Tenuto segreto fino a poco prima della sua presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia – dove ha vinto il Premio Speciale della Giuria – NAZA è un documentario fatto dagli israeliani Rachel Szor e Yuval Abraham per condannare e rivelare al mondo interno le procedure dell’intelligence israeliana contro i palestinesi. Composto da 24 testimonianze di diversi generali e interni rimasti in anonimato, alterna inquadrature della moderna Tel Aviv con le conversazioni tenute su di un tetto e con qualche filmato d’archivio. La struttura molto basilare lascia spazio proprio alle testimonianze degli anonimi. Il fulcro del documentario però non è sulle ragioni politiche o i conflitti tra i grandi politici, ma sulle ripercussioni subite dai civili innocenti. NAZA infatti è il termine che usa l’intelligence israeliana per identificare i “danni collaterali”, ossia i civili che durante un attacco finiranno inevitabilmente per essere uccisi.

È come un videogame
dice qualcuno molto freddamente, abbinando il quotidiano a una disputa ormai lunga un secolo, che nella tecnologia moderna ha solo trovato modo di evolversi in modi più terrificanti.
È più facile lasciare la decisione di chi debba morire all’intelligenza artificiale. Chi si prenderebbe mai la responsabilità?
L’IA è logica senza alcun tipo di rimorso e le viene dato un largo spazio nel corso del documentario. Se negli anni 70 lo strumento di controllo principale erano le linee telefoniche (la cui installazione ci viene mostrata attraverso vecchi filmati dell’inaugurazione), ad oggi oltre alla tecnologia che permette di entrare nelle chat e individuare parole chiave (come DADDY e HOME) l’IA è il sistema principale di individuazione bersagli e pianificazione. Il pragmatismo tecnologico è l’ultimo modello di disumanità ad oggi. Un Olocausto ancora più freddo, calcolato ed occultato.

Ad intersecare le interviste sono svariate inquadrature di condomini alla sera, con intravedibili le televisioni illuminate in ogni stanza. Alcuni appartamenti sono tagliati, si vedono vagamente le teste o il corpo degli abitanti, ma la televisione è sempre presente e spesso il canale cambia di stanza in stanza. Le riprese sono disorientanti, portando sicuramente su schermo lo spaesamento post 7 Ottobre e l’ondata di disinformazione derivante da esso. Avere infatti testimoni-artefici diretti di quegli atti (quasi un parallelismo a The Act of Killing di Oppenheimer) aiuta a comprendere anche l’impotenza delle cariche più autorevoli davanti a direttive così specifiche ed aggressive. Infatti il volto in televisione che si intravede sempre in ogni inquadratura delle palazzine è quello di Benjamin Netanyahu, sempre distante e al di sopra. Il primo ministro è la coscienza di uno stato che viene istruito al torto sin dal buio delle proprie case, in una Tel Aviv fredda in cui le strade possono anche essere trafficate ma le vere azioni le si svolgono sui tetti.
Il momento più importante di NAZA è introdotto da un improvviso blackout. Durante l’intervista tra il regista ed un testimone anonimo molto intimidito da ciò che sta confessando tutte le luci attorno a loro si spengono e l’inquadratura rimane totalmente al buio. Lì il testimone si attiva e quasi inondato dalla sicurezza che gli dona l’oscurità confessa il suo vero punto di vista.
Mi sono sempre chiesto come abbiano fatto i tedeschi a convivere col senso di colpa. Eppure adesso so che è una cosa fattibile.
Vedo ancora i nazisti come il male, ma io cosa sono allora?
La consapevolezza che la storia stia ancora andando avanti e che si stia portando con sé tutti i crimini che l’uomo periodicamente continua a ripetere. Ed è qui che Naza diventa condanna e diventa pentimento. Come tutto il processo di elaborazione del crimine da parte degli intervistati in The Act of Killing . Come il finale di Notte e Nebbia di Alan Resnais in cui tutti puntano il dito e la colpa finisce puntualmente per essere di nessuno. Non è neanche un caso che uno dei produttori del film sia Johnatan Glazer, che negli ultimi anni si è speso molto sul conflitto e sulla famosa “banalità del male” (con il suo The Zone of Interest). Naza è una prospettiva tagliente ed usa il cinema come mezzo terapeutico di elaborazione. Ci impegna a chiederci qualche sia la funzione del cinema, soprattutto documentaristico, al giorno d’oggi. Non guarda ai membri di Hamas, ma alle famiglie spezzate dalle dispute tra i più grandi. Uomini di insignificante statura circondati da grattacieli che cercano risposte agli ultimi anni.
