Camp Miasma

Teenage Sex and Death at Camp Miasma – Lo slasher secondo Jane Schoenbrun

Scritto e diretto da Jane Schoenbrun, Camp Miasma arriverà nelle sale italiane il 19 agosto distribuito da MUBI. Il film, interpretato da Hannah Einbinder e Gillian Anderson (l’iconica Dana Scully di X-Files), è stato presentato in apertura della sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes, dove si è aggiudicato la Queer Palm. Dopo We’re all going to the world’s fair e I Saw the TV Glow, Schoenbrun torna con un’opera diversa per tono e forma, più ironica, sensuale e apertamente immersa nell’immaginario dello slasher. 

Camp Miasma
Hannah Einbinder e Gillian Anderson

Trama: Kris, regista queer proveniente dal cinema indipendente, viene scelta per rilanciare Camp Miasma, una vecchia saga horror ormai diventata di culto. Per il nuovo capitolo vuole a ogni costo Billy, l’attrice che interpretava la final girl nel film originale e che da anni vive lontana dai riflettori. Quello che dovrebbe essere un semplice reboot prende però una piega sempre più personale: tra le due nasce un legame fatto di attrazione, ossessione e memoria cinematografica, mentre il confine tra il film che stanno preparando e la loro realtà comincia lentamente a cedere.

La sequenza iniziale ricostruisce la storia fittizia della saga attraverso filmati, articoli e materiali d’archivio, fino all’annuncio del nuovo reboot. Schoenbrun chiarisce subito il gioco continuo tra cinema e realtà e usa Camp Miasma per osservare con sarcasmo un’industria ossessionata dai franchise, dalla proprietà intellettuale e dal fan service, incapace di immaginare qualcosa che non sia già stato testato, confezionato e rivenduto. È difficile non leggere in tutto questo anche una riflessione di Schoenbrun sul proprio rapporto con l’industria dopo essersi fatta notare con i due film precedenti. Kris viene assediata da agenti e produttori che vogliono trasformare la sua sensibilità in qualcosa di riconoscibile e facilmente vendibile. Una call di lavoro degenera fino a diventare quasi una crisi allucinatoria, cancellando il confine tra il film che dovrebbe dirigere e la sua identità. È uno dei momenti ironici più riusciti, perché mostra un sistema che pretende voci nuove soltanto a condizione di poterle tenere sotto controllo e adatte a un pubblico più ampio possibile. 

Camp Miasma

Billy (Gillian Anderson) appartiene invece a un’altra epoca. Si atteggia da diva, ancora legata al personaggio che l’ha resa famosa (relativamente) e circondata dai resti del proprio mito. Il rimando ironico a Sunset Boulevard è gestito bene e non viene usato come citazione gratuita. Dietro l’eccentricità, i costumi e il fascino decadente, affiora una donna che ha finito per vivere dentro il ricordo di un’unica immagine di sé. Kris invece arriva dal cinema indipendente e parla per citazioni, concetti e interpretazioni. L’attrazione nasce anche da questo scarto, da due sensibilità lontane per età, esperienza e modo d’intendere il cinema. All’inizio Kris prova infatti a spiegare la propria ossessione per Camp Miasma attraverso un linguaggio contemporaneo, analizzandone anche la transfobia e il voyeurismo. Billy le risponde con una lettura molto più semplice: quel cinema parla di carne e fluidi. È una risposta quasi brutale, ma capace di arrivare al punto che Kris continua a evitare. Anche nell’intimità, la protagonista tende a rifugiarsi in fantasie cinematografiche per riuscire ad abbandonarsi. Camp Miasma era entrato nella sua vita quando era ancora bambina, e quel mix di sesso, paura e libertà adolescenziale le era rimasto addosso come qualcosa di irresistibile e allo stesso tempo irraggiungibile. I ragazzi del film sembravano dominati da impulsi immediati, mentre la final girl interpretata da Billy era quella diversa. Da adulta Kris continua a sentirsi più vicina a Little Death, il killer, esclusa da una libertà che per gli altri sembra naturale, con tutta la frustrazione che ne consegue. Little Death oltrepassa poco a poco i confini dello schermo, mentre gli ambienti intorno alle due protagoniste assumono la consistenza instabile della finzione. Il film nel film smette di essere qualcosa da rifare e diventa uno spazio condiviso, nel quale Kris può avvicinarsi a parti di sé rimaste fino a quel momento inaccessibili.

