[Cannes79] Le Journal d’une femme de chambre di Radu Jude

“Per quanto infami possano essere le canaglie, non saranno mai infami quanto le persone perbene

Così Octave Mirbeau agli inizi del 900 condannava tutta una classe aristocratica attraverso gli occhi di un’umile cameriera che viveva in mezzo ai modi eccentrici e vergognosi dei suoi datori di lavoro. Radu Jude vuole (alla sua maniera) ricordarci che forse quel divario sociale nei rapporti esiste ancora, ed è diventato più sottile e implicito.

Presentato nella Quinzaine al 79° Festival di Cannes, Le Journal d’un femme de chambre (in inglese: Diary of a Chambermaid) ha come protagonista Celestine, una giovane domestica rumena che lavora in Francia per poter presto rivedere madre e figlia, con le quali scambia quotidianamente videochiamate e filmati. Con il passare delle giornate il  suo desiderio di tornare a casa dalla famiglia deve tenere conto delle difficoltà del suo lavoro sempre più imprevedibile e impegnativo. Parallelamente alla storia vediamo la realizzazione (e specialmente la recita) di Diario di una cameriera di Mirbeau, in cui Celestine interpeta la protagonista per una compagnia teatrale che cerca voci di persone comuni e immigrati.

Il film è un continuo intrecciarsi di queste tematiche ed evolve la sua narrazione attraverso i vari filmati e le chiamate che Celestine scambia con la figlia piccola. Jude non è nuovo a mescolare un’immagine più cinematografica e pulita con frammenti più grezzi e sgranati, con un intento strutturalista desideroso di riflettere sulla forma stessa dell’immagine e della sua evoluzione. Dracula, presentato allo scorso festival di Locarno, ironizza su ogni modo di poter raccontare la storia di uno dei personaggi più famosi e abusati del cinema, usando l’IA come nuova frontiera della creazione artistica ed esasperandola.  Le Journal d’une femme de chambre esteticamente è intenzionalmente molto contenuto, ma con una spiccata ironia e una forte consapevolezza: l’innegabile evoluzione del modo di comunicare. Non più solo monologhi teatrali o forme letterarie di diario. Noi la Romania la vediamo solo in 720p.

Celestine si distingue in ogni modo dai suoi datori di lavoro, a partire dal punto di vista cromatico. Emblematica una scena in cui racconta al figlio della coppia una vecchia storia rumena su un giovane ambizioso di vivere in eterno, ma che una volta tornato nel suo paese natale non riconosce più nessuno perché sono tutti invecchiati e morti. La consapevolezza delle conseguenze delle sue azioni gli giungono alla mente solo quando raggiunge la suddetta Valley of Tears, un luogo di pura realizzazione quanto di profonda amarezza. E il giovane francese rimane particolarmente scosso da questa storia così poco accomodante. La differenza lampante tra le prospettive della Francia e della Romania in questo film la si percepisce a partire dai bambini: la figlia di Celestine vive in maniera molto meno agiata, è entusiasta all’idea di vedere un pollo decapitato e vive segnando sulla parete i giorni che la separano dal ritorno della madre. La loro lontananza è un carcere.

Se nello sceneggiato di Mirbeau vediamo personaggi macchettistici, sopra le righe, con ogni difetto accentuato ed evidenziato, è veramente molto sottile il lavoro che compie Jude per criticare la società francese più agiata. In un contemporaneo in cui si urla la propria morale in faccia allo spettatore il regista rumeno sceglie la via più realistica per rappresentare l’ipocrisia: la facciata. Noi vediamo la famiglia per la quale lavora solo attraverso gli occhi di Celestine, è quindi la nostra considerazione è la sua. Persone aperte che cercano di venire incontro alle persone in difficoltà, che rimangono scandalizzate nel sentire le brutte esperienze lavorative precedenti di Celestine, o che la coinvolgono in conversazioni politiche da quattro soldi mentre cenano assieme ai loro amici. Un semplice riempirsi la bocca appunto, perché poi la realtà di quelle terre così vuote ce le mostra Jude durante la narrazione della storia della Valle delle Lacrime. Silenzi. Inquadrature sgranate. Qualche animale.

E come tanti altri grandi registi (si pensi ad Hitchcock che nel suo ultimo film sul finale rivela con un dettaglio l’esito e l’intento narrativo del film) anche Jude conclude il suo film con un dettaglio. Un occhiolino che si prende beffa dello spettatore, in maniera decisamente più velata di quel montaggio iniziale di Dracula con le varie rappresentazioni IA che dicono “Sono Dracula e mi potete succhiare il ca**o“.
Perché è proprio in quel momento che l’ipocrisia prende il sopravvento e l’immagine della famiglia premurosa, costruita solo in superficie, rivela tutta la fragilità dei suoi valori. Che si tratti della scelta di non interrompere la vacanza per assistere la madre di lui dopo l’incidente, nascondendosi dietro la scusa del figlio piccolo che ci terrebbe troppo, oppure dell’idea che il denaro possa funzionare come un semplice cerotto capace di sistemare ogni cosa.

È da quel piccolo atto di egoismo che nasce la decisione di convincere Celestine a rimandare il ritorno in Romania, con conseguenze molto gravi. Jude non ha bisogno di trasformare i personaggi in caricature né di sottolineare il tutto con cattiveria ostentata. Gli basta un finale che sembra quasi cancellare la memoria di chi abbia davvero causato il danno e di quale sia, nel profondo, il vero nucleo marcio della vicenda. Sono poi così tanto diversi dalla famiglia precedente in cui lavorava Celestine? Occhiolino.

Classificazione: 3.5 su 5.

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