[Venezia83] Un Bon Petit Soldat – Come si perde l’empatia?

La grande illusione della “donna che ce l’ha fatta“.

Presentato all’83°edizione della Mostra del cinema di Venezia e vincitore della miglior sceneggiatura, Un Bon Petit Soldat è l’ultimo film di Stéphane Brizé e la sua seconda collaborazione con l’attrice Alba Rohrwacher. L’attrice interpreta Carla Moretti, una dirigente nominata responsabile delle risorse umane nella sua azienda di assicurazioni, amministrata dell’aggressivo capo Arnaud (Vincent Lindon). Nel corso del suo incarico la donna si ritroverà faccia a faccia con le fredde logiche del mercato. In Italia il film verrà distribuito da Universal Pictures.

La cosa più affascinante del personaggio di Carla è che è una donna che ce l’ha fatta. È una dirigente competente ed operosa che ci tiene sinceramente a migliorare la sua azienda (non a caso mai nome è più ironico di Amali) ma che finisce per dover pensare razionalmente e prendere delle decisioni scomode. L’idea di risorse umane in un sistema che predilige l’efficienza all’inclusione è una grande contraddizione scandita nel corso del film da forte ironia e disagio. Spesso Brizé accompagna la narrazione anche con diversi zoom e jumpcut, quasi simulando una parodia di The Office

Molto peso viene dato ai social e alla tecnologia; nel corso dei decenni la televisione ha dato un’importante scossa al mondo della comunicazione. E quindi anche i filmati si riempiono di ipocrisia e false promesse, un vero specchietto per le allodole. Viene messo a disposizione un coach per la felicità che fa perdere tempo con esercizi tanto inutili quanto ridicoli. È interessante vedere come la spersonalizzazione sul posto di lavoro si sia evoluta in 100 anni di cinema specchiando il cambiamento della società. Al fordismo di Tempi Moderni (1936) o alla freddezza de Il Posto (1961) Un bon petit soldat aggiunge la crudeltà. Una crudeltà verso se stessi e la propria vita privata.  Sin dall’inizio Carla viene messa davanti alla necessità di interfacciarsi con la società francese tutta: non ciò che è ma ciò che deve apparire.  Si riflette anche sulla società di oggi del “post woke”, un periodo subito successivo alla spinta da parte dell’industria di supportare e spingere l’inclusione.  Vincent Lindon è un personaggio terribilmente tangibile, perché uno come lui esiste nella vita di chiunque: contraddittorio, ipocrita, vera spinta verso la spersonalizzazione di Carla.

Di lei cominciamo a scoprire di più man mano, sempre attraverso chiamate sul posto di lavoro o piccoli momenti di informalità. È una donna divorziata e con l’ex marito si alternano il figlio a settimane. La caduta morale del personaggio della Rohrwacher infatti non ci viene mostrata sul posto di lavoro quanto nel suo ambiente familiare. È una donna esigente che si aspetta lo stesso dal figlio, gli vuole bene ma mette davanti il sistema dei voti scolastici all’evidente bravura del ragazzo. Essendo lei italiana ha educato il figlio ad essere bilingue, lo ha mandato in una scuola di eccellenze e lo interroga personalmente quando si ritaglia un piccolo spazio sul posto di lavoro. Non a caso il dente avvelenato è proprio matematica, una materia fredda e non per tutti, ma certamente non un indicativo universale di bravura. Carla finisce di essere una buona figura genitoriale quando comincia a ferire suo figlio con la scusa di starlo preparando al suo futuro. I 7 non li vuole nessuno, bisogna eccellere. Come dei bravi soldatini. Anche l’ex marito non si impone mai ma affronta mesto il conflitto madre-figlio con freddezza e sincerità. Curioso parallelismo come l’ultimo film di Brizé, Le occasioni dell’amor, fosse una storia sul calore di una relazione in un ambiente così freddo e vuoto, mentre invece in questa storia fatta di luoghi molto abitati e vivi l’empatia e il rapporto siano la carenza principale.

Non a caso la situazione che si ritrova in casa è la stessa che vive a lavoro. Carla, da donna che ce l’ha fatta con tanta dedizione, non può accettare brave persone con rendita scarsa. E forse tanto non è cambiato dall’uomo-macchina teorizzato da Ford e Taylor, dove gli ingranaggi mal funzionanti venivano sostituiti. Delude i suoi collaboratori perché non sempre riesce a interagire al meglio con i piani alti e deve gestire un importante taglio al personale. Finisce anche per dover occultare una faida nata da una registrazione scomoda e punire la persona sbagliata. E qui non manca la sottile ironia di Brizé: anche attraverso il montaggio fa capire che per lui è proprio quella registrazione piena di offese la pubblicità perfetta per un’azienda che dall’inizio del film si scervella per trovare la facciata giusta da mostrare alla gente.

E quindi la domanda finale è una: Carla ce l’ha fatta veramente? È felice della sua posizione? E soprattutto, ha veramente il controllo su sé stessa e il suo modo di esprimersi?

Classificazione: 4 su 5.

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