Q: Innanzitutto congratulazioni di nuovo Mr. Diaz, è veramente un film affascinante e
sorprendente; la mia domanda riguarda un momento specifico nel film, dove la donna
imprigionata guarda in camera, rivolge a noi il suo sguardo. Lei sorride, sembra quasi una
martire, che cosa intendeva dirci con quello sguardo?
Diaz: Sì, è un’immagine, ne abbiamo parlato, io e l’attrice. Veniamo entrambi dalla stessa zona
del paese, il sud delle Filippine. Quella scena che abbiamo fatto, lei guarda la camera,
anche quando mentiva, anche quando veniva violentata, nella vecchia arte. Quindi, quello
sguardo è un dialogo continuo su di noi. Continuiamo a lottare per conservare la nostra
anima, qualcosa del genere. Nonostante tutto, nonostante la sottomissione, l’imposizione,
tutte queste cose oppressive che ci hanno fatto, abbiamo ancora le nostre anime. È un
nutrimento che è ancora costante. È, ancora una volta, torno su questa parola, resistenza.
Nonostante tutto questo dolore che ci hanno inflitto, abbiamo ancora le nostre anime. È stato
un gesto deliberato che abbiamo compiuto durante le riprese. Le ho detto: «Guarda
semplicemente la camera e sorridi».
Q: Nel film c’è una sorta di conflitto interno tra la maggior parte delle persone che sono
d’accordo con Padre Inciso e, diciamo, due anziani, e forse anche il figlio di Padre Inciso,
che, mi sembra, rifiuti i propri privilegi.
Quindi, quando ha girato il film, ha pensato al presente?
Diaz: Certo, è tutto collegato. L’ assetto feudale che stiamo vivendo proprio ora, proprio
quell’assetto feudale in cui ci sono così tante vecchie famiglie ricche nel Paese, gli
“hacienderos” esistono ancora, l’oligarchia esiste ancora, il patriarcato esiste ancora, persino
l’autoritarismo. È iniziato proprio in quel periodo. È tutto collegato. È così attuale. È solo che
il muro dell’ignoranza tra la nostra gente è così pesante, così enorme, che non capiscono
che tutto è iniziato 500 anni fa. Tutto questo sistema, tutta questa disfunzionalità nella nostra
società, tutti questi cataclismi, tutte queste fratture e questi traumi che stiamo vivendo ora,
sono così strettamente legati a ciò che è accaduto 500 anni fa. Quindi è ancora molto
presente. Il passato è molto presente. È il fantasma del passato.
Q: Ci sono due scene nel film. Una a metà e una alla fine. Due scene in cui i due anziani…
In una, lui si sdraia sull’altare. E l’altra, alla fine, getta via la croce. Sono come i simboli del
colonialismo ed è come un atto di riappropriazione della loro identità?
Diaz: Sì. Quelle sono scene molto studiate. Le ho pianificate davvero. Sono reali. Voglio che
quelle immagini siano molto chiare. Non abbiamo vissuto queste cose. Ci sono state
semplicemente imposte per sottometterci.
Per imporci qualcosa. Ancora una volta, è anche un atto di resistenza. Anche se è il ragazzo
che… Si chiama Himamat, no? Quando era disteso sul tavolo dell’altare e la croce stava
cadendo. Quindi è vera… Abbiamo pianificato quella scena. Non è una scena divertente.
Per noi è ribellione. Non abbiamo bisogno di questa fottuta imposizione sulla nostra cultura.
E poi il lancio della croce. Voglio che quell’immagine rimanga impressa nella nostra gente.
Che non avevamo bisogno di quelle cose.
Q: Molte persone parlano dei tuoi film come di opere molto lente e troppo lunghe, cosa ne
pensa di questo rifiuto della lentezza, della necessità che tutto sia breve e veloce, nella
nostra società?
Diaz: Dovremmo rilassarci. È pericoloso. Molte persone, ormai… Il mondo è così piccolo. Sono
così rinchiuse in questa cosa. Tutti quanti. Non vedono più il mondo. Dovremmo tornare a
guardare il mondo. Queste piccole cose ci stanno distruggendo. Soprattutto i giovani. Le loro
vite sono così limitate da TikTok e da tutte queste informazioni rapide. E non se ne rendono
nemmeno conto. Non provano nemmeno a decifrare o verificare se i fatti che ricevono siano
veri o meno. Quindi è pericoloso. È molto pericoloso. Soprattutto con l’avvento
dell’intelligenza artificiale. Dovremmo respirare, rilassarci. Osservare con attenzione il nostro
quartiere. Guardare gli alberi, il giardino di casa. Guardare il mare. La vita è meglio così,
invece di fissare questo inferno rettangolare. È molto pericoloso, il modo in cui non
guardiamo più alla vita. Non riguarda più solo i giovani. Coinvolge tantissime persone.
Anche quelle con cui lavoro. Ogni volta che andiamo da qualche parte o facciamo dei
sopralluoghi… Non si vedono i luoghi perché tutti sono al telefono. E poi, quando dico che
stiamo girando in quel posto… “Quale posto?” Perché non l’hanno visto. Una volta non
c’erano i cellulari. Io non ho il cellulare. E questo aspetto l’ho voluto trasmettere anche nei
miei film. Voglio ancora nutrire la vita. Vederla come la vedevamo prima dell’avvento di
questa tecnologia artificiale. Che è molto pericolosa. Ti risucchia dentro qualcosa. È un’altra
forma di sottomissione. La tirannia della piccolezza di queste cose. La tirannia di essere
confinati in un certo tipo di sguardo. Uno sguardo che non ti dà le informazioni giuste. Che
non nutre la tua anima. È molto pericoloso.
