[Locarno79] You Don’t Belong Here – Un inganno chiamato ambizione

You don’t belong here di Florin Serban è il film vincitore del Pardo d’Oro all’ultimo Festival di Locarno. Tutto ruota attorno a Marius, primario dell’ospedale del suo paese e vedovo, rimasto solo con suo figlio adolescente Ioan. Marius è un uomo freddo, che spesso non distingue l’essere disciplinati con l’essere scortesi e si è lasciato andare a una vita spenta e passiva. Neanche il rapporto con suo figlio eccelle: Marius definisce Ioan “mediocre” per la sua mancanza di ambizioni e interessi. Attorno ai nostri protagonisti c’è una Romania spezzata dove regna il vandalismo e un gruppo di giovani nella notte sgonfia le ruote alle macchine degli “zingari” e diffonde volantini pieni di odio. Il marasma vissuto dalla Nazione entrerà anche a casa di Marius proprio attraverso suo figlio.

In 150 minuti Serban ci rende veri e propri osservatori di una lenta ma avvincente autopsia sociale: assistiamo a lunghe conversazioni accompagnate da movimenti di camera quasi impercettibili e senza filtri cinematografici, né luci, né musica. Il film si apre presentandoci i teppisti nel pieno della loro campagna d’odio come se stessimo guardando uno spettacolo d’Opera, con inquadrature simmetriche e musica classica. Quello che risalta di più in questo panorama è l’enorme valore che Serban affida ai gesti e ai movimenti dei personaggi; una scena in cucina in particolar modo rappresenta perfettamente l’atmosfera arrendevole e disorganizzata che si respira a casa di Marius. Si mangia quel che si trova in frigo, anche al buio se una lampadina si brucia, Marius è sempre fuori e Ioan non ha la confidenza necessaria col padre per sostenerci una conversazione. Marius ha un forte senso del dovere e del giusto, probabilmente inculcatogli da piccolo, e crede nella meritocrazia. È ancora attaccato ai suoi vecchi compagni di classe e si sorprende di come alcuni di loro si siano ritrovati a ricoprire incarichi autorevoli come l’insegnamento. Non sorprende dunque come il silenzio tra padre e figlio sia anche frutto di un’incomunicabilità generazionale che fatica a ricucirsi. Ed è questa freddezza nei costumi respirata in casa che conduce Ioan sulla cattiva strada.

Nel corso del film assistiamo alla rottura progressiva di Marius. Gli ambienti che caratterizzano le sue giornate cominciano a ristagnare anche a noi ed è questa ritmicità della sua monotonia che rende ancora più impattante la svolta a metà film. Il grosso cambiamento porta Marius a dover uscire dal suo rifugio sicuro di certezze e doveri lavorativi e dover affrontare (forse per la prima volta veramente) il vuoto che l’assenza di sua moglie ha lasciato in casa. In poco tempo il pragmatico protagonista che abbiamo imparato a conoscere viene colto impreparato e arranca a trovare una soluzione. Lui e suo figlio sono due estranei, ce ne rendiamo conto dalle loro conversazioni, anche quelle che dovrebbero essere più concitate finiscono per affondare nell’inevitabile distacco di Marius. La crisi che vive è quella di un’intera società vittima della sempreverde illusione del successo. I figli stessi diventano sfoggio del proprio egoismo, la propria vita un vanto e le vite degli altri competizione. Non a caso l’ambiente scolastico, culla di tutti questi pregiudizi, è centrale nel film.

È molto importante che Marius abbia deciso di rimanere nella sua città natale mentre molti suoi compagni sono partiti e che faccia frequentare a suo figlio la stessa scuola nella quale studiava lui da giovane. Sembra quasi che nemmeno la morte della moglie sia riuscita a fermare un uomo che forse più che per soddisfare sé stesso, viva per dimostrare qualcosa agli altri. Il Marius di fine film è un uomo che dopo anni finalmente esplode e implora di essere ascoltato come lui ha fatto con tutti gli altri senza provare il benché minimo interesse. La più grande menzogna è infatti quella che racconta a sé stesso per autoconvincersi che tutto stia andando bene. Neanche il suo amico ispettore può aiutarlo, è totalmente solo.

E così Serban ci mostra come si capovolge totalmente un personaggio giocando con la prospettiva che noi abbiamo di lui all’inizio, e confrontandola con la sua vera natura. Non solo il problema personale di Marius, ma l’origine del risentimento tra generazioni diverse: non riusciamo a parlarci. Forse, come suggerisce Serban, perché siamo ancora attaccati alle promesse che ci sono state fatte e rifatte all’infinito, senza renderci mai veramente pronti ad affrontare la tragedia.

Classificazione: 3.5 su 5.

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