CAMP

CAMP – Un’estate dark fantasy per il girl horror 

CAMP, secondo lungometraggio di Avalon Fast – giovane regista canadese che aveva esordito con Honeycomb – è nel concorso Nuove Visioni del Sicilia Queer filmfest dove verrà proiettato sabato 30 maggio sera al Cinema De Seta, in anteprima nazionale alla presenza della regista. Dopo la première mondiale al Fantastic Fest e il passaggio a Sitges, il film conferma il percorso di Fast all’interno di un horror indipendente che lei stessa ha definito girl horror, radicato nei paesaggi canadesi e in una sensibilità che qui trasforma un campo estivo in un luogo rituale di appartenenza. Un’immaginario da teen horror sul trauma e la crescita, tutto filtrato attraverso uno sguardo genuinamente indipendente e personale.  Avalon Fast è tra le voci più fresche di questa new wave queer nord americana, insieme a Jane Schoenbrun (che ha aperto il Sicilia Queer con il suo film presentato a Cannes), Louise Weard (Castration Movie Anthology) e Vera Drew (The People’s Joker). In CAMP la regista sembra rivisitare e rielaborare un certo tipo di cinema e televisione anni ’90 (come The Craft), dal racconto di formazione passando per il New Age e l’horror, trattando l’ingresso nella vita adulta come se fosse un salto nel vuoto o una seduta di ipnosi. E la sensazione è anche quella di essere in un episodio di The Pink Opaque del film I Saw the TV Glow. 

CAMP racconta il tentativo di Emily di elaborare il lutto e i sensi di colpa, smettendo di sentirsi responsabile per una tragedia che l’ha scossa nel profondo (riaprendo ferite passate). Nella prima parte, una sua amica muore di overdose davanti a lei dopo aver assunto droghe che erano arrivate proprio da Emily, e da quel momento il senso di colpa diventa una presenza impossibile da scrollarsi di dosso. Per provare a rimettere insieme qualcosa, accetta di lavorare in un campo estivo per adolescenti un po’ complicati, scoprendo solo una volta arrivata che il posto è legato a un’istituzione religiosa. Dentro quel contesto incontra un gruppo di ragazze che cercano un modo diverso di stare al mondo, tra fede, natura e legami sempre più intensi, fino a trasformare il campo in uno spazio in cui il dolore può finalmente uscire allo scoperto. 

Avalon Fast parte da qualcosa che sembra già ampiamente esplorato (trauma giovanile e riscoperta) ma riesce a evitare le soluzioni più convenzionali mantenendo sempre al centro la sua visione. Il film si apre con immagini che sembrano girate in pellicola rovinata, mentre una macchina procede lungo una strada nel bosco. Tutto appare poco nitido, come se quelle immagini appartenessero a un ricordo consumato dal tempo e reso ancora più difficile da guardare dal trauma. Più avanti, quando Emily parla di ciò che le è successo o si ritrova davanti a situazioni che la riportano indietro, il film fa riemergere piccoli frammenti di quella scena iniziale, pensieri improvvisi che tagliano il presente prima ancora che lei riesca a controllarli. L’inizio lavora anche sull’idea dell’immagine guardata da qualcuno, il trauma passa attraverso uno schermo televisivo, poi il racconto si sposta dentro una festa scolastica che sembra prendere vita con un leggero ritardo, quasi qualcuno avesse appena premuto play. Da quel momento CAMP perde progressivamente il bisogno di distinguere ciò che accade davvero da ciò che viene ricordato, immaginato o evocato dal luogo stesso, e questa incertezza diventa una parte essenziale del percorso di Emily.

Emily è il centro di questa instabilità, potrebbe sembrare la classica protagonista ferita in cerca di redenzione, ma Fast la rende più sfuggente. Dentro di lei convivono il bisogno di essere capita e il sospetto di essere ormai irrimediabilmente sbagliata. Grazie all’incontro con le altre ragazze del campo estivo, Emily trova uno spazio in cui non deve rendere la propria ferita più facile da accettare, né controllare ogni parola o reazione per rassicurare chi le sta intorno. Il campo smette presto di essere soltanto il luogo in cui si svolge la vicenda e il viaggio di Emily per arrivarci ha qualcosa di sognante, dal treno alla comparsa improvvisa dei prati, fino all’ingresso segnato dalla scritta CAMP, come se stesse entrando in una zona separata dal mondo. Si può leggere quel luogo come uno spazio sospeso e di passaggio dove tutti arrivano con una colpa, una perdita o una ferita rimasta aperta. Le ragazze che Emily incontra sembrano offrirle una forma di appartenenza, eppure quella stessa energia collettiva oltre a consolare sembra chiedere qualcosa. Il campo assume quindi la forma di un rito di passaggio destinato forse a ripetersi ogni estate, come se il dolore venisse spostato, assorbito e trasmesso più che semplicemente curato.

Anche visivamente CAMP segue questa linea, alternando il bosco fitto e inquieto, la soffitta intima e magica (simbolicamente il luogo perfetto per elevarsi) e i momenti di euforia e ballo, come se ogni momento corrispondesse a un diverso stato del malessere di Emily. I ricordi che sembrano (o sono) in pellicola (8mm – 16mm), rendono il film più frammentato e fragile, e riescono bene a tirar fuori il malessere e il tormento della protagonista. Nonostante i limiti di questa produzione indipendente, CAMP riesce a mantenere fino all’ultimo una coerenza visiva e formale. Lascia il segno l’interpretazione di Zola Grimmer (Emily), che veste bene i panni di questa ragazza così confusa, e vederla sprofondare nel senso di colpa è la parte più dolorosa del racconto, fino alla telefonata finale con il padre, uno dei momenti in cui Fast trova la commozione più diretta senza appesantirla inutilmente.

E nel finale, per Emily la possibilità di rinascere passa attraverso una discesa ancora più cupa, in una dimensione spirituale in cui redenzione e perdita finiscono per somigliarsi. CAMP resta addosso perché racconta la guarigione come qualcosa di imperfetto e anche spaventoso, non un sentiero che porta fuori dall’oscurità, ma un qualcosa di circolare, destinato forse a ricominciare ogni volta che si pensa di aver chiuso davvero con il passato. Si resta costantemente in quella zona lì, tra racconto di formazione, fiaba dark e horror dell’elaborazione del lutto, con un’idea molto personale di cosa significhi continuare a vivere dopo essere stati attraversati dal dolore. Avalon Fast è sicuramente una regista da tenere d’occhio, che già con i suoi primi lavori dimostra di essere tra le voci più fresche e interessanti delle new wave indie. 

Classificazione: 3.5 su 5.

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