Obsession è un film horror diretto dal giovane Curry Barker, che in precedenza aveva realizzato diversi corti su YouTube, ed è parte di un duo comico con Cooper Tomlinson (che recita in Obsession). A Barker è stata già data piena fiducia, tant’è che gli è stato affidato il nuovo reboot di Non Aprite Quella Porta. Presentato al Toronto International Film Festival e con un lungo percorso festivaliero alle spalle, Obsession nei mesi antecedenti alla sua uscita ha fatto molto parlare di sé convincendo la critica ed entusiasmando il pubblico. Ad oggi il film è nelle sale e la domanda da porsi è: cosa rappresenta Obsession nel panorama horror contemporaneo?
La storia ruota attorno a Bear, innamorato della sua amica Nikki che sembra non ricambiare. Per una serie di inconvenienti si ritroverà tra le mani un bastoncino della fortuna che può essere spezzato una sola volta e permette a chi lo detiene di esprimere un desiderio. Il desiderio di Bear è che Nikki lo ami più di ogni cosa al mondo. Ed effettivamente questo accade, ma con conseguenze sempre più inquietanti.

Lo spunto di partenza del bastoncino ricorda tanto i brevi racconti di Stephen King come “Cose Preziose” o “Il Fotocane”, strani oggetti che portano caos ed incrementano i difetti e le ipocrisie di una generazione, senza una spiegazione evidente delle loro origini (dettaglio che rende anche più interessante l’idea della “casualità” del prodotto). È proprio la normalità del contesto circostante alla vicenda e dei suoi personaggi ad avvicinare Obsession agli spettatori. Una storia semplice con personaggi umani, che riesce in maniera intelligente a mantenere un equilibrio senza prendersi troppo sul serio.
Obsession parla prima di tutto di una generazione innamorata ed insicura. La scelta musicale stessa è originale, indie ed intima. Come Bear quando Nikki va a rimediarsi la droga, la vede sognante mentre si avvicina con il sottofondo musicale di “There’s no other” di Felly; oppure l’utilizzo del sottovalutato Current Joys in alcuni momenti veramente da brivido, una conversazione notturna in macchina che ha “Kids” in sottofondo e la prima perdita di controllo di Nikki ritmata da “Televisions”. Piccole ma emblematiche scelte che riassumono la direzione di Baker: raccontare il dramma che vivono. Un dramma incentivato da un bastoncino magico che di per sé non sarebbe nocivo, ma è proprio per colpa dei nostri protagonisti tanto evasivi che finisce per portare a tragiche conseguenze.

Bear e i suoi amici non frequentano più le superiori, sono in quel limbo tra la fine della scuola e l’inizio della loro carriera/percorso di studi, in cui l’idea di staccarsi dal negozio in cui lavorano è sia ammaliante quanto sofferta. La ristrettezza del budget aiuta sicuramente a far sentire più vicini i personaggi e gli ambienti, facendoci vivere fino in fondo una giornata tipo di Bear. Il film comincia con la morte del suo gatto, che erroneamente ha ingoiato dell’ossicodone che il ragazzo nasconde in bagno. La colpa, seppur indiretta, è del nostro protagonista. E questo piccolo forshadowing ci porterà a compatire un personaggio fallibile e confuso, che ama una ragazza (Nikki ha significato molto per lui nei suoi momenti peggiori) ma non sa come dirglielo, e spesso questo suo tormento lo porta ad agire bambinescamente, senza pensare agli altri, specie a quelli che ama. Ed è qui il dilemma del film: vorresti stare con la persona che ami anche se sai che non è vero fino in fondo? Quando finisce il libero arbitrio e diventa possesso nella situazione in cui si è cacciato Bear?
Eppure Bear è innamorato. E noi vediamo tutto dal suo punto di vista, facendoci influenzare dal suo stato d’animo. Baker lascia libera interpretazione a diversi segnali di Nikki che potrebbero far intuire che anche lei sia innamorata di lui (più avanti si dirà che parlando con una sua amica ha definito Bear un fratellino, ma sarà vero?). Diventiamo anche noi parte di quel gioco e di quella sofferenza dell’essere bloccati e non riuscire a confessarsi. Ed è tossico. Il rapporto tra Bear e Nikki, a inizio e fine film, incarna perfettamente il concetto di relazione tossica e di disequilibrio nei rapporti di questa generazione.

Paradossalmente la parte drammatica è quella più riuscita del film. Quando si passa all’horror più estremo (nonostante l’innegabile talento) Barker si perde negli archetipi narrativi del genere, rendendo prevedibili quei momenti che vorrebbero invece essere destabilizzanti e inaspettati. Una critica simile potrebbe essere smossa anche ai fratelli Filippou, registi di Talk to Me e Bring Her Back, anche loro in origine Youtubers, che soprattutto con quest’ultimo hanno dimostrato una spiccata bravura nella componente drammatica ma meno per quanto riguarda le parti horror. Curry Barker dimostra sicuramente di avere già la maturità tecnica e un controllo invidiabile, lavorando soprattutto di inquadrature statiche e zoom lenti per creare tensione. Illumina gli occhi dei suoi personaggi anche quando non hanno più vita propria e riesce a far agiatamente sentire a disagio, intrecciando bene una storia semplice con una regia altrettanto propedeutica e studiata. Spesso bisogna guardare nell’ombra, ai bordi delle stanze, a volte anche nei finestrini, per riuscire a trovare la fonte del costante senso di disagio sempre crescente.
È per questo che Obsession, con il suo budget sotto al milione, funziona molto più di tanti film del panorama horror contemporaneo: perché ha una visione coerente e decisa, che lavora ugualmente su storia e personaggi e che trasuda voglia di raccontare una generazione che fino a questo momento è sempre stata stereotipata o politicizzata. La generazione Z forse ha molto più da raccontare di trend social e spot pseudopolitici, con un linguaggio che aspetta solo di evolversi ed essere trasformato. Magari staccandosi ancora di più da certi espedienti narrativi molto prevedibili staremmo veramente parlando di un grandissimo film, ma Barker non ha questo obiettivo. Almeno per ora. Eppure una volta finito il film quell’incomunicabilità profonda tra due ragazzi figli di un mondo così tanto connesso e spigliato pesa molto più di quanto qualunque jumpscare e cranio spaccato possa fare.