Lasciateci passare, Cari antenati (Makikiraan Po in originale) è il secondo lungometraggio
storico di fila, dopo Magellan (2025), che il regista filippino Lav Diaz realizza nel giro di due
anni. Ciò risponde all’urgenza che il cineasta ha di tornare alle origini del colonialismo nel proprio paese, per comprenderne gli effetti sul presente. Ma non solo, il film diviene monito universale attraverso una forma più
fruibile anche per il grande pubblico – 2 ore e 40 minuti sono nulla in confronto ai film-fiume
della filmografia di Lav Diaz – senza però dimenticare stile e linguaggio che lo
contraddistinguono da sempre.

Nel 1617, l’encomandero Padre Enciso governa una delle Isole delle Filippine; per imporre
ancora di più il suo dominio incarica l’architetto Alejo Smith, mezzo spagnolo e mezzo
inglese, per la costruzione di una chiesa. Successivamente, veniamo a conoscenza di
Dungwen, uno dei – perché si presume ce ne siano molti – figli di Padre Enciso. Dungwen,
assieme ad un gruppo di altri indigeni, deve attraversare la fitta giungla trascinando dei
pesantissimi blocchi di marmo necessari per la creazione della Chiesa. La missione è
minacciata dall’ambiguo personaggio Bari-Bari, una sorta di bandito che sembrerebbe
combattere la dominazione coloniali – anche solo rifiutando la civilizzazione, vivendo nella
natura – ma che si rivelerà tutt’altro nel corso dell’estenuante e faticoso viaggio.
Il primo elemento che emerge dal film di Diaz è la sostituzione religiosa: il paganesimo da
una parte, i cui riti vengono ancora praticati da una piccola parte di popolazione – che attua
dunque una piccola forma di resistenza, molto rara nel film – e il cristianesimo, a cui ormai la
maggior parte della popolazione si è convertita. Il secondo elemento è il sesso, o meglio la
violenza sessuale che Padre Enciso esercita sulle donne filippine come strumento di potere;
quasi come mezzo d’espansione della “razza superiore” a cui appartiene, la cui
manifestazione è Dungwen. Il giovane meticcio è, però, l’esatto contrario del “figlio perfetto”:
rifiuta i suoi privilegi sfidando il padre e tentando di respingere l’assalto dei banditi.
Dunque, il pessimismo e la rassegnazione dilagano nel corso della narrazione. È un film che
elimina qualsiasi spiraglio di riappropriazione futura. D’altronde, le Filippine sono oggi per
l’80% di fede cattolica. Le loro tradizioni sono state estirpate dalle potenze coloniali, in primis
spagnole, poi inglese ed americane. Questa cupezza, però, non trova riscontro nell’estetica
del film, che dà sfoggio di una nitidissima e, dobbiamo dirlo, ammaliante fotografia in bianco
e nero, grazie alle riprese in digitale dello stesso Lav Diaz, che oltre ad essere il regista è
anche scrittore, montatore e direttore della fotografia del film.

Due scene, fortemente simboliche, gratificano ancor di più l’esperienza dello spettatore.
Entrambe vedono protagonisti due uomini anziani, che rappresentano un po’ l’ultima
speranza di tramandare la vera essenza del popolo filippino, ma non vengono più di tanto
ascoltati. Nella prima, un uomo si sdraia sopra l’altare della chiesa, scatenando l’ira delle
donne, che gli urlano veemente di spostarsi in quanto luogo sacro. La seconda è, invece,
una delle scene finali del film. L’altro uomo rimuove la croce posizionata al centro della
chiesa e la getta via, con un atto che sa di liberazione, tutto questo davanti a un bambino.
Seppur abbastanza esplicative, sono effettivamente gli unici due momenti in cui i simboli
coloniali vengono rifiutati, come forma di resistenza e protesta contro l’imposizione esterna
che ha radicalmente cambiato non solo usanze, costumi e religione, ma anche il territorio,
attraverso un processo di antropizzazione e territorializzazione. La figura ambigua, a tratti
fantasmatica, di Bari-Bari contiene in sé le due tensioni che muovono il film. Bari-Bari è
temuto come fosse uno spirito, ma in seguito scopriamo non essere altro che un bandito al
soldo di Padre Enciso, pagato per compromettere, in apparenza, la missione di trasporto del
marmo facendo fuori gli schiavi. Bari-Bari è, perciò, sia una presenza mistica, una sorta di
meccanismo di difesa della terra Filippina, un fantasma che protegge la foresta dalla
contaminazione coloniale; ma, in fine, non è che un ulteriore prodotto del colonialismo
spagnolo.
Pur avendo un approccio più commerciale, il linguaggio, le lunghe inquadrature che
compongono la narrazione, e lo stile contemplativo che purifica lo sguardo, continuano ad
essere la colonna portante del cinema del regista filippino. Un cinema unico,
anti-contemporaneo, se vogliamo, che riconnette lo spettatore ad una condizione
pre-digitale, favorendo l’analisi profonda delle immagini.
Let Us Through, Dear Ancestors porta a galla un passato sepolto, tortuoso e doloroso, ma
che è necessario conoscere per dare via ad un processo di riappropriazione culturale. È
qualcosa che può essere applicato a tutte le nazioni. Ed è qui che risiede il valore del film di
Lav Diaz. Oggi, la politica mistifica la storia per favorire le proprie ideologie. Per questo,
solamente apprendere le proprie origini può liberarci dalle catene dell’oppressione coloniale
e imperiale.


