella vicenda, anche quando condivide gli stessi spazi con le protagoniste, fino al campo- controcampo finale. L’unico criptico legame a metà film riguarda un fumetto da lui scritto che verrà poi usato come base per il film in cui recita Elle, forse monito a vedere nel personaggio di K un’idealizzazione di quello che dovrebbe essere un padre presente. Non a caso a un certo punto del film il padre di Elle non si vede più, poco prima che compaia il personaggio interpretato da Melton. È dunque un fantasma che rafforza la storia di Elle e parallelamente sviluppa la sua, riuscendo anche lui ad arrivare nell’ inferno che dà il titolo al film.

L’inferno è pieno di cristalli e nebbia, come anche le strade. In questo inferno è nascosto il demone che collega le due storie, il Leather Man, visivamente un mix tra il demonio di Goksung e l’assassino di un film argentiano. Sono sicuramente il cinema di Dario Argento e di Mario Bava (in particolare Sei donne per l’assassino e Terrore nello spazio), ma anche sporadiche citazioni cult come Barbarella. Tutto elevato dalla colonna sonora del celebre Pino Donaggio, vera e propria comprimaria del film e forte emblema, con le sue note armoniche, della natura fiabesca della storia. E il Leather Man forse è proprio la morale della vicenda, perché oltre ad essere un mostro potrebbe essere lo stadio finale della trasformazione di un’anima persa. È facile perdersi in un mondo simile, così offuscato e corrotto, e le vittime del mostro sono sempre giovani ragazze, chi più innocente, chi meno.
Si riprende l’idea di innocenza di The Neon Demon e quel colore rosso che inonda Jesse durante la sua sfilata e la trasforma – in questi 10 anni di assenza dal cinema di Refn – in uno spietato assassino sovrannaturale. È uno degli esempi più celebri della trasformazione dei simboli che questa lunga assenza (almeno dal cinema) ha comportato per il regista. Un altro elemento importante del cinema di Refn è la mano: in Solo Dio Perdona la mano è la raffigurazione per eccellenza del peccato, e il personaggio di Julian se le fa tagliare perché riconosce di essere un peccatore, andando di fatto a decostruire la concezione di personaggi positivi/negativi che ci eravamo fatti fino a quel momento. Qui invece le mani (con tanto di guanti) sono simbolo dell’ereditarietà del peccato e quindi il ciclo infinito di perdizione di un’intera generazione, destinata a dare la caccia ai propri simili e far perdere anche loro. Sembra quasi che tutta l’organizzazione di modelle/attrici delle quali fa parte Elle incoraggi le proprie ragazze a perdersi.

E poi c’è la nebbia, per eccellenza nel cinema l’emblema del mistero, dal noir al simbolismo. In Her Private Hell risalta l’eccesso visivo della narrazione contenuto in così pochi personaggi e in ambienti così deserti, mantenendo quindi tutta la vicenda su un piano surreale e da fiaba. Tra un edificio e l’altro c’è solo questo desolante alone di morte, che tanto ricorda un purgatorio vivente in cui i nostri personaggi sono costretti ripetutamente a non trovarsi, a percepirsi (Elle e K si incrociano direttamente solo in due scene in mezzo alla nebbia) ma a non toccarsi mai. Sia la ragazza che il generale sono quindi due facce della stessa medaglia con due destini diversi ma un singolo insegnamento. Sta qui la profonda tragicità del film, lo sguardo impassibile di uno spettatore talmente coinvolto in una vicenda così impattante (probabilmente uno degli apici cinematografici da vivere in sala quest’anno) che vorrebbe quasi avere controllo su di essa. Eppure rimane solo un profondo senso di malinconia per quello che si è vissuto, come se si guardasse da una vetrata verso un’altra senza poter intervenire.
Un vero monito a provare a ritrovarsi, anche all’inferno.
