A distanza di quattro anni dal suo ultimo lungometraggio, The Fabelmans, Spielberg torna nelle sale con Disclosure Day, un film di fantascienza con all’interno diverse ossessioni già percorse nel corso della filmografia del cineasta, come lo sguardo ed il valore delle immagini nel tempo in cui viviamo. Se in The Fabelmans Spielberg si metteva in scena riflettendo in modo sincero e mai compiaciuto su quello che è stato il suo passato e su come le immagini abbiano avuto su di lui un potere rivelatore; qui, in Disclosure Day, la vicenda assume un valore universale, in un mondo in cui l’uomo si aliena progressivamente di più ed il valore dei rapporti personali si sta sgretolando in un marasma di dati, basterà un’immagine, una rivelazione sconvolgente a cambiare le sorti dell’umanità?

La trama segue le vicende di un trio di protagonisti: Margaret Fairchild (Emily Blunt), Daniel Kellner (Josh O’Connor) e Jane Blakenship (Eve Hewson). In un mondo in cui imperversa la terza guerra mondiale (a ben vedere non poi così distante dal nostro presente) un esperto informatico, Daniel Kellner, è deciso a divulgare a tutto il mondo un archivio di dati insabbiato dagli Stati uniti per più di cinquant’anni, archivio che contiene al suo interno una rivelazione scioccante per l’intero pianeta: l’esistenza degli alieni. Nel suo cammino incontrerà Margaret Fairchild, una meteorologa di un’emittente televisiva, che a seguito di un incontro con un uccellino sviluppa delle capacità linguistiche e telepatiche a dir poco straordinarie. L’incipit è alquanto anacronistico: la macchina da presa viene colpita con un calcio da un wrestler, nel bel mezzo di un combattimento su di un ring. Ma dopo pochi istanti Spielberg muove la camera verso la platea che assiste all’incontro, dritta verso lo sguardo del nostro protagonista: Daniel Kellner. È ben presto evidente che a Spielberg non interessa più di tanto parlare degli alieni, dargli una forma o caratterizzarli, gli interessa molto di più parlare dell’uomo: di come ad oggi la tendenza complessiva di dar fiato alla propria bocca, parlare ancor prima di cercare di comprendere l’altro, ascoltarlo realmente, sia una deriva terrificante. Il conflitto e la mancanza di comprensione sono centrali nella pellicola, tanto che qualcuno di cui ci fidiamo ciecamente potrebbe risvegliarsi controllata da un altro uomo e tradirci nel sonno. Tuttavia Spielberg non ha perso la fiducia nei confronti dell’uomo, piuttosto sembra voler invitarci a tornare ad essere realmente empatici, in un mondo avulso a questa pratica, che bensì assottiglia sempre più il dialogo e la comprensione reciproca. L’empatia e la fiducia, quindi, caratteristiche che persino gli alieni ci invidiano in Disclosure Day, sembrano essere la chiave per Spielberg per ripartire, per dare una forma al nostro presente, caratteristiche così importanti, che ad oggi forse ci siamo un po’ tutti dimenticati di usare. Oltre questo il cineasta ci interroga sul senso delle immagini oggi, e sul ruolo del cinema nel nostro presente: in un epoca in cui è difficile credere in qualunque immagine, dove l’intelligenza artificiale è come un fantasma nascosto dietro ogni angolo, è ancora possibile avere fiducia nelle immagini? Il cinema continua ad avere un suo valore? È in questa tensione che vive il film, tra lo sguardo fanciullesco disposto a credere e lasciarsi meravigliare, tipico del cinema spielberghiano, ed il nostro presente chiuso in sé stesso, con l’uomo sempre più diffidente riguardo ciò che lo circonda, sempre meno disposto a venire a compromessi. Spielberg non ha intenzione di sciogliere questa tensione, piuttosto preferisce lasciare il quesito aperto e dare un monito con la speranza che venga ascoltato: torniamo tutti ad ascoltare. In tutto questo lo sguardo resta uno strumento fondamentale, come dispositivo in grado di connetterci, veicolo di comprensione. Questa è un’ossessione di Spielberg da sempre, fin da film come Minority Report, dove lo sguardo (e a sua volta l’occhio) era l’unica coordinata riconoscibile dell’uomo, in un universo controllato digitalmente in modo assoluto. Durante tutta la pellicola si respira un senso di urgenza, di necessità, ed in questo senso è difficile non ricondurre il film al nostro presente, alla vicenda degli Epstein Files, ma non solo; alla possibilità che ci sia dell’altro, qualcosa che ci viene nascosto, in linea con le diverse teorie sulla segretezza istituzionale. Ma questo è anche un film sugli Stati Uniti, non solo sul loro presente, ma anche sulla loro Storia, sul potere e sull’occultamento del reale: con tensioni che ripercorrono l’intero novecento, fin dal caso Roswell, solo due anni dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Il film raccoglie in sé anche diversi frammenti del cinema spielberghiano di fantascienza e non solo: dallo sguardo stupito e meravigliato di Incontri ravvicinati del terzo tipo e E.T. l’extra-terrestre, con inseguimenti stradali che guardando a più riprese al claustrofobico Duel, fino ad arrivare al già citato Minority Report: poiché la preveggenza delle precogs possiede ben più di una somiglianza con lo strumento dai poteri alieni usato in più riprese da diversi personaggi in Disclosure Day. Interessante e senz’altro azzeccato anche tracciare un parallelo con M. Night Shyamalan ed il suo recente e parimenti riuscito Knock at the Cabin (2023): in entrambi i casi la fede è un elemento centrale per sopravvivere, in un universo permeato dalla post-verità, dove ogni immagine potrebbe essere contraffatta; ma se Shyamalan si muoveva in uno spazio più intimo e ristretto, Spielberg ha l’ambizione di farne un discorso dalla portata universale.

In conclusione, Disclosure Day è un film oggi più che mai necessario, in grado di parlare in modo lucido del nostro tempo senza però rinnegare lo sguardo a tratti infantile ma sempre fiducioso che ha caratterizzato gran parte della filmografia del cineasta americano. Il film si configura dunque come un monito a riflettere su ciò che è stato senza dimenticarci di dove stiamo andando. Continuare a credere come unica maniera per dare forma al reale.

