Amarga Navidad – Oltre i confini della realtà

Meno di due anni dopo il Leone d’oro a Venezia per The Room Next Door (2024), Pedro Almodóvar torna al cinema con Amarga Navidad. Il film – dopo l’uscita nelle sale spagnole il 20 marzo – è stato presentato in concorso al Festival di Cannes, ed è stato distribuito in contemporanea nelle sale italiane da Warner Bros. La realtà, in qualche modo, si intrufola sempre all’interno della finzione. Questo concetto accomuna una buona parte delle recenti produzioni del regista spagnolo, a partire da Dolor y gloria (2019) che può essere considerato un po’ il suo 8½. Amarga Navidad sembra aggiungere un ulteriore tassello alla stratificata filmografia del cineasta, ma è soprattutto il manifesto stilistico e teorico dell’ultimo periodo almodovariano.

L’intreccio dipana due livelli meta: al primo le vicende di Raúl Durán (Leonardo Sbaraglia), celebre regista che non può non ricordare esteticamente lo stesso Almodóvar; il secondo livello presenta la messa in scena di una sceneggiatura che lo stesso Raúl sta tentando di completare, per uscire da uno stadio di crisi. Ed è tra questi due inestricabili binari, la realtà e l’opera d’arte, che prende vita la riflessione del regista. 

Il film si apre con il guión di Raúl che si anima davanti a noi. Ambientato nel Natale 2004, Elsa (Bárbara Lennie) è la protagonista, anch’essa una regista, che ha però abbandonato il cinema dopo soli due film per la pubblicità. Ha un compagno, Beau, che fa il pompiere e il fine settimana, per arrotondare, lo spogliarellista. Elsa, da circa un anno, soffre di un forte mal di testa che sfocia successivamente in attacchi di panico sempre più frequenti. Decide dunque di prendersi una vacanza sull’isola di Lanzarote, accompagnata dall’amica Patricia, che parte dopo aver scoperto il tradimento del marito, e da suo figlio. Mentre Elsa si dà alla stesura di un nuovo film, Patricia, dopo aver scoperto che la sceneggiatura la vede interprete principale, decide di ritornare a casa per provare a riallacciare il rapporto con il marito.In seguito, Elsa invita sull’isola Natalia, amica ed attrice che ha perso il figlio in un incidente stradale e vive con la madre in un piccolo paesino.

In questo film nel film ci sono tutti i temi del cinema di Almodovàr – il lutto, la rielaborazione del trauma, la relazione con l’altro, il dolore delle figure femminili, il senso di colpa – con la tipica messa in forma da cinema classico, uno stile visivo dai colori ipersaturi e una struttura narrativa che presenta flashback esplicativi. Tutto in linea con il suo cinema, ma tutto già visto e decisamente stanco. Ma è proprio su questa stanchezza, sull’essere minore che il film si concentra. Sulla consapevolezza di aver già dato il meglio di sé e scegliere, quindi, di evitare l’ipocrisia per porgere una confessione sincera sulla fine delle idee. Le sequenze incentrate su Raúl lo vedono, oltre completare la sceneggiatura, confrontarsi con il compagno Santi, ma soprattutto con l’ex assistente Monica: la cui vita è l’ispirazione del nuovo film di Raúl. Monica, al suo fianco da vent’anni, si licenzia per accudire la compagna che sta per perdere il figlio. La donna, leggendo la sceneggiatura, si rende conto che Raúl ha attinto a piene mani dalla sua tragedia e ha costruito il film sulla base della sua realtà quotidiana. Natalia è la sua compagna; Elsa è lo stesso Raúl(ma non fino in fondo); Beau è Santi. 

Dunque, la pellicola si interroga inoltre sui limiti dell’autofiction; c’è un limite etico e morale dietro la rappresentazione di fatti personali? Raúl fa intendere che finché il cinema modifica o rielabora la realtà non c’è nulla di proibito. La morte di un figlio per una madre è stata più volte messa in scena, il pubblico non può ricollegarlo ad un fatto specifico. Pertanto, tutto è valido. Ma anche realizzare un film palesemente mediocre e nasconderlo a sé stessi lo è?

È difficile comprendere il significato insito nella pellicola non discutendo del finale. Poiché proprio il finale rivela il senso dell’intera operazione, mutando la prospettiva e rendendo conscio lo spettatore di cosa ha visto, e perché, nel corso delle circa due ore di opera. Il film si conclude con il confronto tra Raúl e Monica. Il regista chiede alla donna cosa ne pensa della sceneggiatura, affermando che lei è sempre stata la sua miglior lettrice. In un primo momento, non riesce a mettere da parte l’infame gesto dell’uomo; appropriarsi della sua vita e scriverne un film è stato troppo per lei. I due se ne dicono di tutti i colori. Fin quando Monica riprende lucidità, mette da parte il dissidio etico e sbatte in faccia a Raúl tutto ciò che non va nel suo film. Quel tutto che noi spettatori avevamo notato nello svolgersi del racconto. Non è più quello di una volta, gli viene detto. Il personaggio di Beau è inutile e trascurato, come Raúl trascura il compagno Santi; Natalie è introdotta troppo in ritardo nel film e andrebbe tagliata. Così facendo avrebbe una pellicola da circa un’ora, perfetta per una piattaforma come Netflix. Lui prima inveisce, poi realizza: la protagonista della sua storia è sempre stata lei, Monica. Deve disfare la sceneggiatura e ricomporla. E il film si chiude laddove la vera opera si sta formando. 

Amarga Navidad si risolve solo nel culmine del suo racconto. Decisamente coraggioso, e onesto, da parte di Almodovar mettere insieme tutto ciò che lo ha reso grande per poi criticarne l’inconsistenza all’interno del film stesso. Ed anche una prova per lo spettatore, assistere ad un qualcosa di dichiaratamente modesto che si smaschera solamente nel suo epilogo. L’ennesima complessa opera del grande regista spagnolo, che stupisce ancora una volta per sottigliezza teorica e profondità di scrittura.

Classificazione: 3.5 su 5.

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