Premiato come miglior film nella sezione Un Certain Regard alla 79ª edizione del festival di Cannes, Everytime è il terzo lungometraggio di Sandra Wollner, regista austriaca assolutamente degna di attenzione. E per chi sarà a Roma, giovedì 22 ottobre è prevista una proiezione in concorso per Alice nella Città. La distribuzione italiana è Wanted Cinema ma non ha ancora ufficializzato una data d’uscita. Everytime imbastisce una riflessione molto interessante sull’elaborazione del lutto e lo fa in un costante oscillare tra realismo e onirismo. Un viaggio ipnotico tra ricordi, fantasmi e luoghi. E seppur il tema della perdita sia assai inflazionato nel panorama festivaliero, il film riesce a restituire uno sguardo interessante se si è disposti a lasciarsi andare ad un’esperienza sì difficile da digerire, ma spiazzante e oltremodo affascinante.

Il film segue le vicende di una famiglia composta da una madre (Ella) e le sue due figlie (Jessie e Melli). Le loro vite sembrano procedere normalmente quando la famiglia è scossa da una perdita tragicamente improvvisa. Jessie e il suo ragazzo, Lux, dopo una notte passata in discoteca a sbronzarsi e drogarsi, salgono su un palazzo e si sdraiano su di un terrazzo a rilassarsi, amareggiati perché quella sarà l’ultima serata che passeranno insieme prima che Jessie e la sua famiglia partano in vacanza a Tenerife. In questi fugaci istanti si consuma la scena cardine del film: la Wollner osserva questi personaggi con un campo lunghissimo, insieme sul cornicione, si avvicina a loro e dopo muove la camera inizialmente verso l’alto a scrutare un gabbiano e dopo precipita improvvisamente verso il basso, a osservare le facciate dei palazzi, le foglie degli alberi e infine risale nuovamente verso il sole, l’unico testimone beffardo della tragedia. Jessie si è suicidata? È stato solo un incidente? Wollner non risponde a questi quesiti e rappresenta l’assenza come un evento con cui lottare e convivere, a prescindere dai motivi che l’hanno scatenata. Proprio da questa profonda lacerazione il film si deflagra lentamente, in una scena tanto sconvolgente, quanto elegante, che riesce a comunicare tutto ciò che è necessario in una manciata di immagini. A seguito della tragedia, Ella, Melli ed il fidanzato di Jessie, scossi e distrutti dall’accaduto, cercano di elaborare il trauma a modo loro, costretti a venire a patti con la sconvolgente realtà. Ognuno di loro è assalito dal dolore e dal senso di colpa, tutti cercano delle risposte, sono alla ricerca di un colpevole, di un modo per rendere la perdita meno dolorosa. Inizialmente la madre prova un certo rancore verso il fidanzato di Jessie, credendolo in parte responsabile dell’accaduto, ma gradualmente la comprensione della madre cresce e Lux viene accolto nella famiglia come se fosse suo figlio. All’avvicinarsi dell’anniversario della scomparsa di Jessie, la madre Ella, Melli e Lux, decidono di partire per Tenerife per godersi quella vacanza di cui anche Jessie avrebbe dovuto far parte. Da quel momento in poi il film prende una piega fortemente onirica, dove il metafisico precipita di soppiatto nel reale: Jessie è morta, ma la sua presenza continua ad echeggiare nelle immagini del film come un fantasma che perseguita la famiglia. Anche questo è un tema su cui riflette il film: il potere consolatorio delle immagini, su come queste ci possano far percepire l’assenza come meno dolorosa. Perché, anche se Jessie è scomparsa dal mondo reale, continuerà a vivere per sempre nelle immagini che loro custodiscono e nella memoria dei personaggi. Non a caso i personaggi trovano rifugio in vecchi messaggi, foto ricordo, vhs, per cercare di tenere viva la memoria. Durante la vacanza i membri della famiglia sono scossi da un evento inspiegabile e si trovano costretti a prendere una scelta: lasciarsi travolgere da ciò che sembra impossibile e abbracciare un dono miracoloso, o restare razionali e credere solo in ciò che ci risulta spiegabile.

Fin dai primi istanti della pellicola la cineasta ci rende voyeur di questi personaggi, lasciando la macchina da presa ad una certa distanza rispetto ai soggetti: ce li fa osservare senza realmente farci entrare nella loro realtà quotidiana. Ed è in questa distanza che lavora il film, una distanza che non giudica, ma risulta necessaria e ci permette di rimanere lucidi e riflettere sul dolore profondo che rappresenta perdere qualcuno. Il film colpisce anche per come lavora intelligentemente di sottrazione: pochi dialoghi, zero retorica, e sentimentalismo essenziale. Wollner rifugge del tutto alla definizione di dramma tradizionale, non ha bisogno di imboccare le emozioni allo spettatore, piuttosto preferisce farle trasparire semplicemente facendoci percepire realmente l’assenza, attraverso silenzi, piccoli gesti, momenti di riflessione. In un cinema spesso frettoloso e eccessivamente didascalico, la cineasta non ha mai paura di prendersi i suoi tempi, lasciando la camera fissa anche per interi minuti a fissare un personaggio fermo a pensare. E mette in scena un mondo ambiguo, dove passato e presente si confondono e la realtà perde progressivamente i suoi contorni. Il non detto nel cinema della cineasta austriaca conta spesso molto più di quello che i personaggi si dicono tra di loro, la verità si annida spesso in uno sguardo, un piccolo gesto.

Everytime si muove dall’inizio alla fine in una spirale ammaliante, ricca di elementi ricorrenti e di indizi (la caduta, la salita, il sole, il rapporto tra uomo e natura), sospeso costantemente tra reale e fantasmatico. Un film intenso e drammatico, ma che non lascia mai fuori la speranza, a patto che si sia disposti a crederci.
