Nowhere to Lay My Eyes

[Locarno79] Nowhere to Lay My Eyes – L’atto filmico come atto di sopravvivenza

Oltre ad essere il titolo del secondo lungometraggio dell’anno diretto dal regista sudcoreano Hong Sang-soo – presentato in concorso alla 79ª edizione del Festival di Locarno(I had) Nowhere to Lay My Eyes è anche un’espressione che la protagonista Sang-hee utilizza all’interno del suo cortometraggio sperimentale Small Flower, e rappresenta una sintesi del cinema di Hong: riprendere ciò che riteniamo bello per riuscire a sopravvivere.

Sang-hee (Kim Min-hee) e il fratello vanno a trovare la madre sull’Isola di Jeju, dove vive con il compagno documentarista e dirige un ristorante di successo.

Il film ha uno sviluppo tipico del cineasta sudcoreano: è composto inizialmente da una serie di confronti attorno ad un tavolino, dove i quattro personaggi si aggiornano a vicenda delle loro attività – soprattutto considerando che Sang-hee non vede la madre da dieci anni.

La protagonista lavora per un’azienda che importa snack stranieri; nel tempo libero è una regista di piccoli film sperimentali che pubblica su YouTube, e che gira esclusivamente per piacere personale. Durante queste tavolate, si delinea un passato che ha fortemente segnato Sang-hee, che risponde con molta riservatezza alle domande della madre. Come il giovane poeta di What Does That Nature Say to You era il punto di vista esterno, rispetto alla ricca famiglia della fidanzata, così Sang-hee risulta un pesce fuor d’acqua, decisamente diversa da ciò che la madre si sarebbe aspettata. 

Il compagno della madre – che preferisce non chiamare papà – è un documentarista ed è un’altra delle tre figure d’artisti presenti nel film. In uno dialoghi, Sang-hee dà vita ad un monologo sulla sua idea di documentario. Qui a parlare sembrerebbe più lo stesso Hong. La forma documentaristica si pone fin da subito come verità, come ripresa del reale; con questo presupposto è facile manipolare e alterare, sfruttando il documentario come uno strumento di propaganda per i vari regimi. Sang-hee fa l’esempio delle produzioni mediali israeliane che, spacciandosi per informazione trasparente, giustificano il genocidio ai danni del popolo palestinese. A differenza invece della fiction che dichiara immediatamente la sua natura immaginaria, il documentario mente presentando come autentiche le sue immagini.

La terza figura d’artista è la figlia del compagno documentarista, ossia una pittrice che dipinge con acquerelli prendendo spunto da vari pittori. Anche lei non crea per vendere, ma realizza opere per soddisfare il proprio gusto.

Nowhere to Lay My Eyes

È un cinema di rifugio quello di Hong Sang-soo. Se vogliamo anche di resistenza, oltre che di osservazione. Di resistenza verso un mondo che accelera e non ammette la contemplazione. Il piacere di uno sguardo che si ferma ad osservare un piccolo fiore giallo sul ciglio della strada. Un cinema minimalista che sintetizza una purezza persa nel contemporaneo. Contro le pratiche del linguaggio cinematografico standardizzato, Hong tramanda la tradizione del cinema orientale, che guarisce dall’inquinamento delle immagini moderne. Cinema quasi immobile, come le inquadrature della sua regia – non a caso vincitore del premio miglior regia a Locarno – quasi sospeso nel tempo, ma che in realtà lo attraversa, solamente con altre forme. Più vicino a dei filmati amatoriali di famiglia, come cinediari dai valori universali. 

In Nowhere to Lay My Eyes, Sang-hee filma per aggrapparsi a qualcosa, per combattere il disagio di sentirsi diversa. Mentre le immagini la mostrano silenziosa, il voice off rivela i suoi pensieri, che alcune volte vanno in contrasto con ciò che aveva detto in precedenza. Ma in fondo è anche per questo che il regista preferisce la forma finzionale al documentario: tutto può essere ritrattato perché nulla di quello che viene espresso è vero. È dunque un cinema anti-conformista, che esaspera e reitera le sue forme nel tentativo di portare lo spettatore all’interno di una dimensione straniante ma allo stesso tempo quotidiana. E questa nuova opera aggiunge un ulteriore tassello alla poetica del suo autore. Che oltre a sottrarre elementi dalla messa in scena, riducendo tutto ai minimi termini, sottrae anche frammenti di storia. Ciò fa pensare che questi tre giorni di ricongiungimento familiare facciano parte di un quadro più ampio, e che quello che Hong ci propone non sia altro che una prospettiva limitata delle loro vite. Ma è sufficiente questo, un’ora e dodici minuti di ricerca della semplicità e della purezza. Un film che si regge anche grazie alla prova della sua protagonista Kim Min-hee, musa del regista con cui ha iniziato a collaborare dal film Right Now, Wrong Then del 2015. L’attrice si è aggiudicata il pardo per la migliore interpretazione a Locarno 79.

Hong Sang-soo scrive, dirige, monta, produce – il cinema più radicalmente indipendente al mondo – uno dei migliori film di un anno, fino a questo momento, decisamente sotto tono.

Classificazione: 4 su 5.

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