[Film cult] Il seme della follia (1994) di John Carpenter

A metà degli anni Novanta esce nelle sale Il seme della follia (In the Mouth of Madness), un film destinato a divenire cult, dove Carpenter, forte della maturità artistica raggiunta da innumerevoli lavori precedenti, riesce a dar vita ad un universo ammaliante, opprimente ed inquietante, dove la realtà viene costantemente interrogata fino a dissolversi.

Il film esce in un momento chiave del cinema horror, un periodo di crisi dove anche diversi altri cineasti si stavano cimentando nel decostruire il genere, riflettendo sulla natura dello stesso, dando vita a film dalla forte componente meta narrativa. Il caso più significativo in questo senso è Scream (1996): un film in cui Wes Craven riflette sulla natura dello slasher, aggiungendo diverse componenti del teen movie, e dando vita ad uno dei franchise più longevi di sempre. Anche altri registi in questo periodo si interrogavano su quale ruolo possa avere l’horror negli anni Novanta, come ad esempio Sam Raimi con il suo L’Armata delle tenebre (1993), lui che si è sempre dimostrato un cineasta capace di coniugare l’orrore con delle tinte satiriche e autoironiche. È proprio in questo scenario che si inserisce John Carpenter, con il suo Il seme della follia, un film che oltre a riflettere sul genere stesso, indaga sulla contaminazione del cinema con altre forme mediali, in questo caso specifico la letteratura.

La trama segue un agente assicurativo, John Trent, (interpretato magistralmente dal compianto Sam Neill) incaricato insieme ad una dipendente di una casa editrice, Linda, ad indagare sulla scomparsa di un famoso scrittore di romanzi horror: Sutter Cane. I suoi libri possiedono una qualche forma di potere metafisico: chiunque li legge sembra perdere la ragione. La diffusione delle sue opere rappresenta una sorta di contagio culturale, capace di modificare la percezione della realtà di milioni di lettori. Fin da subito le indagini condotte da John lasciano intravedere che qualcosa non vada, che ci sia qualcosa sotto, lui stesso è restio a pensare che Sutter Cane sia scomparso veramente, John è una persona razionale. È convinto che si tratti di una messa in scena dell’editore per vendere più libri di Cane: una semplice mossa di marketing. Le sue convinzioni però iniziano a sgretolarsi al suo arrivo a Hobb’s End, lo stesso luogo descritto da Cane nei suoi romanzi. Un luogo perturbante dove finzione e realtà sembrano convivere di pari passo e dove ogni avvenimento descritto da Cane nei suoi manoscritti si traduce in un evento che accade realmente. Si respira un senso di out of place costante nel corso della pellicola, tanto che lo spettatore si trova spesso ad interrogarsi sulla veridicità di ogni immagine, su quanto di quello che vede sia reale, in un mondo sospeso in un limbo tra realtà e finzione.

Sutter Cane è espressamente ispirato alla figura di Stephen King, esempio calzante visto l’enorme successo dei suoi racconti nel territorio Americano e nel resto del mondo. Lo stesso King ha più volte riflettuto in diversi suoi racconti sul potere della narrazione, ma anche sui suoi rischi, come ad esempio in Misery, Shining ed altri. In questo parallelo tra Cane e King si inserisce la riflessione operata da Carpenter nel corso della pellicola: quanto la letteratura, ma in generale l’arte è in grado di influenzare le masse? Tutti noi facciamo parte di Hobb’s End, e di questo mondo così affascinante, ma al tempo stesso inquietante è Sutter Cane il suo demiurgo. Una figura ubiqua e misteriosa, capace di riscrivere ogni elemento a suo piacimento. Did I ever tell you my favorite color was blue?” Ma oltre ciò, tra le righe si può leggere un’aspra critica da parte del cineasta verso il popolo Americano e sul loro rapporto con i media di massa, su come nel nostro tempo la loro potenza sia in grado di plasmare l’immaginario collettivo. Un’altra prova della preveggenza manifestata da Carpenter rispetto all’andamento della società contemporanea.

Ma anche ben più di King, nel film Il seme della follia l’influenza principale è senz’altro quella lovecraftiana: l’orrore cosmico, l’uomo rappresentato come entità insignificante e inerme di fronte a creature dalla natura incomprensibile. La follia come unica conseguenza inevitabile della conoscenza umana. Queste sono tematiche che permeano l’intera opera, rendendo il seme della follia uno degli adattamenti lovecraftiani più capaci di catturarne l’essenza. È interessante però notare come, nonostante il film si concentri sull’atto del raccontare delle storie, il racconto operato da Carpenter preferisca suggerire piuttosto che mostrare, lasciare lavorare l’immaginazione: così come quando si legge un libro ci si figura mentalmente tutto quello che si sta leggendo perché incapaci di visualizzarlo, così Carpenter decide di non mostrare quasi mai l’orrore. Non dargli una forma definita lo rende ancora più inquietante.

Il seme della follia è inoltre un esempio di horror seminale, capace di sconfinare il medium cinematografico e influenzare anche quello videoludico. La sua innegabile influenza si può ravvisare in particolare nella serie di Alan Wake. Entrambe le opere sfidano i confini tra finzione e realtà: come Sutter Cane, anche Alan Wake è uno scrittore le cui opere letterarie sono in grado di modificare la realtà per come la percepiamo. Qui il confine tra autore, personaggio e fruitore dell’opera si dissolve progressivamente in un fiume metatestuale. In entrambi i due capitoli l’influenza lynchiana e kingiana è evidente, ma se il primo capitolo riprendeva soprattutto il rapporto tra horror e letteratura, il secondo ne estremizza la componente metatestuale, trasformando il racconto stesso nell’antagonista del protagonista. La differenza principale tra le due opere è il punto di vista da cui assistiamo alla vicenda.

In conclusione, Il seme della follia è uno degli horror più importanti degli anni Novanta e non solo. Un film capace di risultare ancora oggi attuale e che merita senza dubbio di essere riscoperto. A voi la visione.

Classificazione: 4.5 su 5.

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