Camp Miasma
Little Death

È qui che Camp Miasma torna alle ossessioni dei film precedenti di Schoenbrun, ma le affronta con un’energia nuova. We’re all going to the world’s fair raccontava soprattutto l’isolamento adolescenziale e il bisogno di costruirsi un’identità negli angoli più inquietanti del web, dove il mondo digitale diventava insieme rifugio e abisso. I Saw the TV Glow trasformava quella distanza da sé in qualcosa di più tragico e catartico, segnato dal rimpianto per il tempo perduto e per una vita rimasta troppo a lungo in attesa. Camp Miasma parte dallo stesso disagio verso il corpo e la propria identità, ma lo svolgimento procede con molta più sensualità e ironia. Non parla soltanto del dolore di non riconoscersi ma anche del piacere tardivo e imperfetto di cominciare finalmente a farlo. E lo slasher diventa il terreno perfetto per questo passaggio. Schoenbrun rispolvera ciò che rendeva quel cinema così fresco per un pubblico giovane, perché dietro al sesso e al sangue c’è il corpo che cambia, la paura del desiderio e il passaggio a un’età in cui tutto sembra improvvisamente più minaccioso. Anche il tema queer viene affrontato con una certa maturità e attraverso un approccio più leggero e divertito. Schoenbrun infatti si concede di ironizzare sulle rigidità del linguaggio woke, sulle formule con cui l’industria cerca di rendere ogni esperienza più leggibile e su una sensibilità contemporanea che pretende spesso coerenza assoluta perfino dalle fantasie. Kris e Billy possono così esplorare attrazione, vergogna e contraddizioni senza essere trasformate in simboli o manifesti. Le loro scene insieme possiedono una sensualità che da anni non si vedeva nel cinema di genere. Schoenbrun non ha paura di soffermarsi sui corpi e sull’imbarazzo, lasciando che il desiderio possa essere sia passionale che buffo. Grazie anche all’ottima chimica tra Einbinder e Anderson, il film mantiene sempre un’atmosfera sognante, fino al punto che non ci si stupisce di vedere i paesaggi dipinti o un buco segreto in fondo al lago. 

Camp Miasma

Teenage Sex and Death at Camp Miasma potrebbe spiazzare gli spettatori troppo giovani, abituati a horror sempre più seriosi che mirano solo a spaventare. Qui l’ironia è leggera ma diretta, capace di alleggerire il tono e, allo stesso tempo, di rendere ancora più incisive le idee del film. I più esperti del genere horror sanno bene che uno slasher non deve forzatamente prendersi sul serio. In particolare negli anni ’80 e ’90, dai vari Venerdì 13 a Sleepaway Camp, molti titoli hanno giocato con le regole del genere, puntando su eccessi, ironia e una libertà spesso assente. Schoenbrun riprende quella formula e la ripropone in una chiave più contemporanea e frizzante, mantendendo tutte le sue ossessioni. Una scena su tutte è destinata a diventare di culto: il lungo massacro durante la festa, con Little Death che elimina uno dopo l’altro i giovani sulle note di A Long December dei Counting Crows. La scelta musicale trasforma la carneficina in qualcosa di assurdo, malinconico e irresistibilmente divertente, mentre l’uso della SnorriCam lega la macchina da presa al corpo dell’assassino e fa ruotare il caos intorno a lui. È una tecnica spesso utilizzata male nei film o soltanto per ostentare virtuosismo, ma che qui funziona alla grande, trasformando la strage in una danza scomposta e stranamente euforica. Azzeccatissima è in generale tutta la colonna sonora: le musiche originali di Alex G accompagnano il film con una leggera malinconia di fondo, mentre brani come Satan di Andy Shauf, No Ordinary Love di Sade, I Love You Always Forever di Donna Lewis e la già citata A Long December si amalgamano perfettamente con le singole scene, restando memorabili. La fotografia di Eric K. Yue (stesso di I Saw the TV Glow) completa questo mondo fatto di fondali dipinti e campi innevati, di sale cinematografiche private e interni che sembrano usciti da una fiaba decadente. Alcune immagini possiedono una forza quasi ipnotica, soprattutto quando Schoenbrun lascia da parte l’ironia e torna a osservare le zone più oscure del proprio immaginario cinematografico. 

Camp Miasma

Teenage Sex and Death at Camp Miasma supera l’omaggio allo slasher o il puro sfoggio stilistico, costruendo un horror difficile da incasellare, volutamente sbilenco e molto diretto nel modo in cui affronta corpo, desiderio e identità. Sfrutta il genere per raccontare il disagio di chi fatica a riconoscersi, continuando a vedere la finzione come un rifugio. Ma questa volta s’interroga anche su ciò che accade quando si accetta di entrare davvero in contatto con ciò che si desidera. Tornare a Camp Miasma significa allora recuperare la parte di sé che in quelle immagini aveva riconosciuto qualcosa di vero prima ancora di saperlo definire. Il risultato è un’opera più carnale, buffa e sentimentale dei film precedenti, dove il cinema diventa uno spazio in cui paura e desiderio finiscono per confondersi.

Classificazione: 3.5 su 5.

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